Essere scienziati con disabilità. Carlo Antonini si racconta sulla rivista dell’American Chemical Society - Bnews
Essere scienziati con disabilità. Carlo Antonini si racconta sulla rivista dell’American Chemical Society
L'illustrazione di Héloïse Chochois scelta per la copertina

«C’è qualche nesso tra l’essere una persona con disabilità ed essere uno scienziato? La mia risposta personale è sì. La mia disabilità mi ha dato la fiducia in me stesso per sviluppare un atteggiamento di problem solving. E mi ha insegnato a guardare le persone al di là delle etichette». Così scrive Carlo Antonini, professore associato di Scienza e tecnologia dei materiali, nel contributo che l’American Chemical Society (ACS) – una delle più importanti società scientifiche e associazioni professionali al mondo – ha appena pubblicato sul nuovo numero della rivista “Langmuir” (questo il link della rivista: https://pubs.acs.org/toc/langd5/38/50). L’articolo si inserisce nell’ambito dell’iniziativa “Diversity & Inclusion Cover Art Series”, che l’ACS ha avviato da un paio di anni per dare visibilità, attraverso la pubblicazione sulle sue riviste di un editoriale con copertina, a scienziati appartenenti a comunità sottorappresentate. «Come persona con disabilità – spiega Antonini che abbiamo intervistato per saperne di più – ho mandato un editoriale sulla mia esperienza come scienziato con disabilità, abbinata a una cover della disegnatrice a fumettista Héloïse Chochois. Il contributo e la copertina sono stati accettati». E ora si possono leggere e vedere sulla rivista.

Professore, partiamo dall’iniziativa. Cosa si intende per comunità sottorappresentate?

L’American Chemical Society fa riferimento alle comunità Bipoc (nda: neri, indigeni e persone di colore), Lgbtq, alle prime generazioni (nda: di immigrati) e alle persone con disabilità.

Perché ha scelto di raccontarsi?

Ritengo che sia importante far conoscere le storie delle minoranze. Attraverso la mia esperienza personale ho visto che il tema della disabilità viene percepito spesso in maniera superficiale quando è riferito alla scienza. Vengono ricordati pochissimi esempi di scienziati con disabilità, anche se illustri come Stephen Hawking, e vengono trattati come eccezioni, quasi come miti, lontani dalla quotidianità. Eppure di esempi ce ne sono tanti quanti in altri ambiti professionali. La scienza viene erroneamente considerata come un club esclusivo, un club “dei migliori”. Questo stereotipo va cambiato con una immagine più inclusiva: la scienza è una disciplina che dà a tutti pari opportunità, anche a chi convive con disabilità che comportano difficoltà specifiche nelle azioni di tutti i giorni. E anche quando queste disabilità non sono riconoscibili a prima vista, ma sono a livello cognitivo.

C’è un nesso tra la sua disabilità e la sua professione?

Io sono nato privo dell’avambraccio destro e, come spiego nell’editoriale, il primo nesso è la fiducia che ho trovato in me stesso e la capacità di adattarmi a fare le cose in modo diverso dalla maggioranza delle persone, e di trovare soluzioni alternative per fare le cose con una mano sola. Guardandomi indietro, ho capito di aver naturalmente sviluppato un’attitudine al problem solving fin da quando ero piccolo, fondamentale per me oggi nell’ambito scientifico. Come secondo nesso, ho imparato a guardare le persone nella loro interezza, al di là di quelle che sono le caratteristiche individuali. Un approccio utile nei progetti di ricerca perché ti ritrovi a lavorare con persone che hanno background, etnici, linguistici, religiosi molto diversi. E devi abituarti a vedere la persone per quello che sono e possono esprimere, senza etichette e definizioni preconfezionate.

Allo stesso tempo, verso la fine del contributo, scrive di non volere essere considerato “uno scienziato, nonostante” la disabilità, o “a causa della” disabilità.

Non vorrei che di me si pensasse che sono diventato uno scienziato solo per essermi trovato davanti un ostacolo da superare. Tutti possono farlo, se quella è la loro vocazione. E neanche considero la mia professione una conseguenza, perché persone nella mia situazione possono fare altro nella vita. Lo scienziato è il mio mestiere e nel mio bagaglio culturale c’è anche essere una persona con disabilità”.

C’è un episodio significativo che descrive nell’editoriale: il colloquio di lavoro.

Una volta mi sono ritrovato con una reclutatrice per una azienda privata che mi chiedeva se sarei stato effettivamente in grado di svolgere l’incarico che proponevano. Mi sembrava una domanda strana perché la mia esperienza di laboratorio parlava per me. Solo dopo mi sono reso conto perché mi stonasse quella domanda, se pure posta in maniera educata. La disabilità in queste situazioni non va considerata come un limite. E non va neanche rimossa. Quella persona avrebbe dovuto chiedermi cosa l’azienda potesse fare per mettermi nelle migliori condizioni di svolgere quel lavoro. In fondo, la disabilità è molto più comune di quanto pensiamo, se l’organizzazione mondiale delle sanità stima che il quindici percento della popolazione mondiale abbia qualche forma di disabilità. Stiamo parlando di un miliardo di persone.

Un numero davvero elevato.

Già. Eppure, l’ambiente definisce la disabilità stessa. Mi piace fare l’esempio degli occhiali. Ormai un numero molto elevato di persone ha problemi di vista. Nessuna persona miope, però, si considera una persona con disabilità, perché conosce tantissime altre persone nella stessa situazione e perché strumenti compensativi come gli occhiali o le lenti a contatto sono diffusi e di uso comune. Ma se uno studente o un lavoratore fosse obbligato a studiare o lavorare senza, la sua autopercezione cambierebbe radicalmente, per le difficoltà che avrebbe a svolgere anche compiti semplici. È sempre una questione di riconoscere la condizione in cui un lavoratore si trova e di trovare gli strumenti adatti a superarla.

Venendo alla sua carriera, come si diventa scienziati?

Nel mio caso, ero uno di quei bambini insistenti che chiedeva sempre “perché... perché... perché...”. A un certo punto mi sono accorto che potevo fare un mestiere nel quale fare domande e cercare risposte rappresentava un punto di forza. Mi sono diplomato al liceo scientifico Don Gnocchi di Carate Brianza, poi laureato in Ingegneria aerospaziale e Ingegneria aeronautica al Politecnico di Milano e concluso un dottorato presso l’Università di Bergamo, durante il quale ho cominciato a occuparmi di superfici anti-ghiaccio, o “ghiaccio-fobiche” come le chiamiamo in gergo. Nel 2012 ho vinto una borsa Marie Curie per lavorare presso il Politecnico di Zurigo. Nel 2015 sono entrato a far parte di Empa, Laboratorio federale svizzero per la scienza e la tecnologia dei materiali. Nel settembre del 2018 sono entrato a far parte del dipartimento di Scienza dei materiali dell’Università di Milano-Bicocca, con il supporto di una borsa Rita Levi Montalcini per il rientro dei giovani ricercatori dall’estero. Ho fondato e guido il SEFI Lab, laboratorio di Ingegneria delle superfici e interfacce liquide. E attualmente coordino “SURFICE – Smart surface design for efficient ice protection and control”, un progetto di ricerca europeo finanziato sul bando MSCA - Innovative training networks nell’ambito delle Azioni Marie Skłodowska-Curie del Programma Horizon 2020.

Il contributo uscito su "Langmuir" ha anche una cover.

Ho conosciuto Héloïse Chochois, fumettista e illustratrice, dopo avere letto “La fabbrica dei corpi”, la storia di una persona che perde un arto, ed è nata una collaborazione. L’ho invitata a presentare il libro in Biblioteca, con la professoressa Roberta Garbo, che è la delegata della rettrice per disabilità e i disturbi specifici dell’apprendimento e presso l’associazione Raggiungere OdV, che offre supporto alle persone con disabilità agli arti e alle loro famiglie. Non potevo che chiedere a Héloïse di disegnare la copertina. Inoltre, nei prossimi mesi racconterà attraverso il fumetto le attività di ricerca dei nostri dottorandi coinvolti nel progetto SURFICE.