La scuola come palcoscenico: reinterpretare i ruoli - Bnews La scuola come palcoscenico: reinterpretare i ruoli

La scuola come palcoscenico: reinterpretare i ruoli

La scuola come palcoscenico: reinterpretare i ruoli
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Nel 2026 uscirà uno spettacolo teatrale tratto da un libro del professor Raffaele Mantegazza, il cui titolo è Caro bullo ti scrivo. Lo spettacolo potrebbe avere delle rappresentazioni anche nei teatri ufficiali, ma in realtà è stato pensato soprattutto per essere proposto nelle scuole secondarie di secondo grado. Mantegazza ci spiega perché la scuola, e forse più in generale la relazione educativa, può essere intesa come una forma di messa in scena teatrale.

Perché il teatro è una metafora dell’educazione?

È qualcosa che ho incontrato per la prima volta grazie al mio maestro, Riccardo Massa, che negli ultimi anni della sua vita aveva portato il teatro in Bicocca con il laboratorio teatrale, che tra l’altro continua ancora oggi con i colleghi Cappa, Antonacci e altri. Lui aveva pensato al teatro come modo per svelare tutti gli impliciti della relazione educativa, quindi non tanto un teatro psicoanalitico, ma pedagogico, da portare nelle scuole, negli ambiti educativi. Si serviva di questo strumento per svelare i ruoli, le comunicazioni più nascoste, più latenti. In seguito, ho frequentato anche amici che praticavano in Italia il “teatro dell’oppresso”, che in origine viene dal Brasile, e anche in quell’occasione ho capito la grande forza del teatro nel far emergere il contenuto delle relazioni, in questo caso si trattava delle relazioni e dei ruoli di potere. La cosa più interessante era quella che loro chiamavano il “poliziotto dentro la testa”, cioè quando noi diventiamo oppressori di noi stessi, perché interiorizziamo le norme, i divieti e i tabù e non c’è più neanche bisogno di un oppressore esterno. Le situazioni proposte erano molto intense, molto forti.

Come mette in atto tutto questo nel contesto della scuola?

Portando queste tecniche dentro le classi, mi rendo conto che hanno un grande potere liberatorio. Anche solo l’agire sul setting, per esempio entrare in una classe e dire “sediamoci in cerchio, mettiamo da una parte tutti i tavoli e cominciamo a lavorare con i nostri corpi”, ha già una funzione liberatoria di per sé. L’altro aspetto importante è la questione del sospendere il giudizio, del fare le cose senza necessariamente pensare ad un risultato immediato, qualcosa che sia misurabile: si recita per il gusto di recitare, perché è bello farlo, un po’ come l’arte. Sono molto preoccupato del fatto che nelle scuole si finalizza tutto al risultato, che poi è il voto, non è neanche il risultato degli apprendimenti nel loro insieme; invece, quando si lasciano i ragazzi liberi di recitare un ruolo e di fare le cose senza essere giudicati, interpretando semplicemente una parte, emergono anche conoscenze e competenze che in una verifica non emergerebbero.

Lavoro molto sul mettere i ragazzi nei panni degli insegnanti, fargli fare dei piccoli momenti di recita nei quali presento loro dei casi quotidiani, di gestione della classe, di conflitto, e provo a capire che immagine loro hanno dell’insegnante, che immagine hanno del genitore e di sé stessi. Emerge molto materiale su cui si può lavorare, se gli insegnanti hanno voglia di farlo.

In altre parole, l’educazione, un po’ come appunto il teatro, il gioco e l’arte, è un momento di sospensione del principio di realtà?

E’ un venire a contatto con l’idea di maschera, l’idea di ruolo, il rapporto fra persona e maschera è molto legato a una dimensione psicologica profonda, e quindi è molto legato anche al tema del sogno, altro tema che mi appassiona moltissimo perché il sogno è di fatto un teatro. La costruzione di uno scenario nel quale noi osserviamo dall’esterno o siamo attori ha una grande funzione catartica, proprio perché quella cosa a cui stiamo assistendo non è vera. Possiamo vivere delle emozioni profonde però con un guscio protettivo, in cui la realtà vera non entra, o entra solo se si sottomette alle regole del teatro. Ne parla anche Dante nel Purgatorio, quando si riferiva ai “miei non falsi errori”: si lascia incantare dall’arte, davanti ai bassorilievi del Purgatorio, ed è una cosa molto educativa secondo me la sospensione del giudizio sulla realtà, almeno per il tempo durante il quale stiamo recitando, stiamo giocando.

È un po’ il significato del carnevale, come era anticamente inteso?

C’è un bellissimo libro, Il carnevale di Romans in cui ad un certo punto della festa i contadini cominciano a pensare: “noi la quaresima non la vogliamo fare, vogliamo che sia sempre carnevale, vogliamo essere sempre il re e che il re sia contadino”, a questo punto viene meno l’utilizzo del carnevale da parte del potere, l’incantesimo si spezza e irrompe nella realtà sociale vera e propria, un po’ come far recitare ai ragazzi una scuola senza interrogazioni gli può far venire in mente (e io spero che faccia lo stesso effetto anche agli insegnanti) che si potrebbe fare qualcosa di diverso.

In generale comunque sono contrario all’idea che divertimento e istruzione debbano essere separati, credo che sia un’idea stupida: c’è un divertimento volgare, banale e anche violento, e c’è un divertimento intelligentissimo e altamente formativo.