Una lectio magistralis sul senso del nostro conoscere - Bnews Una lectio magistralis sul senso del nostro conoscere

Una lectio magistralis sul senso del nostro conoscere

Una lectio magistralis sul senso del nostro conoscere
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Alla cerimonia di consegna dei diplomi di dottorato quest’anno è stato invitato Pietro del Soldà, autore di diversi libri e conduttore di programmi su Radio3 come Tutta la città ne parla e Zarathustra. Avendo ascoltato la sua Lectio magistralis, ne abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande sulla natura della conoscenza per come emerge dalla sua Lectio, in particolare per come scaturisce dalla sua lettura del Simposio e di altri dialoghi di Platone.

Lei ha parlato della conoscenza dal punto di vista della relazione e la relazione vive di comunicazione. Come mai oggi godiamo di infiniti strumenti di comunicazione, ma i poli comunicanti passano in secondo piano?

Sì, l’enfasi è tutta sul mezzo comunicativo rispetto ai soggetti che comunicano, è quello il padrone della scena, più di noi ridotti a singole comparse di questa grande arena digitale. Il tema che ho voluto veicolare nella lectio è in primo luogo l’invito a non intendere la conoscenza solo come acquisizione di contenuti, di sapere: ovviamente ogni forma di conoscenza è fatta di nozioni, dati, informazioni, ma ciò che caratterizza l’umano è proprio l’utilizzo delle informazioni in un contesto che è sempre sociale, non a caso le due definizioni dell’essere umano che sono ancora oggi attuali, le fornisce Aristotele: la prima è “zoon logon echon”, cioè essere vivente, animale dotato di Logos, in cui quest’ultimo esprime ad un tempo pensiero, raziocinio, capacità critica, ma anche discorso, comunicazione; l’altra celeberrima è “zoon politikon”, animale politico, facente parte della Polis. Le due cose non possono essere scisse, sono sostanzialmente sinonime e indicano un’attitudine alla relazione che è consustanziale all’umano, è co-originaria, non si può separare. Tutto questo si potrebbe liquidare come una semplice cornice retorica, “sì, in teoria è così e poi però… nella vita pratica ognuno è destinato a chiudersi nella sua nicchia”. Invece la comunicazione, la connessione non è qualcosa che viene dopo, al contrario, innerva ogni processo conoscitivo che noi ce ne rendiamo conto o no. Non c’è conoscenza e non c’è neppure vita al di fuori della relazione. La politicità dell’esistenza si è smarrita, questo però lo dico senza rimpiangere un’età dell’oro o del passato che non c’è mai stata.

Oggi è completamente scomparso dal discorso pubblico il concetto di “coscienza politica”, pur con tutti i limiti che poteva avere il suo uso in passato. Trova pertinente questa scomparsa?

Sì, è significativa: abbiamo ipostatizzato l’elemento privato, sia a livello di ricerca, di conoscenza sia a livello personale, per cui viviamo un po’ tutti come se fossimo lanciati in una corsa alla realizzazione individuale, che è parallela a quella degli altri. È famosa l’immagine che Hobbes dà degli uomini lanciati in una corsa come quella tra le corsie di un’arena: tutti paralleli, senza intersecarsi mai, ognuno con un obiettivo personale da realizzare.

È una società la nostra che in apparenza vive di comunicazione: il fatto che tutto sia digitale vorrebbe dire che tutto è condiviso: da diversi anni ormai l’idea stessa di vivere qualcosa implica il “condividerla” nel senso di pubblicarla online. Il problema è che dagli altri non mi attendo una messa in gioco, una vera partecipazione, ma piuttosto un giudizio positivo, una conferma, in una logica che è assai più di competizione che di cooperazione. La digitalizzazione della vita sembra coerente con un percorso di atomizzazione sociale, forte settorializzazione dei saperi, individualizzazione, rimozione di quella politicità della vita che invece è connaturata all’umano. Si è affermato un modello di felicità come realizzazione personale da ottenere sopra o anche contro gli altri, facendo a gara con essi.

Un altro tema che ha toccato nella sua lectio è quello della conoscenza come espressione dell’Eros. Se la molla della conoscenza, come nel Simposio, è Eros, non abbiamo un po’ smarrito l’Eros autentico?

Certo, da un lato abbiamo declinato l’amore in chiave possessiva, coltivando questa idea della fusione, del possesso, della reificazione dell’altro - che a mio modo di vedere sta anche alla base della violenza di genere - dall’altro abbiamo reciso il legame tra Eros e conoscenza, perché abbiamo rinchiuso l’Eros dentro quella gabbia che è la sfera delle pulsioni istintive, sessuali, come se fosse per l’appunto una faccenda solo privata, un bisogno primario scisso dal Logos, dal ragionamento. Una delle grandi lezioni del pensiero classico che vale la pena recuperare, non perché dobbiamo imitare gli antichi per qualche ragione etica, ma perché ci sono stimoli che ci chiamano in causa, è quella di riconnettere Logos ed Eros. Nel Simposio Diotima dice a Socrate “ogni desiderio di felicità è Eros: non c’è possibilità di vivere e aspirare alla felicità e neppure di conoscere senza Eros, esso dà senso alle cose che facciamo e alle cose che conosciamo, è costante apertura. Qualunque cosa facciamo al di fuori della nostra tensione erotica si perde in un puro nulla”. Questo ci fa intendere come in realtà la nostra tendenza all’amore non può essere rinchiusa nell’ambito privato dei vincoli sessuali o sentimentali, è la sorgente della creatività, della poiesis. In questo spazio si situa il passaggio dal nulla all’essere, non si tratta più di essere “produttivi” ma “creativi”; quindi, l’amore ha questo ruolo nella nostra vita, noi siamo creature erotiche, soggetti amanti, se però l’amore lo decliniamo come conquista, come possesso, in un’ottica unilaterale, mai reciproca, ne disperdiamo la potenza, lo incateniamo e perdiamo libertà, creativa e non solo. L’amore vive della connessione profonda tra passione e ragione; la conoscenza e la sfera istintiva non sono affatto separate: siamo organismi complessi e unitari.

Siamo però anche immersi in una cultura dai tratti fortemente dualistici: mi riferisco alle dicotomie più comuni, come quella tra mente e corpo, mondo delle idee astratte, matematizzabili e mondo sensibile, maschile e femminile, umanistico e tecnico-scientifico. Non è stato forse Platone l’alfiere di questo dualismo?

Io ho una lettura molto diversa da quella del Platone dualista, che è un po’ quella di chi si ferma alla lettera di certi dialoghi in particolare, perché ritengo che Platone vada letto non come un deposito di dottrine che vengono esposte dai suoi personaggi, ma come un autore di dialoghi. Se noi lo leggiamo così, non cadendo nell’errore di pensare che quello che dice Socrate sia il veicolo di quello che pensa Platone, ma contestualizzandolo sempre, ne viene fuori che il tema in realtà, la grande arma di Platone è il paradosso, la contraddizione, la coesistenza di livelli diversi: spesso Socrate sostiene una tesi ma se leggiamo tutto il dialogo troviamo che viene rappresentata anche quella opposta. Ciò che noi interpretiamo come dualismo non è in realtà che un presentare per iscritto la necessità di stare dentro la contraddizione del reale.

E’ fuor di dubbio che noi moderni abbiamo letto e interiorizzato di più l’aspetto marcatamente dualistico, di separazione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto, ma questo grande dualismo è stato assorbito, fissato e messo a sistema dal pensiero tecnico scientifico moderno: in questo senso il campione del dualismo moderno è Cartesio, il quale scinde l’essere umano inteso come pura “res cogitans”, sostanza pensante, da tutto il resto: l’ambiente naturale, il nostro stesso corpo, è solamente una res extensa, una oggettività inerte, priva di dignità, di coscienza e dunque legittimata ad essere posseduta, reificata, oggettivata, dominata. Noi siamo figli di questa impostazione.

Oggi credo che l’ultimo erede dell’anima incorporea sia per l’appunto il digitale, e in particolare, simbolicamente, l’intelligenza artificiale. Se noi sottraiamo all’interazione il corpo, scompare anche l’unicità di ciascuno di noi, schiacciata su rappresentazioni digitali, avatar, algoritmi che disegnano la nostra identità, perdendosi per strada quello che siamo davvero: l’irripetibilità delle nostre vite, delle nostre esperienze e delle nostre emozioni. Tutto ciò che è tagliato fuori ed escluso viene assorbito e rimasticato, riproposto virtualmente nello spazio digitale, dove però non è più la stessa cosa. La nostra animalità negata ovviamente riemerge in molti altri modi perché non c’è luogo più ferino e selvaggio del web, però riemerge in modo filtrato, ricostruito, questo è il punto. Ci siamo persi per strada quella parte di noi che esiste solo nella vita offline.