Seveso, 50 anni dopo: la nascita della moderna coscienza ambientale - Bnews Seveso, 50 anni dopo: la nascita della moderna coscienza ambientale

Seveso, 50 anni dopo: la nascita della moderna coscienza ambientale

Seveso, 50 anni dopo: la nascita della moderna coscienza ambientale
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Il 2026 segna il 50esimo anniversario dal disastro della diossina a Seveso, un evento drammatico che ha segnato profondamente la storia italiana ed europea. Era il 10 luglio 1976 quando una nube tossica si sprigionò dall'industria chimica ICMESA di Meda, cambiando per sempre il modo in cui guardiamo alla sicurezza industriale e all'ambiente. Per capire l'eredità scientifica, culturale e didattica di questo evento, ne parliamo con Andrea Franzetti, presidente del Consiglio di coordinamento didattico dei corsi di studio in Scienze ambientali del Dipartimento di Scienze dell'ambiente e della Terra del nostro Ateneo

Facciamo un passo indietro al 1976. Cosa accadde esattamente all'impianto ICMESA?

Erano le 12.40 di sabato 10 luglio 1976 quando dal reattore dell’industria chimica ICMESA di Meda si sprigionò una nube tossica. L'impianto, controllato dalla svizzera Givaudan (gruppo Hoffmann-La Roche), produceva 2,4,5-triclorofenolo, un intermedio per erbicidi e disinfettanti.

La fuoriuscita è stata causata dalla rottura del disco di sicurezza del reattore di produzione del triclorofenolo, a seguito di una reazione esotermica secondaria, innescata dall'arresto dell'agitazione del reattore lasciato caldo durante la pausa del fine settimana. Questo portò la miscela a temperature molto superiori a quelle previste, fino alla rottura del disco di sicurezza. Nell'aria si disperse così una nube contenente, oltre al triclorofenolo, alcuni chilogrammi di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), molecola assai pericolosa per le caratteristiche di altissima tossicità, persistenza e stabilità ma poco conosciuta al tempo dell’incidente.

Quali furono i comuni più colpiti e le ricadute immediate sul territorio e sulla popolazione?

I comuni maggiormente interessati dalla ricaduta furono Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio, ma quello che subì gli effetti più gravi fu, senza alcun dubbio, Seveso. Per questo motivo l’evento passò alla storia come l’incidente industriale di Seveso.

Le conseguenze sanitarie e ambientali furono immediate. Nei primi giorni dopo il rilascio della nube, si osservarono morie di piccoli animali domestici e selvatici, e molti abitanti dei comuni colpiti, soprattutto bambini, manifestarono forme gravi di cloracne, una dermatosi derivata dal contatto della pelle con composti del cloro e derivati. Venne inoltre rilevata e quantificata la diossina nei terreni e nella vegetazione.

Come venne gestita l'emergenza dal punto di vista territoriale e della bonifica negli anni successivi?

A fine luglio del 1976, il territorio venne suddiviso in zone A, B e R (rispetto) secondo il grado di contaminazione, con azioni e restrizioni differenti. Nella zona A, vennero abbattuti edifici, asportati interi strati di suolo ed evacuati circa 700 abitanti.

Il terreno contaminato, insieme ai resti degli edifici, gli oggetti personali, i resti degli animali morti o soppressi e le attrezzature utilizzate per la bonifica – completata solo nel 1984 – sono stati confinati in vasche impermeabili. Al di sopra di queste vasche ora sorge il Bosco delle Querce, il parco che conserva la memoria dell’incidente industriale di Seveso.

L'incidente si inserisce in un contesto storico in cui la sensibilità ambientale stava già cambiando. Qual era il panorama scientifico e culturale dell'epoca?

L'incidente di Seveso avvenne in un periodo di crescente consapevolezza delle problematiche ambientali. Pochi anni prima, nel 1962, Rachel Carson aveva pubblicato Primavera silenziosa, il libro che è universalmente considerato il manifesto dell'ambientalismo moderno, capace di portare all'attenzione del grande pubblico gli effetti dell'uso indiscriminato dei pesticidi sugli ecosistemi. Nel 1971 era poi uscito Il cerchio da chiudere di Barry Commoner, che approfondiva il tema dell'interconnessione tra sviluppo tecnologico, ambiente e salute umana.

In quegli anni andava dunque maturando, nella comunità scientifica e nell'opinione pubblica, una nuova consapevolezza della complessità e interdipendenza degli ecosistemi, e del fatto che le attività industriali potessero comprometterne in modo profondo e duraturo tanto la funzionalità quanto la salute umana. In questo contesto, l'incidente di Seveso agì da acceleratore, trasformando una consapevolezza scientifica e culturale già in crescita in decisione politica concreta. Tra il 1982 e il 2012 sono state infatti emanate tre direttive europee “Seveso", che per la prima volta imposero agli Stati membri obblighi sistematici di prevenzione, controllo e informazione sui rischi industriali rilevanti.

Dal punto di vista della ricerca e della formazione universitaria, cosa ha significato Seveso per le scienze ambientali?

Possiamo dire che per le scienze ambientali c'è un prima e un dopo Seveso. Dall'incidente si è consolidata la consapevolezza che l'ambiente debba essere studiato, monitorato e gestito, anche attraverso interventi di recupero e bonifica, con un approccio transdisciplinare, capace di integrare biologia, chimica, geologia, fisica e le altre scienze dell’ambiente. La comunità scientifica ha risposto a questa esigenza sviluppando percorsi di ricerca e di formazione pensati non più per singole discipline isolate, ma per la comprensione integrata dei sistemi ambientali nella loro complessità.

Questo processo ha trovato un terreno fertile negli anni Novanta, quando in Italia è nata una nuova generazione di atenei per rispondere alla crescita esponenziale degli iscritti e decongestionare le sedi storiche: è in questo contesto che si sono affermati dipartimenti e corsi di laurea in Scienze Ambientali, costruiti fin dall'origine su basi multi- e transdisciplinari. Non è un caso, e anzi si inserisce pienamente in questo percorso, che il primo corso di laurea della neonata Università degli Studi di Milano-Bicocca sia stato proprio quello in Scienze Ambientali, il primo in Lombardia e il  terzo a livello nazionale. Si avvertiva allora l'esigenza di formare professionisti capaci di pensare in modo olistico, dialogando con gli esperti delle singole discipline per affrontare problemi ambientali complessi.

In che modo il vostro Dipartimento a Milano-Bicocca porta avanti questa importante eredità oggi?

Il Dipartimento di Scienze dell'ambiente e della Terra ha raccolto e sviluppato questa eredità, diventando oggi un punto di riferimento per la ricerca nelle scienze ambientali e della Terra.

Attualmente offriamo un corso di laurea triennale in Scienze e Tecnologie per l'Ambiente e due lauree magistrali inerenti alle tematiche dell’ambiente e della sostenibilità. La prima è quella, storica ma in continuo aggiornamento, in Scienze e Tecnologie per l'Ambiente e il Territorio, che forma i nuovi esperti ambientali. La seconda è il nuovo corso magistrale internazionale in Economics and Technologies for Sustainability, che, combinando aspetti ambientali, economici e sociali, forma nuove figure di tecno-economisti, esperti in tematiche di sostenibilità.