Revenge porn. C’è sostegno alle vittime ma serve un cambiamento culturale - Bnews Revenge porn. C’è sostegno alle vittime ma serve un cambiamento culturale

Revenge porn. C’è sostegno alle vittime ma serve un cambiamento culturale

Revenge porn. C’è sostegno alle vittime ma serve un cambiamento culturale
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Il 3 aprile è uscita su Wired un’inchiesta riguardante i gruppi Telegram dedicati al revenge porn e pratiche assimilabili a tale fenomeno. Il clamore suscitato ha riaperto il dibattito in merito. Si è molto discusso in queste settimane del ruolo che giocano le APP e i social network come amplificatori del fenomeno. Il dibattito passato quasi in secondo piano è stato quello riguardante la necessità di un cambiamento culturale: le voci maschili che hanno ribadito la necessità di un maggior rispetto per le donne sono state poche. Le vittime di questo sistema si sono trovate spesso sole e smarrite di fronte a un fenomeno che le ha travolte. Seguendo l’attività di divulgazione di Irene, laureata Bicocca e presidentessa dell’associazione Bossy, ci siamo imbattuti in testimonianze e richieste di due ragazze che non sapevano come comportarsi in questa situazione. Abbiamo così deciso di riportare qualche consiglio alla professoressa Carmen Leccardi (Sociologia dei processi culturali e comunicativi) nella speranza di poter essere utili a chi si dovesse scoprire vittima di casi come questo.

Professoressa Leccardi, controllare se il proprio partner fa parte di questo gruppo potrebbe essere una buona idea? 

Si sta parlando di una chat, all’interno della piattaforma Telegram, per scambiarsi materiale pedopornografico e video di carattere intimo in una cornice di revenge porn. Vale a dire senza il consenso delle persone rappresentate, più precisamente a loro insaputa. Di diverse persone coinvolte in atti sessuali viene mostrato anche il volto, e vengono forniti riferimenti che possono consentire di rintracciarle. Come sappiamo, si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di donne e ragazze, alcune anche giovanissime. Siamo dunque di fronte all’ennesima variante della violenza di genere. Il punto è che a questa chat aderisce un numero esorbitante di soggetti, tra i 30 e i 40.000 a quel che si dice. Il gruppo nasce e muore in continuazione: se la piattaforma eventualmente lo censura viene data indicazione di un nuovo indirizzo, e il gruppo riparte. Scoprire dunque se il proprio partner è parte di questa chat può non risultare facilissimo, tenuto anche conto delle tecniche di anonimizzazione. Ad ogni modo, sapere che questa pratica è largamente diffusa, anche in ambienti apparentemente insospettabili, induce a mantenere alta l’allerta.
Su questa base, la domanda ulteriore che nasce è la seguente: che cosa spinge un numero così alto di uomini, giovani e meno giovani, di tutte le estrazioni sociali e di tutti i livelli culturali - compresi gli studenti universitari – a scambiarsi immagini ad esplicito riferimento sessuale senza l’assenso delle persone coinvolte? Se riusciamo a dare risposta a questa questione essenziale siamo sulla buona strada per desertificare questa pratica.
Il punto di partenza, a mio giudizio, non può che essere la determinazione di una parte almeno del mondo maschile di degradare, umiliare le donne, privarle della dignità. È un modo brutale per affermare le gerarchie di genere in un’epoca segnata da una profonda volontà di abbattere le diseguaglianze anche su questo piano, una volontà che le donne di tutte le età esprimono quotidianamente. Traspare, da queste pratiche, la persistenza di quella che veniva definita, fino a qualche tempo fa, “doppia morale sessuale”: una morale in base alla quale i comportamenti sessuali maschili sono valutati con un metro di misura differente da quelli femminili. La diffusione del revenge porn è anche un modo, per nulla velato, per stigmatizzare la libertà sessuale femminile del nostro tempo. Alla base di questa volontà c’è il desiderio di azzerare, fin dove possibile, la forza delle donne che discende oggi anzitutto dalla loro capacità di eccellere negli studi, e di resistere attivamente all’incertezza del futuro. C’è anche, va ricordato, una pretesa “virilista”, intesa come “essenza maschile” opposta alla femminilità. Un modo, come scrive Sandro Bellassai, per confermare la propria supremazia di genere.

In caso si scopra di essere vittime di un gruppo simile, come sarebbe meglio comportarsi? 

Anzitutto vorrei sottolineare l’importanza di superare la sensazione di essere cadute in una trappola mortale, di essere sole e senza possibilità di sostegno. Secondo Amnesty International, questa situazione è più diffusa di quanto non si immagini – almeno una donna su cinque, in Italia, è stata suo malgrado protagonista di forme di violenza online, dalle molestie a forme più gravi. Non si tratta certo di un motivo di consolazione. Tutt’altro. Serve tuttavia per essere spinte a reagire, per organizzarsi, individualmente e collettivamente, per porre fine a questo insulto intollerabile. In primo luogo, è necessarie ricordare che il revenge porn è un reato, e in quanto tale punibile dalla legge. Affiancando altri paesi europei, a partire dal 2019 anche l’Italia si è dotata di una legislazione che protegge dal revenge porn. La legge prevede che non solo chi lo mette in atto in prima persona, ma anche chi fa circolare immagini ad esso collegate è passibile di una pena da uno a sei anni di reclusione, oltre che di una multa che da 5.000 euro può arrivare fino a 15.000. Per prima cosa è dunque fondamentale denunciare senza timore.
Le immagini o i video in questione erano destinati, nelle intenzioni delle donne e delle ragazze rappresentate, a restare privati.  Dunque, sebbene le immagini siano state prodotte con l’iniziale consenso delle persone riprese, la loro diffusione pubblica non è stata autorizzata. Non c’è stato consenso digitale.  Se questo accade, se vi è diffusione senza preventiva approvazione, l’autore/gli autori della violazione vanno perseguiti penalmente. Dunque in primo luogo - vale la pena ripeterlo - occorre denunciare. Anche in questo come in altri casi di violenza di genere dietro questa azione risolutiva è importante la convinzione individuale.
Alcuni consigli pratici: se avete inviato a qualcuno immagini intime, anche se non vi risulta esse siano state al momento diffuse, tutelatevi diffidando la persona che possiede quelle immagini dal farle circolare. Può bastare un messaggio via WhatsApp (purché siate in grado di dimostrare che il messaggio è stato letto attraverso la spunta azzurra), in cui chiarite che le foto sono private, e non autorizzate la loro diffusione. La legge del 2019 esplicita infatti l’importanza del “mancato assenso” da parte della persona rappresentata alla circolazione pubblica delle immagini. Nel caso siano state già pubblicate, segnalate alla piattaforma che le ospita che questo è accaduto senza la vostra autorizzazione, chiedendo di rimuoverle. La piattaforma è tenuta ad eliminarle entro 24 ore. Come suggerisce l’avvocata Alessia Sorgato – autrice tra l’altro di un libro su questo tema ricco di analisi e consigli – è importante sempre avere prove dei passaggi che si seguono attraverso screenshot da allegare alla denuncia. La segnalazione si può fare al Garante della privacy, anche se non si è ancora raggiunta la maggiore età, oppure alla Polizia postale e delle telecomunicazioni. Esiste anche, dall’ottobre 2019, un’associazione senza scopo di lucroPermessoNegato”, a cui è possibile rivolgersi per un sostegno.

Come si può supportare una amica vittima del gruppo?

Fornendole le informazioni necessarie per la denuncia, oltre che facendola sentire non sola, non isolata. Il problema sta diventando più comune di quel che non si pensi (in Italia e nel mondo: in Giappone, per fare un esempio, le denunce da parte delle donne sono ogni anno diverse migliaia). Sotto il profilo culturale, delle motivazioni che possono spingere gli uomini a far circolare immagini private a carattere intimo delle ragazze con cui sono in relazione si è fatto cenno. Ma che dire dei motivi che possono spingere le giovani donne ad accettare di essere riprese in questi contesti? Vorrei proporre almeno un paio di possibili ragioni. In primo luogo, l’esistenza di un rapporto di massima fiducia nei confronti del partner, che le porta a non coltivare timori circa il loro uso extra-personale. Che di questa fiducia si possa abusare non è inizialmente contemplato. In secondo luogo, la diffusione, divenuta di senso comune specialmente tra giovanissimi e giovani, della pratica del sexting. Spesso non vi è sufficiente consapevolezza ad esempio della persistenza in rete delle immagini inviate e la loro replicabilità, spesso al di là della propria volontà. È fondamentale, da questo punto di vista, riuscire ad essere lungimiranti, e riflettere sulle possibili implicazioni di un’azione in apparenza senza conseguenze. La violenza digitale, in particolare quella che colpisce le più giovani, ha una molteplicità di modi di espressione, ed è necessario tutelarsi. 

Ci sono associazioni di aiuto in casi del genere?

Dell’associazione PermessoNegato si è già detto. Si parla molto anche dell’Emme Team, un gruppo di esperti informatici che obbliga le piattaforme che ospitano revenge porn e materiale pedopornografico a cancellare le immagini pubblicate. Maria Teresa Giglio - madre di Tiziana Cantone, la giovane donna morta suicida nel 2016 a causa della circolazione in rete di un video di questo tipo - negli ultimi anni si è battuta con forza affinché venisse fatta giustizia di questa inaccettabile violenza. È sua la sottolineatura dell’efficacia (e della gratuità) di questo team nel cosiddetto processo di “takedown”, la rimozione del materiale visivo non autorizzato. Se il sito web non elimina le immagini entro due settimane, scatta una denuncia che, in Italia, può essere poi indirizzata alla Procura della Repubblica.
In termini più generali, le associazioni di donne legate al femminismo attive contro la violenza di genere sono disponibili a mettere a disposizione di chi vuole fare denuncia diverse forme di sostegno materiale e psicologico, così come gruppi di auto-aiuto.
 
Foto di copertina: Engin Akyurt su Pixabay