Milano dopo la guerra: mito e realtà di una città risorta sulle sue rovine - Bnews Milano dopo la guerra: mito e realtà di una città risorta sulle sue rovine

Milano dopo la guerra: mito e realtà di una città risorta sulle sue rovine

Milano dopo la guerra: mito e realtà di una città risorta sulle sue rovine
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Ottant’anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale sono un lasso di tempo sufficiente perché si possano trarre dei bilanci. Dopo una frattura così forte nella vita di una città, viene spontaneo domandarsi: che cosa resta della Milano di un tempo e quanto della città che viviamo oggi nasce proprio da quella terribile esperienza? Ne abbiamo parlato con Barbara Bracco, ordinaria di storia contemporanea, prendendo spunto dal tema di un suo recente libro: le macerie rimosse, trasformate in colline o rimaste intrappolate sotto la superficie della città.

Ci aiuti a immaginare quella che ha definito “Milano, anno 0”. Che città è?

Via Farini esodo serale della popolazione
Via Farini esodo serale della popolazione

È una città profondamente ferita, non soltanto dal punto di vista materiale. Tra il 1942 e il 1945 è stata pesantemente colpita dai bombardamenti, con il momento più drammatico nell’agosto del 1943. In una sola settimana, a cavallo di Ferragosto, vengono provocati danni gravissimi al patrimonio edilizio, artistico e culturale della città. Ma la distruzione non riguarda soltanto gli edifici: ci sono centinaia di migliaia di sfollati che formano colonne in uscita dalla città, persone senza casa costrette a vivere per mesi in condizioni estreme. Le cronache raccontano di famiglie che si sistemano nelle buche provocate dalle bombe. È una città, insomma, che non deve soltanto essere ricostruita: deve tornare a vivere. Proprio qui comincia una storia che sarà decisiva per la Milano dei decenni successivi.

Rovine in Corso Roma, oggi Corso di porta Romana
Rovine in Corso Roma, oggi Corso di porta Romana

La narrazione più diffusa tende a concentrarsi sulla rinascita e sul successivo boom economico. Cosa manca in questo racconto?

Il rischio è quello di considerare il miracolo economico come se fosse nato dal nulla. In realtà, prima della ripresa c’è stata una distruzione enorme e un’enorme rimozione delle macerie. Le valutazioni degli ingegneri e degli architetti dell’epoca arrivavano a stimare una città distrutta per il 30, 40 e anche 50 per cento. Milano riesce comunque, prima di altre città e in tempi relativamente rapidi, a rimettersi in piedi. Dieci anni dopo la fine della guerra l’Italia è già diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo, ma questa straordinaria capacità di ripresa ha un prezzo: la volontà di chiudere rapidamente una parentesi sentita come dolorosa e traumatica.

Piazza San Nazaro (Corso di Porta Romana), ingombra di macerie
Piazza San Nazaro (Corso di Porta Romana), ingombra di macerie

Rimozione delle macerie, rimozione del ricordo?

Esattamente. Le macerie sono qualcosa che deve essere eliminato, perché impediscono alla città di funzionare, ma contemporaneamente rappresentano la materializzazione di un’esperienza che non si vuole più vedere: la guerra, la distruzione, il fascismo, le responsabilità individuali e collettive. Dal 1945 in poi scatta, in Italia e a Milano, una sorta di reset del mondo precedente. Fascisti e antifascisti, persone di condizioni sociali diverse, hanno in molti casi la stessa esigenza: lasciarsi alle spalle il passato e tornare alla normalità. È anche un meccanismo psicologico di sopravvivenza: una società uscita dalla guerra ha bisogno di guardare avanti e Milano, proprio perché dispone di competenze tecniche, professionali e industriali importanti, riesce a trasformare questa esigenza di rinascita in una straordinaria capacità di ricostruzione.

In alcuni casi le macerie vengono trasformate in qualcosa di nuovo. È il caso di Monte Stella.

È un caso molto interessante. Quando Piero Bottoni progetta il quartiere QT8, immagina un quartiere moderno caratterizzato anche dalla presenza di specchi d’acqua. C’era un laghetto prima e, nel corso della confusa opera di trasporto delle macerie, quel bacino viene progressivamente riempito.

A quel punto Bottoni decide di utilizzare proprio quelle macerie per creare un’altura. Nasce così la Montagnetta di San Siro: un’operazione intuitiva dal punto di vista ingegneristico, ma molto significativa anche sul piano simbolico. È, in qualche modo, la tomba delle case distrutte di Milano e dell’esperienza della guerra. Per Bottoni può diventare anche una sorta di monumento: le macerie vengono rimosse, ma allo stesso tempo rimangono, trasformate in una nuova parte del paesaggio urbano.

Masserizie recuperate e riunite in piazza Sant'Ambrogio
Masserizie recuperate e riunite in piazza Sant'Ambrogio

Qualcosa di simile a quella che abbiamo qui in Bicocca con la Collina dei Ciliegi?

Il parallelismo è suggestivo, ma bisogna essere prudenti nel fare confronti storici. Una collina di macerie può diventare un elemento del paesaggio e, proprio perché non sembra più ciò che era, può finire per rendere invisibile la storia che contiene. È una questione interessante anche per una città come Milano, dove molte trasformazioni successive hanno cancellato fisicamente i luoghi della città industriale e della guerra. La domanda allora diventa: quanto dobbiamo rimuovere per poter costruire il futuro e quanto, invece, dobbiamo conservare per non perdere la memoria?

Macerie degli edifici in corso Vittorio Emanuele
Macerie degli edifici in corso Vittorio Emanuele

Visto che il nostro centro di gravità è l’odierna Bicocca, sorta sull’area dell’ex fabbrica Pirelli, come visse il quartiere l’esperienza dei bombardamenti?

La zona industriale della Bicocca era un'area strategica. Le industrie milanesi avevano un ruolo importante nella produzione bellica e i comandi tedeschi sfruttarono gli impianti industriali italiani. La Pirelli rappresentava un elemento fondamentale del sistema militare-industriale. Un altro punto decisivo era la stazione di Greco, importante centro di smistamento logistico. Fu colpita più volte dai bombardamenti alleati, così come altri snodi ferroviari, per esempio Lambrate. Ma la Bicocca non era soltanto un sito produttivo, ma anche una zona caratterizzata da sabotaggi della produzione, scioperi e resistenza. La Repubblica di Salò considerava la zona Bicocca-Niguarda una sorta di “repubblica antifascista” sotto mentite spoglie, come testimoniano la targa e la pietra d’inciampo che ricordano i 156 operai deportati in Germania.

In conclusione: che cosa abbiamo perso e che cosa possiamo e dobbiamo ricordare?

Abbiamo perso un intero mondo: una parte enorme del patrimonio edilizio, artistico e culturale della città, pezzi della sua storia sociale e politica.

Masserizie in piazza Vetra a Milano
Masserizie in piazza Vetra a Milano

Il problema è che la rimozione è stata anche una condizione della rinascita. La Milano del boom economico ha potuto guardare al futuro anche perché ha chiuso rapidamente con il proprio passato. Questo significa accettare che il passato non è sempre qualcosa che una società riesce a “superare”. Le esperienze traumatiche possono essere rimosse, sepolte, trasformate. Possono riemergere molto tempo dopo, magari attraverso un luogo, un edificio, una collina. La Milano moderna è anche questo: una città costruita sulla capacità di distruggere, rimuovere, trasformare e ricominciare. Ma ogni tanto vale la pena fermarsi e chiedersi che cosa c’era prima di noi, e che cosa abbiamo sepolto per poter arrivare fin qui.