Il dolore e l’ironia: la Cina contemporanea attraverso lo sguardo di Yu Hua - Bnews Il dolore e l’ironia: la Cina contemporanea attraverso lo sguardo di Yu Hua

Il dolore e l’ironia: la Cina contemporanea attraverso lo sguardo di Yu Hua

Il dolore e l’ironia: la Cina contemporanea attraverso lo sguardo di Yu Hua
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La letteratura cinese contemporanea rappresenta un ponte straordinario tra le culture, capace di scardinare gli stereotipi politici per toccare le corde più intime della nostra esperienza. Tra le voci più autorevoli di questo panorama spicca Yu Hua, autore tradotto in trentacinque lingue e capace di raccontare le aspre contraddizioni della Cina contemporanea. Ne parliamo con Silvia Pozzi, sua traduttrice italiana, nonché docente del Dipartimento di Scienze umane per la formazione Riccardo Massa. Ci accoglie con un’esortazione: “Coprire la distanza tra le culture in realtà costa uno sforzo minimo: basta provare e si aprono mondi. Basta andare in una libreria e girare una pagina, leggere l’incipit di un autore cinese e scatterà qualcosa. È uno sforzo che non facciamo mai perché siamo convinti di sapere già cosa c’è dietro quella copertina, invece ci sono mondi che non ci aspettiamo.”

I romanzi di Yu Hua godono di un grande successo internazionale. Qual è il segreto di un autore che riesce a parlare con la stessa forza sia al pubblico cinese che a quello occidentale?

I suoi romanzi sono un mondo in cui ti piace entrare e da cui non hai voglia di uscire: è uno scrittore trasversale, che piace agli anziani e ai giovani, agli uomini e alle donne, ai cinesi e agli occidentali, magari per motivi tra loro molto diversi. Il segreto risiede nella sua capacità di tessere narrazioni apparentemente semplici, popolate da personaggi lineari, ma animate da una profonda tensione emotiva. La sua scrittura non si perde in intellettualismi o psicologismi: sono i gesti e le azioni dei protagonisti a parlare, la loro traiettoria umana. Yu Hua possiede il raro dono di arrivare direttamente "alla pancia" del lettore, alternando con naturalezza situazioni tragiche a momenti di comicità liberatoria. La sua semplicità nasconde una forza incredibile nel comunicare sentimenti, nell’entrare in contatto con l’altro da sé. Queste caratteristiche rendono le sue storie universali e permettono anche ai lettori di culture distanti fra loro di immedesimarsi nei suoi personaggi. In Cina i suoi libri hanno sempre tirature record e sono “long sellers”, ovvero rimangono in classifica a distanza di anni. Più volte è stato candidato al Nobel. Una cosa che piace molto ai lettori occidentali è che non tace su ciò che non va in Cina.

Yu Hua è un autore ironico e spesso critico verso il sistema cinese. Come spiega il suo successo editoriale in un Paese in cui vige un controllo culturale piuttosto stretto?

La Cina è un osservatorio stratosferico su tutto: sul futuro, sul passato; è un mondo vivacissimo, ma noi non ce ne rendiamo conto. Ci sono molte contraddizioni, ma possono rivelarsi anche contrasti vivificanti: è un ecosistema complesso, non riducibile entro facili catalogazioni. Yu Hua considera il suo Paese un osservatorio privilegiato: in pochi decenni ha vissuto mutamenti sociali ed economici che in Europa hanno richiesto secoli, passando dal trauma della Rivoluzione Culturale all'ipercapitalismo degli anni Duemila. Questa transizione frenetica offre un’inesauribile materia letteraria.

La censura agisce in modo differenziato: se il controllo è rigidissimo sul cinema, la narrativa gode di maggiori spazi espressivi, anche perché viene tradizionalmente percepita come opera della fantasia, quasi un’invenzione speculativa e poi, come ricorda lui sarcastico: “io sfuggo la censura perché i funzionari sono ignoranti e i libri non li leggono”. Yu Hua riserva le sue riflessioni politiche più esplicite alla saggistica che pubblica a Taiwan, ma che circola clandestinamente anche tra i lettori della Cina continentale.

Com’è cambiato nel tempo il suo stile di scrittura?

La sua prima produzione risale a fine anni Ottanta, primi anni Novanta e in quella fase aveva ancora uno stile acerbo, se vogliamo, ma di avanguardia, di sperimentazione linguistica: una rappresentazione onirica e crudele, senza veli, degli orrori della rivoluzione culturale. Erano soprattutto racconti, piccoli capolavori in cui si sentivano già il genio dell’autore e il luccichio dell’umano. Nelle opere successive è passato dalla letteratura breve al romanzo e ha via via messo a punto quel suo stile inconfondibile, fatto di una lingua semplice, di immagini indimenticabili, di cura del dettaglio e di continua alternanza tra umanità, ironia, sarcasmo, passione, tragedia: uno stile che sollecita l’emotività del lettore più che la sua mente. Lo contraddistingue anche la capacità di non fossilizzarsi: se nelle sue prime opere si scorge l’ombra lunga e bruciante della Rivoluzione culturale, come in Brothers, negli anni successivi l’attenzione si rivolge ai grandi passi che sta facendo la Cina, diventata potenza economica e politica, ma sempre mantenendo quel suo sapore autentico, di vicinanza al lettore, alla vita. Yu Hua descrive molto bene lo spirito del popolo cinese, con la sua straordinaria capacità di adattarsi sempre alle situazioni. Ha scritto romanzi che praticamente mappano la storia recente della Cina: da titoli come La città che non c’è, che racconta vicende dei primi del Novecento, fino all’ultimo romanzo ambientato nel 2025, nella più viva contemporaneità. Quest’ultimo è ancora inedito in italiano, ma potrebbe essere tradotto come Il ghigno di Lu Keming; si osserva un’ulteriore evoluzione del suo stile: si rifà a un genere letterario dalle origini antiche e molto apprezzato in Cina: quello della biografia. Mantiene l’ironia, ma elimina la tragedia: i suoi tratti sono la velocità, la risata continua, quasi compulsiva, l’egoismo spicciolo dei protagonisti, che da un lato invitano a ridere, ma dall’altro alla fine ti lasciano con un grande senso di vuoto. In altre parole, utilizza il linguaggio del consumismo per raccontare l’oggi in letteratura: io lo trovo geniale.