valentina volpe andreazza, mezzosoprano in concerto

La musica per il dialogo tra popoli e culture, l’impegno di Valentina Volpe Andreazza

Ha taggato @unimib nelle sue storie di Instagram e, incuriositi, le abbiamo chiesto informazioni circa i suoi studi. «Ho avuto la pazza idea di iscrivermi alla laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche e mi piace tantissimo!»: in questa frase sono racchiusi l’energia e l’entusiasmo di Valentina Volpe Andreazza.
Iscriversi a un corso di laurea non è di per sé una pazzia ma farlo contestualmente agli impegni di Valentina potrebbe rivelarsi quantomeno faticoso: affermata cantante lirica, già laureata in Scienze politiche, si divide tra Milano e Bruxelles.
A Milano collabora con l’Accademia del Teatro alla Scala come direttrice del coro delle voci bianche nell’ambito del progetto “Un Coro in Città”, mentre a Bruxelles collabora con le Istituzioni europee nell’ambito della diplomazia culturale. È infatti fondatrice di “Music4Diplomacy”, un progetto che usa la musica come strumento di dialogo pacifico tra i popoli e le culture.
Valentina, in che modo la musica può aiutare a superare le differenze tra popoli?
La musica connette le persone attraverso un linguaggio diverso, non verbale, quello delle emozioni. È il dialogo tra culture diverse che va incoraggiato. "L'armonia è equilibrio di contrasti" recita Benigni nel raccontare l'Inferno di Dante. Si pensi ad un coro polifonico che canta a più voci che seguono linee musicali diverse. Quei contrasti, sapientemente intrecciati dalla penna del compositore, creano una magia, ascoltati nel loro insieme. Perché questo accada ogni voce deve conoscere alla perfezione la sua parte, così da poter raggiungere un fine superiore. Dobbiamo conoscere noi stessi per entrare in contatto con l'altro, con la cultura diversa dalla nostra, dobbiamo approfondire e ricercare quelle che sono le nostre radici culturali. La musica è per me lo strumento ideale per riscoprire tutto questo. Le differenze non vanno superate ma scoperte e confrontate: è questo il vero arricchimento. 
In questo periodo l’umanità pare più che mai accomunata dalla tragedia della pandemia. Quale può essere il contributo della musica in un momento difficile come questo?
Come abbiamo visto la musica è stata la forma attraverso la quale, in un clima di novità e spaesamento, gli italiani e poi il resto del mondo hanno reagito cantando dai balconi. La musica è arrivata in soccorso all'uomo, privato della sua socialità endemica e della sua libertà di movimento, rinchiuso nella sua casa, allontanato dalla sua affettività naturale e dal contatto fisico. La musica si è rivelata, nuovamente, una cura per l'anima e la psiche in un periodo in cui il corpo deve ancora uscire da questi momenti di fragilità e incertezza.
Cosa ti ha spinto a continuare gli studi nonostante i tuoi numerosi impegni? E perché hai scelto Milano-Bicocca?
La passione per la conoscenza ed il mio desiderio di formazione permanente. Il sentirsi ogni giorno curiosi di imparare qualcosa di nuovo, è il sentimento che accompagna il mio quotidiano. Negli ultimi anni ho capito che nei contenuti dei miei concerti c'era la ricerca dell'uomo e delle sue tradizioni culturali. Ecco che cosa mi affascina. Per preparare uno dei miei ultimi concerti, per esempio, ho preso spunto da vari saggi di antropologia culturale, dedicati ai popoli e tradizioni del Mediterraneo. Desideravo raccontare e ricordare quanto la cultura europea sia debitrice alla cultura mediterranea. Ho sviluppato così, assieme al "milanese" Abdo Buda Marconi Trio, il concerto "Sulle Tracce di Europa", che racconta di atmosfere e musiche dei Popoli del Mediterraneo, partendo dal Libano, da dove proveniva la mitologica principessa fenicia che diede il nome al nostro continente.
Ho scelto l'Università Milano-Bicocca grazie al consiglio di un mio professore dell'Accademia del Teatro alla Scala. Dopo le sue meravigliose lezioni di pedagogia tra i leggii e i costumi, in Accademia, durante il corso in Direzione di coro di voci bianche, desideravo, incuriosita, continuare anche lo studio della pedagogia e delle scienze dell'uomo, ovvero l'antropologia. Lavorando, nel contempo, a stretto contatto con i bambini del progetto dell'Accademia Teatro alla Scala "un coro in città", sostenuto da Fondazione TIM, mi si è aperto un mondo meraviglioso, quello dell'infanzia, che conservo nel mio cuore da sempre.
Com’è lavorare coi bambini di “un coro in città”?
È un'opportunità meravigliosa, soprattutto in questo periodo difficile nel quale far musica a distanza è un'impresa mai pensata prima (almeno nella portata). Stare con i bambini vuol dire riscoprire tutto da capo ed è com'è se imparassi nuovamente anch'io, con loro. L'importante è non dare mai per scontato nulla.
Lo scopo del progetto è l'inclusione sociale. Infatti il progetto nasce dal desiderio di far avvicinare i bambini delle scuole primarie delle periferie milanesi, al mondo del Teatro alla Scala con la speranza di poterci esibire in un concerto finale, sul palcoscenico di uno dei Teatri più importanti al mondo. 
Cantare in un coro insegna la disciplina, il lavoro di squadra, dove a vincere e a predominare sull’altro non è il singolo, ma sono la complicità e l’impegno di tutti per un fine comune: cantare come un’unica grande voce, uniti nella diversità, come recita il motto dell’Unione Europea.
Quali sono i prossimi progetti che realizzerai?
Desidero continuare ad approfondire il campo dell'Educational e dei miei concerti tematici, legati al mio progetto di sempre "Music4Diplomacy", con il quale porto la musica anche tra i palazzi delle Istituzioni Europee, a Bruxelles, durante le conferenze diplomatiche. Grazie ai miei studi di antropologia vorrò fare dei miei contenuti la mia luce nelle tenebre dell'incertezza e della complessità del nostro mondo, per fare sì che i rapporti umani diventino, attraverso la musica, da groviglio di menti a sodalizio di cuori.
 

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