I numeri e noi: una relazione biunivoca - Bnews I numeri e noi: una relazione biunivoca

I numeri e noi: una relazione biunivoca

I numeri e noi: una relazione biunivoca
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Luisa Girelli, docente di neuropsicologia dello sviluppo, ha appena pubblicato un libro che, attraverso lo sguardo indiretto di un bambino, racconta il rapporto caleidoscopico che abbiamo con i numeri e con ciò che rappresentano.

Che posto occupano i numeri nella nostra psiche?

Luisa Girelli
Luisa Girelli

È ormai riconosciuto che i numeri permeano profondamente la nostra storia, sia quella specie-specifica, sia quella individuale, agendo come fondamento della nostra organizzazione cognitiva e sociale. Se il cervello umano è cablato alla nascita per percepire e rappresentare informazioni quantitative, come dimostrano gli studi condotti su neonati di pochi giorni di vita, è perché questa competenza ha un valore adattivo per la specie umana (come per molte altre filogeneticamente più antiche). Come neuropsicologa dello sviluppo, la mia attenzione è prevalentemente rivolta a comprendere come, partendo da questa precoce predisposizione alla quantificazione, si sviluppino in età prescolare e scolare, le abilità numeriche e di calcolo. Rispetto al passato, siamo molto più consapevoli della molteplicità di fattori biologici e culturali che influenzano questo processo, permettendoci di comprendere meglio l’origine della grande variabilità interindividuale con cui le abilità di calcolo si manifestano e aiutandoci a riconoscere quando le fatiche persistenti nell’apprendimento sono determinate da un vero e proprio disturbo. Quello che siamo meno inclini a riconoscere è che una delle sfide più grandi per un bambino che sperimenta il mondo dei numeri è comprendere che lo stesso numero può assumere significati molto diversi a seconda del contesto in cui viene utilizzato. Un numero naturale esprime, per tutti, in primis una quantità, ossia un valore cardinale che ne rappresenta il significato matematico. Ma l’esperienza quotidiana ci insegna che i numeri sono pervasivi nella nostra vita, per differenziare, informare e organizzare il mondo che ci circonda e, in alcuni casi, il loro valore simbolico trascende quello cardinale. Il dieci, in questo, è iconico.

Come mai il 10 è così importante?

Tutto il nostro universo culturale ha come parametro di misura, di valutazione e di regolazione il sistema decimale. È il codice dominante, anche se non l’unico, come dimostra, ad esempio, la persistenza del sistema a base 60 nella misurazione del tempo o degli angoli. Se il sistema decimale si è imposto, è anche perché porta con sé un “benefit” d’uso: in tutte le culture i bambini cominciano a contare sulle dita delle mani che, guarda caso, sono proprio dieci e, come ci mostrano molte ricerche nell’ambito delle neuroscienze cognitive, quante più esperienze sensoriali associamo a un concetto, più radici questo mette nella nostra mente. Il conteggio sulle mani sostiene spesso le prime scoperte di combinare i numeri per trasformarli in somme e sottrazioni. Anche in questo caso il dieci è un utile confine: è il numero degli amici, quelli che, combinati tra loro, danno sempre lui come somma. Dieci è il primo numero intero a due cifre, ed è così ricorrente e rappresentativo da meritare un termine specifico: la decina. Ma ciò che lo rende speciale è che spesso non è scelto per il valore che ha, bensì per ciò che rappresenta. È il miglior voto a scuola, il numero delle regole e la base di ogni cosa. È il compleanno più ambito per tutti i bambini e, per uno scherzo del destino, è il numero di maglia da calcio che più ci fa sognare.

Parlando di valenze simboliche sembra che la matematica, più di altre discipline, sia vittima di un particolare stigma culturale

In letteratura è noto da tempo che la matematica paghi lo scotto di un’immagine pubblica negativa, come una disciplina fredda, difficile e astratta. I falsi miti che la riguardano sono molti ed estremamente diffusi, oltre ad essere alimentati da una comunicazione mediatica in cerca di semplificazioni della realtà sociale e di conferme rassicuranti. Ad esempio, molti sono convinti che essere bravi in matematica sia un po' sinonimo di essere intelligenti, che tale bravura sia espressione di un talento innato, prevalente nel genere maschile, soprattutto se si tratta di individui poco socievoli! E per rincarare la dose, cavalcando l’onda del disagio evocato dall’esperienza scolastica con questa disciplina, i ricercatori modellizzano, misurano e identificano i correlati neurali dell’“ansia della matematica”, un costrutto che continua a riscuotere enorme interesse, senza dedicare altrettanta attenzione a come prevenirla. Il monito, per noi ricercatori, è di resistere alla tentazione di perseguire linee di ricerca accattivanti e altamente comunicabili, che però alimentano proprio quei falsi miti che vorrebbero combattere.

Si può dire che parte della responsabilità è dovuta anche a come si insegna la matematica a scuola?

Non ho competenze specifiche per parlare di didattica della matematica, ma so bene quanta attenzione ci sia, da parte di chi se ne occupa, verso lo sviluppo di metodologie e pratiche d’aula efficaci che favoriscano i processi di apprendimento in questa disciplina. È indubbio che alcune caratteristiche possono rendere la matematica più a rischio rispetto ad altre materie scolastiche: è una disciplina cumulativa, composita e, soprattutto nella scuola primaria, non sempre chi la insegna è pienamente a suo agio nel farlo. Quello che sappiamo per certo è che l’apprendimento e l’insegnamento sono processi sociali, basati sull’interazione e influenzati da fattori comunicativi, emotivi e motivazionali. È esperienza diretta di ognuno di noi, oltre che dimostrato da ricerche sul campo, che gli insegnamenti più facilmente acquisiti siano quelli che ci sono stati trasmessi da qualcuno appassionato di ciò che insegnava e, soprattutto, interessato e attento a relazionarsi con noi. Questi presupposti non sono sufficienti, ma sono sicuramente necessari, per rendere coinvolgente anche la materia più ostica.