Abbiamo chiesto al professor Paolo Bonfanti, Direttore della Struttura complessa di malattie infettive dell’ospedale San Gerardo, se ci siano dei rischi legati alla possibile diffusione del virus riscontrato su alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius.
Professore, quanto è pericoloso e quanto è nuovo l’Hantavirus di cui si sta parlando?
Faccio una premessa: gli Hantavirus sono una famiglia di virus, non un singolo virus. Quello di cui stiamo parlando oggi è un sottotipo che si chiama Andes - e non per caso - perché è originario e vive in roditori presenti in Sudamerica. È un virus già conosciuto nel senso che ha causato alcune epidemie sia in Argentina che in Cile qualche decennio fa. Da quelle epidemie sappiamo che ha alcune caratteristiche: la prima è la potenzialità di trasmettersi da uomo a uomo, che gli altri Hantavirus non hanno, anche se comunque non con facilità. L’Andes causa una forma di infezione polmonare, pertanto la via di trasmissione è in genere un contatto stretto per via aerea. L’altra cosa che sappiamo è che ha una letalità elevata, può arrivare al 30% dei soggetti infettati: più o meno si può dire che questa proporzione sia stata rispettata anche nei casi verificatisi a bordo della crociera, perché le persone infettate sono 11 e ne sono morte 3.
Quindi possiamo stare relativamente tranquilli?
C’è molto clamore mediatico intorno alla vicenda, che però va ridimensionato perché l’infezione si è verificata in condizioni molto particolari, all’interno di una nave, con turisti che poi sono ritornati al luogo d’origine. Questo fa pensare a un’epidemia che si possa diffondere in tutto il mondo, in realtà, la sua diffusione è proprio legata alle modalità particolari con cui si è verificato il contagio. In questo momento abbiamo 11 casi sospetti su 140 passeggeri della crociera, quindi non stiamo parlando di una malattia altamente contagiosa. Per avere un ordine di paragone, basti ricordare il caso della Princess Diamond, una nave da crociera giapponese che agli inizi della pandemia da Covid19 era stata tenuta in rada quando si è accertato il primo caso. Nel giro di poche settimane il 70-80% di tutti quelli che erano a bordo sono risultati contagiati. In questa crociera, invece, pur in presenza di comportamenti promiscui, perché all’inizio non si sapeva della presenza del virus, i casi sono 11 su 140. Quindi certamente è una malattia molto pericolosa, letale, ma che fortunatamente ha una contagiosità molto inferiore rispetto al Covid. In questo momento le persone sono state tutte identificate e sono in quarantena, quindi difficilmente si propagherà altrove.
E rispetto al possibile insorgere di varianti più aggressive?
La malattia ha il suo serbatoio in Argentina e i rischi per l’Italia sono bassissimi. Direi che al momento non sono ipotizzabili delle varianti più contagiose, perché è già stato sequenziato il virus ed è identico al virus delle precedenti epidemie argentine di alcuni decenni or sono.
Parlando più in generale di future epidemie o pandemie, si può dire che oggi siamo più preparati di prima?
Sì, io penso di sì. Ne abbiamo avuto una piccola prova di recente anche qui all’ospedale San Gerardo: abbiamo ricoverato un caso di influenza aviaria, quindi un’infezione che dal pollo si è trasmessa all’uomo. Facendo le analisi siamo stati in grado di identificarlo e questo è avvenuto perché sono cambiati i protocolli sanitari. Inizialmente ci siamo accorti solo che il paziente aveva l’influenza, che dal punto di vista sintomatico non differisce in modo significativo dall’aviaria. Oggi però, a differenza del passato, tutti gli ospedali hanno l’obbligo di tipizzare quell’influenza, ed essendoci accorti che non apparteneva ai ceppi influenzali classici, è stato mandato al laboratorio che faceva i test sull’aviaria. Sull’aviaria c’è un’attenzione particolare perché un’eventuale nuova pandemia potrebbe essere di un ceppo aviario. Oggi viene svolta una sorveglianza sulle acque reflue, sulle sindromi respiratorie in pronto soccorso, per cui se ci fossero delle anomalie in termini statistici ce ne accorgeremmo. I sistemi di sorveglianza sono molto aumentati. Abbiamo dei protocolli di comportamento che sono stati standardizzati, quindi non dico che il rischio sia a zero, ma nel caso di un nuovo evento pandemico - che molto probabilmente sarebbe una malattia respiratoria perché sono quelle che si trasmettono più facilmente - abbiamo molto più di prima gli strumenti per identificarlo rapidamente.