Disastri naturali, il vero rischio nasce dove la natura incontra le fragilità umane. In dialogo con Alessandro Tibaldi - Bnews Disastri naturali, il vero rischio nasce dove la natura incontra le fragilità umane. In dialogo con Alessandro Tibaldi

Disastri naturali, il vero rischio nasce dove la natura incontra le fragilità umane. In dialogo con Alessandro Tibaldi

Disastri naturali, il vero rischio nasce dove la natura incontra le fragilità umane. In dialogo con Alessandro Tibaldi
Tornado

Non basta osservare la forza della natura per capire perché un evento estremo si trasformi in catastrofe. A pesare sono anche la vulnerabilità dei territori, le scelte urbanistiche, la qualità delle costruzioni, la prevenzione e il modo in cui il rischio viene raccontato. È su questo intreccio tra scienza, società e comunicazione che si concentra oggi una riflessione sempre più urgente, particolarmente rilevante per l’Italia, tra i Paesi europei più esposti a terremoti, dissesto idrogeologico e altri fenomeni estremi. Un tema affrontato anche nel volume Terra senza tregua, di Alessandro Tibaldi, docente di geologia strutturale e vulcanotettonica del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra DISAT del nostro ateneo, e di Federico Pasquarè Mariotto, geologo presso l’Università dell’Insubria.

Alessandro Tibaldi

Professor Tibaldi, qual è il messaggio principale che Terra senza tregua vuole comunicare ai lettori?

Quando si parla di disastri naturali, è fondamentale chiarire che l’evento in sé, terremoto, alluvione o eruzione, rappresenta solo una parte del problema. Il rischio nasce dall’interazione tra pericolosità naturale, vulnerabilità e danno atteso.

Due eventi identici possono avere conseguenze completamente diverse a seconda del contesto umano e territoriale. Un terremoto di media intensità, ad esempio, può causare pochi danni in un’area con edifici antisismici, mentre può trasformarsi in una tragedia in contesti urbanisticamente fragili.

La vulnerabilità dipende da fattori sociali, economici e infrastrutturali: la qualità delle costruzioni, la densità abitativa, la preparazione della popolazione. In questo senso, i disastri non sono mai completamente “naturali”, ma sono spesso amplificati da scelte umane. Comprendere questo aspetto è essenziale, perché sposta l’attenzione dalla fatalità alla responsabilità, rendendo evidente che molte conseguenze possono essere ridotte attraverso la prevenzione e la pianificazione.

Qual è la situazione in Italia?

L’Italia presenta una combinazione particolarmente complessa di rischi naturali: sismico, idrogeologico e vulcanico.

Le principali fragilità risiedono nel modo in cui il territorio è stato occupato e trasformato nel tempo. Milioni di persone vivono in aree esposte a pericoli naturali, spesso a causa di un’urbanizzazione poco attenta alla “vocazione naturale” dei territori.

Tra le criticità più evidenti vi sono la qualità non sempre adeguata del patrimonio edilizio, soprattutto nei centri storici, la cementificazione diffusa, l’occupazione di aree a rischio idrogeologico e la scarsa manutenzione del territorio.

A ciò si aggiunge una pianificazione urbanistica non sempre coerente con le conoscenze geologiche disponibili. Anche l’elevata densità abitativa in prossimità di vulcani attivi, come il Vesuvio, rappresenta un fattore di rischio significativo.

A incidere maggiormente non è la pericolosità naturale in sé, ma la vulnerabilità costruita nel tempo dalle attività umane a continuare ad amplificare gli effetti di questi fenomeni.

Nel dibattito pubblico la prevenzione resta spesso in secondo piano rispetto all’emergenza. Perché succede?

La difficoltà nel costruire una vera cultura del rischio deriva da diversi fattori, sia psicologici sia sociali.

Gli esseri umani tendono a percepire i disastri come eventi lontani nel tempo e nello spazio, sviluppando una forma di fatalismo che riduce la propensione alla prevenzione. Inoltre, i tempi di ritorno di molti eventi naturali sono molto lunghi: quando una generazione non ha esperienza diretta di una catastrofe, tende a sottovalutarne la possibilità.

Sul piano politico e mediatico, l’attenzione si concentra spesso sull’emergenza, perché è più visibile e immediata, mentre la prevenzione richiede investimenti continui e produce risultati meno spettacolari. Anche la complessità scientifica del tema rende difficile comunicarlo efficacemente al grande pubblico. Ne deriva una cultura più reattiva che preventiva, in cui si interviene dopo il disastro anziché prima. Superare questa dinamica richiede educazione, pianificazione di lungo periodo e una comunicazione più efficace e costante.

Con il cambiamento climatico , in che modo stanno cambiando il quadro dei rischi e la percezione che ne abbiamo?

Il cambiamento climatico sta modificando profondamente il quadro dei rischi, introducendo una componente in cui la responsabilità umana è molto più diretta rispetto ai rischi geologici. L’alterazione degli equilibri atmosferici, dovuta soprattutto alle emissioni di gas serra, sta aumentando la frequenza e l’intensità degli eventi estremi.

Fenomeni come alluvioni, ondate di calore, tempeste e cicloni diventano più intensi e imprevedibili, ampliando le aree esposte al rischio. Questo cambia anche la percezione pubblica: mentre i terremoti restano eventi improvvisi e inevitabili, i rischi climatici sono sempre più percepiti come conseguenza delle attività umane.

Tuttavia, la percezione non sempre si traduce in consapevolezza operativa: spesso si alternano allarmismo e sottovalutazione. Il cambiamento climatico rende quindi il sistema dei rischi più complesso e interconnesso, richiedendo strategie integrate che combinino mitigazione, adattamento e una maggiore consapevolezza collettiva.

Quale dovrebbe essere oggi il ruolo della comunicazione scientifica e del giornalismo?

In un contesto dominato da social media e informazione continua, il ruolo della comunicazione scientifica diventa cruciale.

La diffusione di informazioni non verificate può generare panico e disinformazione, soprattutto in situazioni di emergenza.

La comunicazione scientifica dovrebbe quindi svolgere una funzione di mediazione tra conoscenza specialistica e pubblico, rendendo accessibili concetti complessi senza distorcerli. Anche il giornalismo ha una grande responsabilità: invece di privilegiare il sensazionalismo, dovrebbe contribuire a costruire una corretta percezione del rischio.

Un’informazione efficace non si limita a raccontare il disastro, ma spiega cause, probabilità e comportamenti da adottare. Inoltre, è fondamentale contrastare le fake news, che trovano terreno fertile nell’ignoranza dei fenomeni naturali. Comunicazione e informazione devono diventare strumenti di prevenzione, capaci di aumentare la consapevolezza e ridurre la vulnerabilità della società.