Recentemente a Milano l’Istituto Comprensivo Simona Giorgi - come quasi un centinaio di altre scuole in Italia - si è incamminato sulla strada di una metodologia didattica che, per brevità, viene definita “modello finlandese”. Guidati dalla professoressa Elisabetta Nigris (Dipartimento di scienze umane per la formazione), che fa parte del comitato scientifico incaricato di monitorarne l’adozione, cerchiamo di capire in cosa consiste.
Come si caratterizza il “metodo finlandese”?
In realtà non è un metodo, è più corretto parlare di un approccio. In particolare, è un approccio che si richiama alla riforma di un sistema scolastico che è stata portata avanti in Finlandia a partire da una ventina di anni fa o poco più. Il ministero aveva preso atto del fatto che gli studenti finlandesi non avevano buoni risultati nelle prove internazionali, e ha deciso di promuovere una riforma che doveva attuarsi in un arco temporale ampio. Oggi prendiamo spunto da un sistema scolastico che ha dato effettivamente ottimi risultati da tutti i punti di vista, sia del benessere degli studenti che dei risultati, ma è stato costruito nel tempo attraverso un percorso di formazione degli insegnanti lungo, intenso e strutturato. Il primo fondamento, quindi, è partire dalla professionalità e dalla valorizzazione degli insegnanti, che diventano agenti consapevoli del cambiamento.
Come ha fatto il ministero a ottenere un cambiamento così radicale?
Il ministro ha incaricato un team di esperti di verificare quali indicazioni la ricerca psicopedagogica e didattica offriva, e la ricerca indica da almeno trent’anni, grazie ad analisi longitudinali effettuate in vari paesi del mondo, quali sono le strategie e i parametri più importanti.
Uno di questi indicatori è sicuramente la relazione insegnante/studente, quindi il clima relazionale, la fiducia reciproca, l’empatia e la comunicazione; un altro aspetto è la chiarezza degli obiettivi didattici, che implica la capacità dell’insegnante di dare un feedback agli studenti su quello che hanno imparato e quello che non hanno imparato, un modello che ribalta completamente la teoria del voto, ovvero l’idea che un giudizio sintetico, numerico o verbale che sia, possa stimolare ad apprendere meglio.
Osservare i fenomeni della natura, calcolare quantità, saper comprendere un testo, analizzare le fonti storiche sono tutti obiettivi che non guardano solo al contenuto, al quanto si impara, ma a processi cognitivi di elaborazione di quei contenuti. Quindi c’è un salto di qualità nel mandato della scuola che va verso l’apprendimento per competenze non tanto in termini lavorativi (magari anche), ma soprattutto in termini di capacità cognitive di muoversi in modo autonomo nel mondo per conoscerlo, analizzarlo e fare delle scelte. Del resto, è lo stesso mandato che in Italia le Indicazioni nazionali del 2012 avevano fissato. Quello che è mancato in Italia è un programma a lunga scadenza di formazione degli insegnanti, organico, strutturato e obbligatorio per tutti per andare in modo deciso in questa direzione.
Lei ha visitato alcune scuole in Finlandia, che cosa l’ha colpita di più?
Quello che più mi è rimasto impresso non sono state tanto le attività innovative o gli strumenti che avevano a disposizione, che in fondo potremmo trovare anche in alcune scuole italiane particolarmente all’avanguardia, ma l’idea che gli studenti e le studentesse possano imparare in modo autonomo, muoversi in modo autonomo nella scuola, che gli si possa dare fiducia e che ce la possano fare; questo significa credere che non ci vogliano imbrogliare, che non facciano disastri, non perdano tempo: certo c’è questo pericolo, ma se la scuola si fonda sulla fiducia e monitora in modo rigoroso, scientifico quello che succede, il processo produrrà apprendimento e sviluppo di capacità autonome, questo ci dice la ricerca e questo è quello che effettivamente è successo nelle scuole finlandesi.
È, se vogliamo dir così, una rivoluzione copernicana rispetto ad un apprendimento più meccanico, più esecutivo ancora molto diffuso in Italia, che corrisponde e gratifica gli studenti diligenti che poi non sempre mostrano di aver acquisito competenza e che, addirittura, a volte può anche penalizzare gli studenti più dotati, perché è troppo meccanico, uniforme, noioso. L’essere responsabile del tuo apprendimento, non sotto il ricatto del voto, significa che divento capace di auto-regolarmi verificando cosa funziona e modificando cosa non funziona per ottenere risultati migliori. Questo succede fin dai gradi inferiori, anzi in modo particolare dai gradi inferiori: i bambini più piccoli sono molto responsabili, a volte è più difficile con gli adolescenti per le caratteristiche dell’età. In Finlandia però l’autonomia viene promossa dai gradi più bassi fino a coprire anche e soprattutto i gradi più alti della scuola
Si può dire che questo tipo di approccio si stia estendendo in Italia?
Sì, certo, la rete di scuole finlandesi in Italia si sta allargando e strutturando. La capofila è l’Istituto Omnicomprensivo Statale “Della Rovere” di Urbania, diretto dalla dottoressa Antonella Accili, e oggi questa rete dispone di un Comitato scientifico promosso dalla casa editrice Sanoma, da due atenei, l’Università di Milano-Bicocca e l’Università di Reggio Emilia e da Fondazione San Paolo. Attraverso questo comitato scientifico, di cui sono rappresentante per il nostro ateneo, monitoriamo l’adozione del modello per capire qual è il percorso che può garantire una maggiore efficacia. Non ci sono ricette precostituite, solo delle coordinate pedagogiche generali - fra cui la compattazione oraria, il passaggio da un insegnamento di tipo unicamente frontale ad un insegnamento di tipo più laboratoriale e con attività di gruppo, una valutazione formativa che sostituisce quella sommativa e sintetica, e infine l’interdisciplinarità.