pandemic fatigue

Ti senti troppo stanco? Forse si tratta di pandemic fatigue

«Lavorare, andare per negozi, qualunque attività consueta ormai richiede nuove regole e protocolli, in costante aggiornamento e modifica. Tutto questo, comporta da parte nostra un intenso controllo cognitivo per programmare nuove attività, in modi che non ci risultano familiari. Anche in ambito domestico, il necessario approccio multitasking - dividendo la nostra attenzione tra lavoro in remoto, cura dei figli, oltre al timore di contrarre comunque la malattia - ci lascia con una sensazione sconfortante di inefficacia dei nostri sforzi.» Così Giuseppe Carrà, medico psichiatra di Milano-Bicocca, inquadra il tema della “pandemic fatigue”, per poi aiutarci a capir meglio cos’è e come si manifesta, fino a proporci alcuni consigli per vincerla.

Di cosa si tratta, professore?

La pandemic fatigue è una condizione di “impotenza appresa” attraverso le esperienze dell’ultimo anno. Questa è la definizione corrente ma anche scientifica, descritta sin dal primo lockdown dello scorso marzo, poi ripresa in occasione delle ulteriori restrizioni comportamentali resesi necessarie nelle successive ondate, ma allo stesso tempo anche invocata come motivo per allentare i vincoli al ridimensionarsi delle recrudescenze epidemiche.

Un senso di impotenza, quindi. Ma cosa lo provoca e come si manifesta?

Senza dubbio, la prima e principale causa è la perdurante incertezza circa le prospettive future individuali e collettive, che lascia la popolazione esausta e demoralizzata.
È il pensiero che qualunque norma e attenzione si segua, poco o nulla questo potrà influire sull’andamento della pandemia e sul destino delle nostre vite.
In questo modo, non individuando tra quelle familiari una strategia per comprendere, prevedere e modificare il futuro dei singoli e della collettività attraverso i nostri comportamenti, il senso di “controllo” delle nostre vite cui siamo abituati viene scalzato da un vissuto di ineluttabile imprevedibilità.

La pandemic fatigue chi colpisce di più?

L’impatto potenzialmente può aversi in modo variegato su tutte le fasce della popolazione. La vita durante la pandemia è stata saturata da molteplici compiti che prevedono sia l’esercizio di attività di controllo sia un’aumentata necessità di concentrazione, in una misura che ci lascia tutti esausti.

A quali segnali d’allarme dovremmo prestare attenzione, secondo lei?

Probabilmente quando cominciamo a percepire che i nostri sforzi in termini di cambiamenti comportamentali non si accompagnano a risultati visibili, questi sforzi cominciano ad apparirci troppo ardui da tollerare nel lungo termine e la nostra adesione alle indicazioni precauzionali comincia a ridursi: ecco questo può essere il passaggio critico in cui si insinua il rischio di sviluppare sentimenti di delusione, colpa, sconforto, sino a vere note depressive.

Cosa può fare ognuno di noi per reagire al meglio?

Le strategie individuali sono purtroppo complesse e certamente eterogenee. Un approccio potrebbe prevedere una rappresentazione mentale in cui cercare un nesso tra il rispetto personale delle restrizioni e i benefici che derivano alla comunità di cui anche il singolo fa parte, alla ricerca di un senso di auto-efficacia.
In sostanza sarebbe utile riconoscere, con consapevolezza autentica, il profondo impatto che la pandemia ha avuto sulle nostre vite e trovare modi significativi per coinvolgerci vicendevolmente, nel rispetto delle restrizioni, a favore dei singoli e delle reti relazionali e sociali di riferimento.

E quali azioni invece potrebbero metter in campo la società e le istituzioni?

La gestione della comunicazione durante la pandemia, con l’obiettivo di spiegare il senso delle misure restrittive in un modo trasparente e comprensibile, appare fondamentale per limitare i rischi della pandemic fatigue. E questo ancor più in virtù del fatto che è ormai chiaro che alcune delle decisioni assunte nello scorso anno non sono state – inevitabilmente- corrette. Bisogna innanzitutto indicare con chiarezza e precocemente degli obiettivi comuni da raggiungere. Inoltre, sarebbe opportuno riconoscere le molte cose della pandemia che ancora non conosciamo, dichiarandolo apertamente. Un approccio insomma non più paternalistico.
Da una parte credo infatti che non sia giusto aspettarsi per forza dalle istituzioni soluzioni perfette, in un contesto in cui i margini di rischio legati a qualunque decisione presa sono inevitabilmente ampi. Dall’altra, penso sarebbe meglio avere istituzioni che possano anche esprimere pubblicamente il proprio sincero rammarico per eventuali errori: questo potrebbe motivare il pubblico a persistere nei propri sforzi, non perdendo la speranza e soprattutto la fiducia.

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