Smartphone in classe: perché la chiave è un’educazione digitale concordata tra scuola, famiglie e istituzioni - Bnews
Smartphone in classe: perché la chiave è un’educazione digitale concordata tra scuola, famiglie e istituzioni
Educazione digitale

Opportunità in più o elemento di distrazione, se non causa di calo di rendimento scolastico e di malessere? L’uso del cellulare in classe è un tema molto dibattuto a diversi livelli: familiare, educativo e sociale.

Con Marco Gui, sociologo dei media e direttore del Centro di ricerca Benessere Digitale di Milano-Bicocca, affrontiamo questo argomento a ritroso, partendo dall’ultima nota ministeriale sul tema.

Il ministro dell'Istruzione e Merito, prof.Valditara, ha proposto il divieto dell'uso in classe degli smartphone. Lei cosa pensa di questa misura?

Alla luce delle evidenze di ricerca sul poter distrattivo dello smartphone, questo intervento del ministro è condivisibile nella sostanza. Tuttavia, non cambia nulla rispetto alle norme già presenti precedentemente. Il divieto all'uso dei cellulari durante le lezioni è in vigore dal 2007 e non è mai stato revocato. Ciò che è cambiata invece negli anni è la visione di questo strumento come potenziale ausilio alla didattica. Nel 2017 uscì infatti un decalogo all'uso dello smartphone per la didattica redatto da un gruppo di lavoro presso il Ministero, che dava un'interpretazione positiva delle opportunità che questo strumento può offrire alla scuola. Tuttavia, sia nel caso del decalogo del 2017 che in quest'ultima nota il divieto del 2007 resta valido.

L’intervento del ministro ha quindi sostanzialmente un valore simbolico, manifestando l'intenzione di fermezza di questo governo sui problemi che la presenza dello smartphone in classe può comportare. Il documento allegato alla nota, però, costituisce a mio parere un passo falso. Pur contenendo delle conclusioni condivisibili sulle misure che si potrebbero prendere per arginare l’uso problematico degli schermi, i toni usati nel testo sono troppo estremi ed apocalittici. Il risultato è quindi di passare da un'interpretazione unilateralmente positiva, quella del 2017, a una negativa, quella di oggi, lasciando nella sostanza immutata la norma del 2007. Il problema dello smartphone nelle scuole e in generale nella vita dei più giovani è complesso. Io sono a favore di misure che ne limitino l'utilizzo. Ma per fare in modo che tali misure siano comprese e condivise dalla comunità di chi educa occorre presentarle nella loro complessità e dando conto in maniera equilibrata delle evidenze della letteratura.

Tra educazione digitale e divieto all'utilizzo, quale via ritiene più efficace?

Ciò che manca nell’approccio del Ministero al tema smartphone è innanzitutto una differenziazione per fasce d’età. Un divieto generalizzato a livello nazionale può essere condivisibile nella primaria e secondaria di primo grado. Un divieto in questa fascia rafforzerebbe norme già esistenti, come quella del GDPR che vieta l'utilizzo autonomo delle piattaforme al di sotto dei 14 anni, e che sembra poco rispettata nella nostra società. Agganciandosi a questa norma, il divieto ne favorirebbe il rispetto. Occorrerebbe poi aprire una discussione anche sull’intervallo. Se il diritto del docente a impedire l’accesso agli smartphone durante la lezione è piuttosto condiviso, infatti, non altrettanto lo è il divieto di questo device durante le pause, nonostante i primi studi su tali misure mostrino in generale benefici significativi.

Ma dev’essere chiaro che l’utilità delle limitazioni è quella di creare una gradualità di accesso all’uso autonomo della rete, che apra a una sempre maggiore libertà dopo che si è fatta esperienza in ambiente protetto. Come avviene, del resto, per molte altre attività. Per questo, bambini/e e ragazzini/e, dovrebbero fare – con moderazione - esperienza con i media digitali, in ambienti offline oppure in rete con i genitori oppure in ambienti soggetti a filtri appropriati. La ricerca mostra chiaramente che un equilibrio tra limitazioni ed educazione, adeguato alla fascia d’età, è il modo migliore di intervenire.

Oltre a fornire consapevolezza su rischi e opportunità delle attività online, gli educatori devono considerare anche dimensioni emergenti che risultano fondamentali in un ambiente di connessione permanente, prima fra tutte l’educazione all’uso del tempo. Una ricerca del Centro “Benessere Digitale” di Milano-Bicocca, appena pubblicata su Computers&Education dimostra sperimentalmente i benefici di questo approccio sull’uso equilibrato dello smartphone.

Come gli adulti possono aiutare i figli in questo senso?

Ciò che manca ora è un contesto condiviso tra adulti in cui i messaggi provenienti da diversi ambienti sull’educazione digitale si rinforzino a vicenda. Negli ultimi anni si è registrata una tendenza alla precocizzazione dell'accesso autonomo alla rete, anche attraverso dispositivi personali dei bambini. Il Centro di Ricerca Benessere Digitale, alla luce della letteratura e delle istanze delle molte famiglie che incontriamo e ascoltiamo, ritiene che sia opportuno costruire insieme un accesso più graduale alla Rete per bambini e preadolescenti. Per fare questo occorre innanzitutto posticipare collettivamente l'accesso autonomo e nel frattempo potenziare l'educazione digitale dei bambini e delle famiglie. A questo scopo sono nati i patti digitali , un’iniziativa che vede Bicocca come capofila ma che coinvolge diverse associazioni e professionisti che lavorano in questo campo. Si tratta di un punto di riferimento per gruppi di genitori che nascono in maniera informale (ce ne sono già 8 formati e altri 10 in via di formazione) e che vogliono decidere insieme i tempi di arrivo di esperienze come lo smartphone personale o l’accesso ai social, nella convinzione che in questo campo le decisioni più efficaci sono quelle che coinvolgono tutta la comunità. La maggior parte dei gruppi ha deciso di non consegnare uno smartphone personale connesso in rete prima della seconda media e di rispettare insieme il limite dei 14 anni per i social. I gruppi favoriscono anche l'organizzazione di eventi formativi e di confronto tra famiglie. Alcuni di questi gruppi hanno anche costruito rapporti con le istituzioni locali e speriamo in futuro possano contribuire affinché queste istanze vengano anche tradotte in politiche specifiche e regolamentazione, a livello nazionale e sovranazionale.

Distinguiamo tra educatori e genitori: due ruoli diversi ma che devono agire insieme?

Si, un agire comune coerente è proprio ciò che serve ora. La ricerca mette in luce che i genitori in questo momento si sentono molto soli e confusi rispetto all'educazione digitale perché ricevono dall'esterno messaggi contraddittori. Alcuni esperti mettono in luce i rischi, soprattutto pediatri e medici, di un uso eccessivo delle tecnologie. Altri, soprattutto i pedagogisti, ne mettono in luce le opportunità. La scuola ha seguito soprattutto questi ultimi promuovendo in questi anni una grande diffusione delle tecnologie e anche richiedendo il loro utilizzo nei compiti a casa, con l’aspettativa in parte fondata di un miglioramento dei processi di apprendimento. Tuttavia, non ha considerato adeguatamente i problemi contestuali. Prendiamo il caso di un/a ragazzino/a di prima media che il pomeriggio deve svolgere compiti online assegnati dalla scuola. Magari stando a casa da solo/a perché i genitori sono al lavoro. Molte famiglie ritengono questo un problema, che non permette loro di costruire la gradualità di cui parlavo prima. E molta letteratura conferma i loro dubbi, mostrando che l’accesso autonomo e non controllato alla rete in pre-adolescenza comporta molte problematiche. Credo che sia urgente che la scuola e le famiglie trovino un punto di convergenza tra queste diverse istanze soppesando pro e contro della digitalizzazione precoce. Per questo motivo il Centro di Ricerca Benessere Digitale è promotore insieme al Comune di Milano, un’associazione di genitori (“Aspettando lo Smartphone”), Ufficio Scolastico, pediatri, polizia locale, ATS, Co.Re.Com, Garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza e altre importanti realtà della città, di un progetto per stendere delle raccomandazioni condivise per la città attraverso un processo partecipato. Si tratta di un’occasione di usare le opportunità del PNRR (il progetto MUSA nello specifico) per fare davvero un passo avanti insieme in questo campo.