Scoprire tutti i segreti del cervello: il sogno di Mattia, tra reparto e laboratorio

Grazie alla collaborazione tra tre atenei milanesi - Milano-Bicocca, Statale di Milano e Humanitas University - è nato Virgilio, il programma dedicato alla formazione degli studenti del corso di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e chirurgia che vogliono intraprendere la carriera del medico-ricercatore. Noi abbiamo intervistato Mattia Basile, studente al terzo anno di Medicina all’Università di Milano-Bicocca, che ha deciso di iscriversi al progetto per dedicarsi alle sue passioni: la ricerca e la cura del paziente.  
Mattia, perché hai scelto di partecipare al programma Virgilio?
Perché desidero ampliare i miei orizzonti in campo scientifico in un modo innovativo e concreto senza accettare le nozioni come paradigmi, ma cercando di andare sempre oltre.
Penso che questa iniziativa sia un buon modo per dare alla propria formazione medico-scientifica un’impronta più internazionale, fondata su scambi culturali e di collaborazione con università e laboratori di ricerca stranieri, rafforzando il concetto di quanto sia importante la collaborazione in ambito scientifico.
Cosa ti aspetti da questo programma di formazione?
Dal programma Virgilio mi aspetto grandi cose. Mi piacerebbe partecipare ad uno studio che porti ad una scoperta importante e, magari, riuscire a pubblicare la mia tesi di laurea sperimentale proprio su questo studio. Questo è uno dei miei sogni sin da quando ero bambino. Inoltre, credo che grazie a questa esperienza potrò avere più consapevolezza poter delineare al meglio il mio cammino professionale.
Quali sono i tuoi principali interessi di ricerca?
Il campo di ricerca che mi appassiona di più è senza dubbio quello delle neuroscienze. Le malattie neurodegenerative, i tumori del Sistema Nervoso Centrale e le neuropatie periferiche sono gli argomenti che più mi interessano e che vorrei approfondire anche dopo la mia laurea, magari con un dottorato in neuroscienze.
La complessità e la vastità del cervello umano mi hanno colpito sin dal primo anno di medicina e questa passione è sempre cresciuta; essendo la parte del corpo umano meno conosciuta è anche quella che offre la più vasta possibilità di ricerca.
Come si coniuga l’attività di laboratorio con la cura del paziente?
Penso che attività di laboratorio e cura del paziente facciano parte di una stessa catena il cui anello di congiunzione è rappresentato dalla curiosità e dalla voglia di andare oltre i propri limiti. Il principio della medicina traslazionale è proprio quello di partire dai problemi che emergono dalla quotidiana cura del paziente e per i quali non esiste una risposta soddisfacente e portarli in laboratorio, per cercare di trovare una risposta a livello molecolare. Questa è la direzione verso la quale si muove la medicina odierna, ovvero la medicina di precisione.
Il medico non deve lasciare il reparto o la sala operatoria per dedicare tutto il suo tempo alla ricerca, al contrario deve cercare di coniugare le due attività poiché complementari e necessarie per l’inquadramento del singolo quesito diagnostico che verrà portato in laboratorio per essere approfondito dal punto di vista prettamente biologico e molecolare. La soluzione per coniugare al meglio le due attività è la stretta collaborazione con i ricercatori a tempo pieno, i quali rappresentano dei punti di riferimento in laboratorio e, pertanto, insostituibili.
Per tutte queste ragioni penso che la figura del medico-ricercatore acquisirà sempre più importanza nei prossimi anni.
Cosa ti auguri per il tuo futuro professionale?
Il mio sogno da “grande” è essere un neurochirurgo. Mi piacerebbe, seguendo il principio della medicina traslazionale, portare in laboratorio i casi più particolari che mi capiterà di incontrare in sala operatoria. In questo modo si può personalizzare la cura del singolo paziente ed arrivare a cambiare la storia clinica di un paziente e di tutti quelli che verranno dopo di lui con qualche scoperta innovativa.
Ho preso ispirazione dal neuropatologo nigeriano Bennet Omalu che con il suo lavoro e la sua voglia di andare oltre i limiti della medicina ha scoperto la CTE (Chronic Traumatic Encelophaty), una malattia neurodegenerativa causata dalle concussioni cerebrali, molto frequente tra giocatori di football americano e pugili.
 

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