Perché la Generazione Z non vuole più guidare? - Bnews Perché la Generazione Z non vuole più guidare?

Perché la Generazione Z non vuole più guidare?

Perché la Generazione Z non vuole più guidare?
automobile

Secondo una recente inchiesta americana pubblicata sull’Economist e ripresa anche dal Washington Post, sono sempre più numerosi i giovani che si stanno disinnamorando dell’automobile.

In America nel 1997 il 62% dei diciottenni aveva la patente, mentre nel 2020 la percentuale è scesa al 47%. Anche in Italia si conferma lo stesso trend. Guardando i dati Aci/Istat infatti, nel 2011 erano più di un milione le automobili intestate agli under 25 italiani, mentre nel 2021 circa 590 mila (-43%).
Per capire meglio questo fenomeno, abbiamo incontrato il professor Matteo Colleoni, Delegato della Rettrice per la Sostenibilità e docente presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale di Bicocca.

Professor Colleoni, perché le nuove generazioni sono meno interessate all’automobile?
In effetti i dati italiani, come quelli statunitensi succitati, confermano che anche nel nostro Paese le più giovani generazioni sono intestatarie di un numero inferiore di autovetture e di patenti di guida. Le ricerche scientifiche realizzate sull’argomento sono tuttavia concordi nel dire che questo risultato trova spiegazione in una pluralità di motivi, tra i quali, ma non solo, la maggiore disaffezione all’automobile. Se si presta attenzione all’indicatore numero di patenti, questo va considerato in termini relativi (ovvero con attenzione al numero di patentati sul totale), al fine di tener conto di due variabili importanti: la diminuzione della consistenza della popolazione giovanile rispetto al passato e la riduzione storica della domanda di mobilità (che ha raggiunto i valori più elevati, come noto, durante la pandemia).
Tuttavia, anche con questa precauzione di lettura dei dati, abbiamo visto che c’è stata una contrazione della domanda di patenti tra i giovani.
Il secondo elemento da considerare è legato al fatto che rispetto al passato le generazioni più giovani vivono più a lungo in famiglia, e quindi possono usufruire più a lungo delle autovetture degli altri membri della famiglia. Una scelta che, come noto, da una parte rinvia alla tradizionale tendenza nazionale ad uscire di casa molto tardi e dall’altra alla poco favorevole congiuntura economica che si declina in più ritardati ingressi nel mercato del lavoro (e, conseguentemente, nell’avere un reddito che consenta di acquistare un’autovettura). C’è poi un'ulteriore variabile da considerare: oggi rispetto al passato l’acquisto e il mantenimento di un’autovettura sono molto più costosi, e il suo utilizzo è limitato dalle politiche urbane per una mobilità più sostenibile e meno auto-dipendente.

Com’è cambiato oggi nell’immaginario collettivo il bene-oggetto rappresentato dall’automobile?
I giovani di oggi si trovano in una condizione socio economica molto diversa rispetto al passato, con conseguenze dirette anche nelle scelte di consumo di beni ad elevato valore simbolico, oltre che economico, come quello delle autovetture.
Ciò porta l’attenzione sul carattere simbolico del bene.
Quando io ero un giovane studente, un nostro docente ci raccontava che l’Italia del miracolo economico faceva leva sulla struttura stabile della società delle cosiddette “tre M”: moglie/marito, mestiere e macchina. Più che un mezzo di trasporto, l’autovettura era allora un bene di consumo materiale e immateriale il cui possesso segnava l’ingresso nella società adulta del lavoro, della libertà e del progresso sociale.
Nonostante lo sforzo dell’industria automobilistica di dare alle autovetture di oggi una simbologia legata ai nuovi valori della transizione ecologica - il risparmio delle risorse, la riduzione dell’immissione di inquinanti e il passaggio alle nuove fonti energetiche – il valore simbolico del bene è decisamente diminuito. A mio parere anche perché, nonostante la crescente attenzione nei confronti dei nuovi valori della sostenibilità, i risultati in termini di effettivo cambiamento ecologico sono ancora modesti.

Quanto l’attenzione dei giovani alle tematiche ambientali è direttamente collegata al trend in calo delle patenti?
Le indagini sulle tematiche ambientali sono concordi nel dire che i giovani di oggi sono sempre più attenti all’ambiente e alla sostenibilità.
Temi ai quali un tempo veniva prestata scarsa attenzione - la qualità dell’aria, l’effetto serra, il deterioramento del paesaggio, la conservazione dei beni naturali - sono invece oggi considerati con crescente attenzione da parte delle nuove generazioni. Si tratta di risultati che offrono ulteriore conferma empirica sul cambiamento di valori delle generazioni recentemente protagoniste dei movimenti di pressione per l’applicazione, da parte delle amministrazioni pubbliche e del mondo produttivo, degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Al netto quindi delle considerazioni fatte sul peso delle altre variabili contestuali, sicuramente la maggiore attenzione dei giovani alle tematiche ambientali ha avuto l’esito di orientare i loro comportamenti di consumo verso beni diversi dall’autovettura privata. E infatti sono soprattutto giovani gli utenti dei servizi di mobilità condivisa. Esplicativi, tra gli altri motivi, del cambiamento di valori in direzione della condivisione piuttosto che del possesso del mezzo di trasporto. Così come sono rappresentative del mondo giovanile anche le numerose associazioni attive nel sistema della sharing economy e della sostenibilità di impresa.
La scelta di non possedere un’autovettura privata per un numero crescente di persone, in realtà non solo giovani, si colloca così in un più generale cambiamento di stile di vita che riguarda il modo di vivere, di lavorare e, appunto, di muoversi. Più attento che in passato alla valorizzazione e preservazione delle risorse locali e alla loro trasmissione alle generazioni future. Ritengo però che vi sia ancora molto lavoro da fare perché questo diventi patrimonio non solo di minoranze innovative ma di maggioranze consapevoli dei vantaggi personali e collettivi di questo cambiamento.

Secondo i dati Eurostat il 39,2 per cento della popolazione dell’Unione europea vive in città. Non c’è il rischio quindi che mentre le città evolvono verso una mobilità sempre più sostenibile, i centri periferici rimangano invece ancora dipendenti dall’automobile?
Nonostante la crescente attenzione al tema, nel nostro Paese la quota di mobilità sostenibile (con i mezzi pubblici e con le modalità attive, a piedi e in bicicletta) è purtroppo in diminuzione. Ne offrono evidenze empiriche sia i dati dell’Osservatorio Isfort sulla domanda di mobilità sia quelli dell’Osservatorio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sui viaggiatori. È un dato negativo che richiede di prestare più attenzione alla messa in pratica dei Piani per la mobilità sostenibile redatti dal Ministero e da un numero crescente di amministrazioni locali. Molti ostacoli purtroppo si frappongono alla realizzazione degli obiettivi di mobilità sostenibile, come la presenza di una parco veicolare ancora molto consistente, vecchio e inquinante e la forte dispersione degli insediamenti residenziali e produttivi.
Dalle varie indagini inoltre emerge che, a differenza delle aspettative, è nelle grandi città che la mobilità è più sostenibile mentre nei comuni con meno di 10.000 abitanti è elevata la quota di possesso e uso delle autovetture. Il problema è che il 60% della popolazione italiana vive in comuni piccoli, dove è minore l’offerta di servizi e infrastrutture per la mobilità pubblica e attiva. E quindi non sorprende riscontrare che i comportamenti dei giovani più virtuosi in termini di riduzione del possesso e uso delle autovetture private siano prerogativa degli abitanti delle grandi città piuttosto che delle aree periferiche.
I succitati piani per la mobilità sostenibile sono in tal senso concordi nel suggerire di avviare politiche idonee ad integrare la pianificazione degli insediamenti con quella dei trasporti e soprattutto a ridurre la dispersione urbana e l’uso del suolo.

Quali azioni ha messo in campo l’Università Bicocca per una mobilità alternativa e sostenibile?
La nostra università ha posto gli obiettivi di mobilità sostenibile al centro dell’agenda di BASE e del neo Settore sostenibilità. Proprio con l’obiettivo di un Ateneo sempre più sostenibile.
Tra gli interventi per la mobilità sostenibile, inclusi tra gli obiettivi del Piano sostenibilità (in corso di aggiornamento), ci sono:

  • la promozione del mobility management, attraverso la nomina di un mobility manager aziendale (fino a pochi mesi fa coordinatore dei mobility manager accademici in ambito RUS, la Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile);
  • la redazione e approvazione di un Piano spostamento casa-università/lavoro (comprensivo delle informazioni sugli spostamenti di studenti e personale e delle indicazioni di intervento a supporto della domanda e della sostenibilità socio-economica e ambientale).

In quest’ottica sono state stipulate convenzioni con i servizi di trasporto pubblico e con le società di sharing per incentivare l’uso delle modalità più sostenibili. Importante è stato anche il lavoro fatto di concerto con l’amministrazione comunale per disegnare e realizzare le piste ciclabili che attraversano il campus. Un intervento, questo, che prelude quello in corso per la realizzazione di velostazioni presso alcuni edifici e piazze del campus.
La dismissione del vecchio e inquinante parco auto, sostituito dall’attuale dotazione di autovetture ibride, si accompagna ad un importante programma di interventi per migliorare la mobilità attiva, l’accessibilità e la sicurezza. Azioni che rientrano nel programma PNRR-Musa in corso di realizzazione.
Tra queste, vanno ricordati gli interventi per migliorare la qualità dei marciapiedi e la sicurezza dei punti di attraversamento pedonale, così come quelli che rispondono all’obiettivo di orientarsi con più facilità negli spazi aperti e chiusi del campus (interventi di wayfinding).
Il nostro Ateneo è dunque impegnato in un importante programma di interventi per migliorare la sicurezza, non solo stradale, nel campus (in collaborazione con Amministrazione comunale, Polizia stradale, Inail, Associazioni dei residenti e dei parenti delle vittime della strada e imprese). Una scuola estiva dedicata a questo tema è in programma nel prossimo mese di settembre, unitamente a convegni e interventi in collaborazione con studenti, personale e residenti che ci vedrà impegnati nel corso di tutto l’anno.
Infine, va ricordato il lavoro in corso in collaborazione con l’Area disabilità e con il programma B-Inclusion, per migliorare la mobilità e l’accessibilità al campus e ai suoi spazi. Così come quello con l’Area personale e welfare per un uso dello smart working idoneo, non solo a conciliare il lavoro in presenza, da remoto e familiare, ma anche a rispondere all’obiettivo di orientare gli spostamenti sistematici e per motivi di lavoro in ottica di una sempre maggiore sostenibilità.