Oltre gli scontri, il disagio dei giovani: «La repressione non può sostituire la politica» - Bnews Oltre gli scontri, il disagio dei giovani: «La repressione non può sostituire la politica»

Oltre gli scontri, il disagio dei giovani: «La repressione non può sostituire la politica»

Oltre gli scontri, il disagio dei giovani: «La repressione non può sostituire la politica»
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Affrontiamo con il professor Fabio Quassoli, del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale, il tema del disagio giovanile, che si è palesato in modo violento nei recenti scontri nel centro di Milano. Cercheremo anche di capire quali sono le analogie e le differenze con le proteste degli studenti in Francia.

Che cosa ci dicono i recenti episodi di violenza?

Nelle recenti manifestazioni che hanno avuto come epicentro Milano mi sembra si intreccino un senso di precarietà generazionale, rabbia e frustrazione nei confronti di una società – e di una città – che esclude e marginalizza, una sfiducia di fondo nelle forme tradizionali della rappresentanza e nella possibilità di dialogare con le istituzioni pubbliche, insieme a una domanda di riconoscimento sul piano politico.

Dalle interviste e dai comunicati pubblicati negli ultimi giorni emergono due voci: quella degli organizzatori della mobilitazione del 17 ottobre e quella dei giovani che hanno rivendicato gli scontri e i saccheggi proseguiti nella giornata di domenica.

I primi hanno presentato la mobilitazione, nata sui social e organizzata come iniziativa apartitica e pacifica, come una protesta contro il caro-vita, il costo eccessivo degli affitti, gli stipendi insufficienti, la riduzione delle risorse destinate alla scuola pubblica, l’accesso sempre più difficile alla sanità e l’incertezza per il futuro.

Precarietà economica e lavorativa, esperienza di marginalità ed esclusione, preoccupazione per il futuro e rifiuto delle forme tradizionali della rappresentanza – partiti e sindacati – caratterizzano anche le istanze del “Movimento 17 ottobre”, nato dopo gli scontri di Milano. A ciò si aggiungono la denuncia della stretta repressiva e la rivendicazione della violenza di piazza come forma di comunicazione politica, capace di dare visibilità a proteste che altrimenti passerebbero sostanzialmente inosservate. Quest’ultima rivendicazione è il punto che separa le due “anime” della mobilitazione e, alla luce della gravità degli scontri – 270 giovani fermati di cui 35 arrestati, più di cento agenti feriti e più di un milione di euro di danni stimati – va tenuta ben distinta dalle domande sociali espresse dalla protesta.

Esiste una frattura generazionale nel rapporto con le istituzioni?

La frattura appare evidente. In primo luogo, c’è una sfiducia nei confronti di partiti e sindacati, considerati distanti e disinteressati alle istanze dei giovani che si sono mobilitati. In secondo luogo, c’è una diffidenza di fondo nei confronti delle istituzioni di governo – nazionali e locali – che chiedono ai giovani senso di responsabilità e rispetto delle regole senza offrire, in cambio, risposte convincenti su casa, lavoro, istruzione, trasporti e accesso ai servizi.

Infine, questa distanza è stata accresciuta dalla risposta prevalentemente repressiva data negli ultimi anni alle manifestazioni di disagio e di protesta giovanile, spesso interpretate e trattate soprattutto in termini di sicurezza, devianza e ordine pubblico. Di fronte a occupazioni, proteste, rave, blocchi stradali e altre forme di mobilitazione, la risposta dei governi nazionali e delle amministrazioni locali è stata generalmente orientata verso la logica dell’ordine pubblico: aumento delle pene, estensione del Daspo urbano, istituzione delle “zone rosse”, rafforzamento dei controlli di polizia e ampliamento delle misure preventive.

Questo tipo di risposta ha prodotto un circolo vizioso: i giovani protestano denunciando la propria marginalità e il senso di esclusione; le istituzioni interpretano la protesta soprattutto come un problema di sicurezza; la risposta repressiva accresce ulteriormente la sfiducia e la percezione di essere considerati non cittadini portatori di domande politiche, ma soggetti da controllare.

Questo circolo vizioso è stato ulteriormente confermato dall’approvazione, da parte del Consiglio dei ministri, di un nuovo decreto-legge sulla sicurezza pubblica e sul contrasto alla criminalità minorile. Il provvedimento prevede, tra l’altro, nuove fattispecie e pene più severe per chi partecipa a manifestazioni violente, la responsabilità economica dei genitori per i danni provocati dai figli minorenni, misure volte a rendere più agevole il perseguimento dei minori ultraquattordicenni e l’invio di 500 militari a Milano con funzioni di supporto all’ordine pubblico.

Quanto sono comparabili le mobilitazioni studentesche italiane e francesi?

Le mobilitazioni italiane e francesi sono comparabili innanzitutto per le condizioni sociali che le alimentano: la precarietà del lavoro e dei percorsi di vita, il deterioramento della qualità dell’istruzione pubblica, la crisi abitativa, l’aumento del costo della vita e la crescente difficoltà dei giovani a progettare il proprio futuro. A questi fattori si aggiungono una diffusa sfiducia nella capacità delle istituzioni di rappresentare efficacemente i loro interessi e una domanda di riconoscimento politico e sociale. I giovani chiedono di essere riconosciuti come soggetti portatori di diritti e di domande collettive, non soltanto come destinatari di politiche educative o come problema di ordine pubblico. In questo senso, le mobilitazioni esprimono anche una critica ai processi decisionali dai quali si sentono esclusi e alla distanza tra le promesse istituzionali – formazione, mobilità sociale e accesso al lavoro – e le opportunità concretamente disponibili.

Le differenze riguardano la storia dei movimenti, le forme organizzative, la struttura del sistema politico e il rapporto con le istituzioni. In Francia esiste una tradizione più consolidata di mobilitazione studentesca e di conflitto sociale. Le organizzazioni studentesche, i sindacati degli insegnanti e le confederazioni dei lavoratori dispongono di una maggiore capacità di coordinamento e di una più lunga esperienza di mobilitazione nazionale. Anche quando le proteste nascono da rivendicazioni specificamente scolastiche, tendono quindi a collegarsi rapidamente a questioni più generali: condizioni di lavoro, politiche sociali, costo della vita e orientamenti del governo.

Le proteste francesi hanno inoltre assunto fin dall’inizio una dimensione nazionale, con una piattaforma relativamente riconoscibile e interlocutori organizzati. La partecipazione di studenti, insegnanti, genitori e sindacati ha contribuito a trasformare il malcontento giovanile in una questione politica generale.

In Italia, la mobilitazione appare per il momento più frammentata, meno stabilmente organizzata e meno interessata a – o meno capace – di tradursi in una forma chiara di rappresentanza politica. Le iniziative recenti sono state spesso promosse attraverso reti informali e piattaforme digitali, senza una leadership riconosciuta, un’organizzazione nazionale stabile o un rapporto consolidato con partiti e sindacati. Questa fluidità può favorire la partecipazione di soggetti normalmente estranei alle forme tradizionali della politica, ma rende più difficile definire obiettivi condivisi, individuare interlocutori e trasformare la protesta in una pressione politica continuativa.

Che rapporto c’è tra conflitto e cambiamento sociale?

Il conflitto può essere il punto di partenza del cambiamento sociale, perché rende visibili bisogni e ingiustizie che spesso le istituzioni ignorano o considerano problemi individuali. Perché produca cambiamento, però, deve essere riconosciuto come una domanda politica e non soltanto come una minaccia all’ordine pubblico.

Condannare la violenza è importante, ma la repressione non può sostituire la politica. Se le istituzioni rispondono al disagio soprattutto con divieti e controlli, rischiano di trasformare il conflitto sociale in un conflitto tra giovani e istituzioni. In questo modo restano irrisolte le cause della protesta — precarietà, esclusione, marginalità territoriale e difficoltà a progettare il futuro — e si rafforza nei giovani la sensazione di essere considerati soltanto un problema da neutralizzare.

La funzione democratica del conflitto dipende dalla capacità delle istituzioni di ascoltarlo, trasformarlo in confronto e intervenire sulle condizioni che lo alimentano. Quando questa capacità viene meno, la repressione può ristabilire temporaneamente l’ordine tramite l’uso della forza, ma non può che aggravare la frattura da cui la protesta è nata.