Le mascherine anti-contagio, una storia iniziata nel ‘500 - Bnews
Le mascherine anti-contagio, una storia iniziata nel ‘500
Mascherine di inizio Novecento

Le prime maschere della salute anti-contagio risalgono al… Rinascimento. A ricordare l’origine antica dei dispositivi di protezione oggi di uso comune, imposto dalla pandemia, è Vittorio Alessandro Sironi, docente di Storia della medicina e di Antropologia medica del nostro ateneo e autore del libro “Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus” (Carocci Editore), che verrà presentato giovedì 3 marzo in Biblioteca.

Vittorio Alessandro Sironi, quando nascono le mascherine?

Devo fare una premessa. Anche se i germi come causa di infezione vengono scoperti da Robert Cock nel 1882, l’idea che ci fossero malattie contagiose, trasmissibili, è una idea antica, che risale addirittura ai Romani. Diventa di dominio pubblico a partire dalle “pestilenze”, come venivano chiamate nell’antichità le pandemie, come la peste nera del ‘300 (quella descritta da Boccaccio nel "Decameron") e poi le epidemie di peste bubbonica del ‘500 e del ‘600. Si pensava che queste malattie fossero legate ai miasmi, cioè alla cattiva aria che si respirava. E quale poteva essere la risposta per prevenirne gli effetti? La maschera. Tra ‘500 e ‘600 il “medico della peste” diventa un medico beccuto, con questa specie di maschera formata da un grande becco che copriva tutto il volto, quella che oggi rivediamo in forma ludica a ogni Carnevale di Venezia. E nella maschera venivano inserite garze intrise di sostanze o erbe odorose, come oli di rosa o rosmarino, per fare da contraltare all’odore della “mala aria” che si respirava tra gli appestati.

E le mascherine chirurgiche quando nascono?

Dobbiamo fare un salto abbastanza importante nel tempo e arrivare alla fine dell’800 quando effettivamente ci si rese conto che il chirurgo doveva preservare il campo operatorio dall’infezione. I progressi in ambito anestesiologico e antisettico potevano essere vanificati dal chirurgo stesso che, semplicemente respirando o parlando, poteva contaminare il campo operatorio e la ferita chirurgica, emettendo goccioline di saliva contenenti germi. Nel 1897, il chirurgo austriaco Johann von Mukulicz Radecki,fu il primo a teorizzare l’uso di una garza da porre sul naso e sulla bocca, legata da un laccio dietro la nuca. L’anno successivo un altro chirurgo, francese Paul Berger, utilizzerà per primo la mascherina operatoria. Molti colleghi all’inizio la rifiuteranno ma l’esperienza ne dimostrerà l’efficacia nella prevenzione di eventuali infezioni. La mascherina verrà utilizzata in maniera massiva tra la popolazione ai tempi della pandemia influenzale conosciuta come “spagnola”, iniziata negli Stati Uniti ma così chiamata perché fu la Spagna che ne diede per prima ampia notizia. e che colpì tutto il mondo. Studi successivi avrebbero dimostrato che l’uso della mascherina aveva ridotto il contagio di circa il 30 per cento. Una situazione che si è ripetuta ai giorni nostri: il solo utilizzo del dispositivo di protezione individuale ha ridotto il contagio da Covid per più del 50 per cento.

L’origine delle mascherine filtranti?

Nascono nel 1911, dopo lo scoppio di una epidemia di peste in Manciuria, Cina. Lì viene mandato un giovane medico, Lien-Teh Wu, che si rende conto come la mascherina chirurgica abbia una funzione protettiva limitata. Crea allora mascherine più elaborate, con dodici strati di garza, molto più efficaci. La forma cosi particolare che hanno oggi, invece, risale agli anni ’60, quando una ditta americana che fabbrica reggiseni si rende conto che gli stampi utilizzati per l’indumento intimo possono tornare utili per dare forma alle mascherine filtranti, che si adattano al viso.

Le maschere hanno avuto anche una evoluzione tecnologica.

Durante la pandemia abbiamo conosciuto tante tipologie di maschere mediche terapeutiche, che non hanno solo funzione protettiva: la maschera Ambu, che nasce nel 1954 e serve per aiutare a respirare chi, incosciente, non è in grado di farlo autonomamente, e la CPAP, del 1981, fondamentale per aiutare nella respirazione i pazienti con danni ai polmoni. O ancora le maschere anestesiologiche, nate nell’800 e rielaborate nel ‘900.

Non esistono solo maschere sanitarie e protettive.

Le maschere possono assumere anche un significato simbolico, con implicazioni psicologiche e sociali, culturali e antropologiche. Si pensi alle maschere nelle culture mediche africane, asiatiche o dell’America Latina, che ci colpiscono per la fattura e i colori, ma che venivano utilizzate con la funzione apotropaica di scacciare le malattie spesso tramite rituali di canto e di danza. Non dimentichiamo poi le maschere di tipo professionale, che derivano da quelle antigas usate nella Prima guerra mondiale, e quelle sportive, per esempio nell’hockey o nella scherma.

Crede che le mascherine resteranno in uso, una volta finita la pandemia?

Le mascherine hanno già dimostrato di possedere una funzione anti-contagio anche verso l’influenza stagionale. I casi sono calati sensibilmente un anno fa. La lezione che dovremmo portarci dietro è che l’utilità delle mascherine, soprattutto per le persone più fragili e nelle stagioni più fredde, non verrà mai meno. Non solo come barriera contro le infezioni ma anche per evitare i danni legati a smog e polveri sottili.