Le 4D per la ripartenza della Lombardia: “Cautela per test sierologici e terapie intensive”

Contagi e ricoveri per Coronavirus frenano (con l’eccezione di Milano) e la Lombardia pensa alla riapertura con la proposta delle 4D che arriva dalla giunta regionale: digitalizzazione, diagnosi, dispositivi di protezione e distanziamento sociale. Ma c’è chi invita a non sottovalutare i rischi per la sanità, come il professor Giovanni Corrao, ordinario di statistica medica dell’Università di Milano-Bicocca.
Professore, cosa ne pensa della proposta delle 4D di Regione Lombardia per la ripartenza?
In questo ultimo periodo abbiamo imparato, se mai ce ne fosse bisogno, che le politiche di salvaguardia della salute necessitano di un robusto coordinamento nazionale, ancor meglio internazionale, soprattutto quando la salute pubblica è messa a dura prova dall'emergenza. Non è un'esigenza ideologica questa, ma dettata dalla natura pandemica dell'emergenza. Le fughe in avanti di una regione, se non coordinate con le autorità nazionali, rischiano di generare danni non solo a quella regione.
I numeri ci dicono che i contagi sono in calo: in questa fase, un soggetto positivo quante persone infetta?
In media meno di uno, ma questa è una media.  Il personale sanitario, soprattutto, ma chiunque, per motivi di lavoro, o perché non rispetta le restrizioni, può contagiare molte persone.
In calo anche i ricoveri e gli accessi alle terapie intensive. Quali potrebbero essere le conseguenze della riapertura sulla sanità lombarda?
Siamo di fronte a un fenomeno che nessuno può dire di aver ancora capito fino in fondo, ovvero ogni risposta contiene un enorme margine di incertezza. Con questa premessa, il rischio che la riapertura comporta sul carico delle terapie intensive è grande, troppo grande per essere sottovalutato. Abbiamo città come Milano che sono una bomba ad orologeria.
La proposta dei test sierologici a tappeto (a partire dal 21 aprile 20mila test al giorno) permetterà di gestire efficacemente la fase 2?
Assolutamente sì. Se non altro per farci capire quante persone hanno sviluppato immunità naturale. Con quattro cautele/criticità tuttavia. Primo, non mi risulta che le autorità si siano ancora pronunciate sulla scelta del kit sierologico con le migliori caratteristiche operative. Secondo, sento girare molti numeri, ma non sono ancora note sensibilità e specificità dei kit più affidabili. Terzo, chi sottoporre al test e come gestire i controlli? Se effettuare il test dovesse comportare lo spostamento delle persone ai punti di prelievo, bisognerebbe pensare a una struttura organizzativa adeguata che non comporti un rischio aggiuntivo di diffusione.  Quarto, l'essere venuto a contatto con il virus e aver sviluppato immunità naturale, per quanto ne sappiamo, non è garanzia di immunità permanente.
Una strategia con tanti punti interrogativi, dunque…
Abbiamo ancora molte, troppe domande che reclamano risposte. Dopo tanti anni di colpevole disattenzione verso la ricerca scientifica, ma grazie al fatto che con le poche risorse disponibili la ricerca biomedica italiana è comunque riuscita ad esprimere ottime scuole riconosciute a livello internazionale, oggi è quanto mai necessario investire urgentemente sulla ricerca. Anche perché non esistono strade alternative per ridurre l'incertezza, e la conseguente drammaticità, delle scelte.
 

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