Laura Tripaldi e il laboratorio come “luogo di cura” - Bnews

«Sono ancora agli inizi del mio percorso, sto concludendo il dottorato di ricerca, però da sempre il laboratorio per me è un luogo di cura: è lo spazio fisico, ma non solo, di un processo collaborativo a cui prendono parte molte persone, fatto di errori e tentativi. Un luogo dove trovare la libertà della creazione, ma anche di crescita e trasformazione. Uno spazio dove si lavora insieme, si scende a patti con ambienti o situazioni magari difficili, che ti forma e ti fa crescere.» Così Laura Tripaldi, dottoranda di Nanotecnologia dei Materiali, descrive la sua esperienza di giovane donna e scienziata.

Qual è la tua esperienza di giovane ricercatrice?

Personalmente ho sempre lavorato in un ambiente dove il fattore genere non è mai stato un problema. Devo dire che però noi donne soffriamo spesso di una sorta di ansia di inadeguatezza. Questo anche perché la narrazione della scienza ruota attorno a figure di scienziati maschi, diventando purtroppo spesso un limite a livello di crescita. In realtà, credo occorra proprio un cambio di prospettiva: pensare la ricerca non come un qualcosa di individuale ma bensì un processo più ampio e complesso. La natura è poi non qualcosa che debba essere scoperto, svelato attraverso l’indagine scientifica, piuttosto qualcosa con cui interagire, malleabile e in costruzione.

Scoprire questo è stato per me liberatorio, anche a livello di mia crescita personale, facendo diventare il laboratorio un luogo quasi di auto-terapia.

Cosa consiglieresti a studentesse della scuole secondaria superiore, alle prese con la scelta universitaria?

Senz’altro di non avere paura, seguire il proprio istinto cercando di dubitare il meno possibile di se stesse: servirebbero più consapevolezza e fiducia. Anche se, ricordiamoci, aver dubbi non è negativo nella scienza, anzi…spesso è la chiave per scoperte e innovazioni.

Utile è anche costruire reti di auto tra ragazze: controbilanciare con solidarietà nell’affrontare il percorso scientifico.

Chi è stato per te fonte e modello di ispirazione?

Avere modelli a cui guardare è importante. Io per esempio, amo scoprire la storia delle grandi scienziate, come quella di Mariette Blau. Ma credo sia necessario, come spiego anche nel mio libro (Corpi Ampigui, Einaudi editore), cambiare il modo di raccontare la scienza: non più – o almeno non solo - attraverso figure individuali, il grande scienziato o la grande scienziata che sia, ma come un processo collaborativo, che riveli ciò che sta dietro alle scoperte. Un esempio “vicino” per me è stata ed è ancor oggi mia mamma: un grande ispirazione. Si è laureata in Fisica e insegna attualmente informatica presso l’Università Insubria di Varese.

Tu hai diverse passioni oltre la scienza: in particolare, la scrittura e l’arte. Come si coniugano tra loro?

La ricerca scientifica per me è stata una fonte inesauribile di ispirazione. Il laboratorio è un luogo di incontri inaspettati: ogni materiale con cui ho lavorato mi ha insegnato qualcosa di nuovo che ho potuto trasferire anche nella mia attività di scrittura. Non soltanto è importante usare la scrittura come strumento per comunicare la scienza, ma la scienza fornisce anche un linguaggio molto ricco per trattare una grandissima varietà di temi filosofici e letterari.

Recentemente ho anche iniziato a interessarmi al mondo dell’arte, dialogando con giovani artisti e curatori. L’arte e la scienza sperimentale hanno davvero moltissimo in comune, a partire dall’attenzione per i materiali, che non sono usati come semplici strumenti ma partecipano attivamente al processo creativo.

Nella mia esperienza, con la ricerca scientifica avviene un po’ la stessa cosa. In generale credo che costruire intersezioni tra la scienza e la cultura umanistica sia un’attività molto preziosa e proficua per tutti.