L'alchimia al femminile: tra sapere domestico, scienza ed emancipazione - Bnews L'alchimia al femminile: tra sapere domestico, scienza ed emancipazione

L'alchimia al femminile: tra sapere domestico, scienza ed emancipazione

L'alchimia al femminile: tra sapere domestico, scienza ed emancipazione
mostra kiefer 1

Entrare nelle sale di Palazzo Reale a Milano che ospitano la mostra di Anselm KIefer Le Alchimiste (aperta fino al 27 settembre) significa immergersi in un universo materico: tra piombo, foglia d'oro, cenere e sostanze organiche, la pittura dialoga con l'alchimia non come semplice suggestione estetica, ma come chiave di lettura. Sui grandiosi teleri realizzati dall’artista tedesco, 40 figure femminili che arrivano dal passato chiedono di avere voce e raccontarsi. Cleopatra l’Alchimista, Caterina Sforza, Isabella Cortese, Marie Meurdrac. Chi erano davvero queste donne? In cosa credevano? Quale fu il loro ruolo nella nascita del pensiero scientifico?

Per comprenderlo, interpelliamo Aurelio Molaro, professore associato del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, che insegna Storia della scienza e Storia del pensiero filosofico e scientifico e ha fra i suoi principali campi di ricerca la storia della filosofia e della scienza moderna e contemporanea e la storia dei concetti scientifici in prospettiva interdisciplinare.

Foto Kiefer 2

Partiamo da un inquadramento storico ed epistemologico. Spesso, nella cultura popolare, l'alchimia viene ridotta alla ricerca della pietra filosofale o alla trasmutazione dei metalli vili in oro. Cos'era in realtà e quali dimensioni intrecciava?

​È fondamentale superare la visione riduttiva dell'alchimia come semplice pseudoscienza o mito popolare. L'alchimia è stata una tradizione disciplinare complessa ed eterogenea, che coniugava elementi di quella che nel Settecento diventerà la chimica con la fisica, l'astrologia e, soprattutto, la medicina. L'obiettivo dell'alchimista era la conoscenza totale della realtà naturale. La ricerca della pietra filosofale non rappresentava quindi solo la trasmutazione materiale, ma più in generale la ricerca dell'onniscienza e della panacea, il rimedio universale a tutti i mali. Nella dimensione alchemica troviamo quindi intrecciati tre aspetti fondamentali: l'esperimento chimico, la ricerca gnoseologica e la dimensione medico-taumaturgica.

Come è cambiato nel tempo l'approccio degli storici verso l'alchimia e, in particolare, verso le figure femminili che la praticavano?

​Tra l'Ottocento e il primo Novecento, la storiografia di matrice positivista tendeva a svalutare l'alchimia, relegandola a mera superstizione o pseudoscienza. Oggi, la storiografia della scienza ha ribaltato questa prospettiva: l'alchimia viene riconosciuta come una fondamentale precorritrice della rivoluzione chimica settecentesca e si sta rivalutando anche il patrimonio conoscitivo apportato dalle donne in questo settore. In precedenza, la presenza femminile veniva quasi del tutto ignorata: poiché le donne sono state per secoli escluse dalle istituzioni ufficiali - come le accademie e le università medievali o rinascimentali - si riteneva che non avessero avuto alcun ruolo nello sviluppo scientifico.


In che modo l'esclusione dalle università ha spinto le donne verso la pratica alchemica? Si è trattato di uno spazio di libertà? Quali erano i rischi?

​È stato a tutti gli effetti un territorio d'azione alternativo. Per diversi secoli, escluse dalle istituzioni accademiche ufficiali, le donne hanno trovato nell'alchimia un territorio d’azione ideale, una disciplina al confine tra quella che noi chiameremmo, in termini moderni, la sperimentazione di laboratorio e il sapere pratico che era tipico dell’officina medievale.

I loro "laboratori" non erano le accademie e le aule universitarie, riservate agli uomini, ma gli spazi domestici: spesso si trattava di ambienti legati alle corti, come le spezierie dei palazzi o i laboratori castellani. Da un lato, questi contesti garantivano una sfera di autonomia di azione, dall'altro esisteva il rischio di essere considerate eterodosse e, in alcuni periodi, di essere accusate di stregoneria, specie se non si apparteneva a ranghi sociali elevati.


Qual è stato il contributo pratico e metodologico del "sapere domestico" femminile all'alchimia e alla scienza moderna?

​Le donne portavano in dote un enorme capitale conoscitivo legato alla vita quotidiana: la conservazione delle erbe, la distillazione delle essenze, la preparazione di cosmetici, farmaci ed elisir. Si trattava di una conoscenza empirica, materiale ed esperienziale della materia.

​Inoltre, negli scritti elaborati da queste figure femminili assistiamo al passaggio fondamentale dalla dimensione della "ricetta" a quella di un vero e proprio protocollo sperimentale ante litteram. Le alchimiste non si limitavano a spiegazioni qualitative, ma introducevano dati quantitativi e dettagli relativi alle procedure: tempi di cottura, proporzioni degli ingredienti, gradazioni di calore e persino indicazioni sugli strumenti da utilizzare. Si cercava già di introdurre l'elemento della quantità, uno dei tratti fondamentali della scienza moderna.


Un altro elemento di rottura è stato l'atteggiamento verso il segreto. L'alchimista classico tende all'ermetismo, mentre molte di queste donne hanno scelto di pubblicare i propri ricettari...

Pubblicare un ricettario o un libro di "segreti" significava voler demistificare la materia e metterla a disposizione della collettività, rompendo il monopolio degli iniziati che si occupavano di alchimia. È una spinta verso la democratizzazione del sapere. E molto significativo è il fatto che le alchimiste scelsero di scrivere non in latino, la lingua delle università e delle accademie, ma in volgare, proprio per rendere accessibili i loro testi a un pubblico più ampio, in particolare ad altre donne.

Possiamo ricordare alcune delle figure più emblematiche di questo percorso?

​Ce ne sono diverse, che vissero in epoche differenti, a partire dalla figura di Maria la Giudea (I-III sec. d.C.), considerata fra le capostipiti dell'alchimia. A lei, secondo la tradizione, si devono le prime codifiche di apparati di laboratorio, l'invenzione dell’alambicco a tre becchi e la celebre tecnica di cottura del bagno maria, usata ancora oggi, sia in chimica sia cucina. Un altro esempio nell’antichità, a cui Kiefer dedica una potente raffigurazione, è ​Cleopatra l'Alchimista, una figura dell'Egitto ellenistico (III-IV sec. d.C.) che si dedicò a studi sulla chrysopoiea, ossia la fabbricazione dell'oro: l’opera più nota a lei attribuita, la Chrysopoeia, pervenutaci attraverso una copia d’età bizantina, è celebre per l’iconografia dell’ouroboros, il serpente che si morde la coda, accompagnato dal motto greco hen to pan (l’uno è il tutto), ed è tra le attestazioni più antiche di questo simbolo nella letteratura tecnico-filosofica.

Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e gesso su tela. 560 × 380 cm. © Anselm Kiefer Photo: Nina Slavcheva
Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e gesso su tela. 560 × 380 cm. © Anselm Kiefer Photo: Nina Slavcheva

Nello splendente telero a lei dedicato, Kiefer la rappresenta di spalle, colta in un moto pratico e simbolico di passaggio dall'oscurità delle tenebre verso la luce della conoscenza, mentre imbraccia gli strumenti per la trasmutazione dei metalli e la ricerca della verità.

Venendo a tempi più recenti, quali altri figure emblematiche si ritrovano nei teleri esposti nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale?

Kiefer si concentra soprattutto su figure di alchimiste vissute nei secoli di passaggio verso l’età moderna e lo sviluppo delle scienze sperimentali. Come ​Catherina Sforza (1463-1509), la nobildonna rinascimentale autrice del celebre ricettario Gli Experimenti, in cui raccoglieva procedure che spaziavano dalla trasmutazione dei metalli alla medicina, fino alla cosmesi: al centro non vi sono letture e commenti dei grandi trattati alchemici, bensì l’idea di una sorta di “farmacia di casa”, al crocevia tra saperi tecnici e gestione del corpo.

L’artista tedesco dà spazio anche a ​Isabella Cortese, attiva a Venezia nella seconda metà del Cinquecento, dove pubblicò I secreti della signora Isabella Cortese ne’ quali si contengono cose minerali, medicinali, arteficiose e alchimiche, un testo che ebbe numerose ristampe. Di lei sappiamo pochissimo: il nome è è con ogni probabilità uno pseudonimo, pensato per conferire autorevolezza femminile al testo e dialogare con un pubblico ampio, anche femminile, secondo le strategie editoriali della letteratura dei cosiddetti Segreti. Il volume raccoglie ricette e istruzioni che intrecciano cosmesi, farmacopea domestica, distillazioni, colori e tinture, fino a pratiche di alchimia operativa. In particolare, l’autrice rivendica di condividere “segreti provati” in oltre trent’anni di pratica, prendendo le distanze dal puro sapere erudito, giudicato oscuro, e privilegiando invece l’esperienza ripetibile delle ricette pubblicate, di cui fornisce descrizioni accurate.

Passando al Seicento, Kiefer dedica una tela a ​Marie Meurdrac, autrice francese del trattato La Chymie charitable et facile, en faveur des dames, che rappresenta il momento di transizione dall'alchimista alla “chimista” moderna: il volume è strutturato in sei parti che coprono ambiti oggi in gran parte distinti - chimica, medicina, erboristeria, cosmetica, metallurgia - con un taglio sistematico ma accessibile, esplicitamente rivolto a un pubblico femminile. Nell’introduzione Meurdrac menziona la sua volontà di giungere a una pubblicazione dei propri studi nonostante i pregiudizi di genere – che la inducono, nella prima edizione, a celarsi dietro la formula «par damoiselle M. M.» anziché a firmarsi – e sin dalle prime pagine fa propria l’affermazione d’impronta cartesiana secondo cui «les esprits n’ont point de sexe» (gli spiriti e gli elementi non hanno sesso), rivendicando al tempo stesso la legittimità del proprio sapere e della propria voce.

Che valore assume, per l’epoca, l’affermazione di Marie Meurdrac «Gli spiriti e gli elementi non hanno sesso»?

È una dichiarazione straordinaria di modernità e d'avanguardia. Con un approccio di matrice cartesiana, Marie Meurdrac afferma che l'intelletto e la natura sono neutri e universali. Il pensiero non è maschile o femminile: c'è una piena uguaglianza intellettuale tra uomini e donne nell'accesso al sapere e nel metodo scientifico.


In conclusione, cosa ci insegna oggi la riscoperta di queste alchimiste?

Le alchimiste ci ricordano che la storia del pensiero scientifico non è una linea retta fatta solo di istituzioni ufficiali e grandi nomi maschili, ma un tessuto complesso di interconnessioni culturali, materiali e umane. La stessa Rivoluzione scientifica non è stata un processo improvviso di pura razionalizzazione: persino i padri della scienza moderna mantenevano un profondo legame con una certa dimensione metafisica e misterica. Basti pensare, solo per fare qualche esempio, a Keplero, che non avrebbe formulato le sue leggi astronomiche senza il suo background astrologico, pitagorico e platonico. E Newton stesso arrivò a parlare di spazio assoluto come “organo di senso di Dio”.

Riscoprire le alchimiste, anche attraverso la forza emotiva dei teleri di Kiefer, significa restituire il giusto valore a figure che, con passione e rigore, hanno gettato ponti fondamentali tra l'antico sapere pratico e la nascita della scienza moderna.