Instagram e Facebook: stop alle pubblicità di genere per non influenzare le scelte degli adolescenti - Bnews
Instagram e Facebook: stop alle pubblicità di genere per non influenzare le scelte degli adolescenti
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Dal prossimo mese di febbraio, Meta ha deciso di vietare alle aziende la possibilità di fare pubblicità di genere rivolte agli adolescenti.

Facebook e Instagram quindi non forniranno più a società ed aziende che vogliono pubblicizzare prodotti per giovani su Facebook e Instagram le informazioni sul genere, ma metteranno a disposizione solo i dati inerenti l’età e la geolocalizzazione.

Questa scelta muove dalla volontà di garantire che il contenuto degli annunci sia "appropriato e utile", dichiarano da Meta. Per preservare i diritti degli adolescenti di essere online, creando al tempo stesso ambienti sicuri e di supporto in cui possano esprimersi.

Abbiamo incontrato quindi il Professore Matteo Lancini, docente di Psicologia dello sviluppo e Psicologia dell’educazione, presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano - Bicocca, per capire meglio come la pubblicità possa influenzare le scelte degli adolescenti, e come gli adulti possono facilitare esperienze online sicure e positive.

Prof. Lancini, cosa pensa del divieto sui social media alla pubblicità di genere rivolta ai giovani?

Viviamo oggi in una società sempre più complessa e articolata, dove c’è una maggiore attenzione alle sensibilità dell’individuo e a tutelare la propria libertà di scelta. Ma allo stesso tempo le aziende che gestiscono i social media, o più in generale le realtà che producono e fanno business, devono trovare il giusto equilibrio tra la tutela del target di riferimento e gli obiettivi di profitto.
Quindi occorre necessariamente fare i conti con l’attenzione all’individualismo, aspetto molto sentito nella popolazione adolescente odierna, per la quale i temi come la fluidità di genere, il cambiamento della relazione con la propria identità, ma anche con la sessualità, sono estremamente importanti e attuali. Anche perché sono tutte tematiche nei confronti delle quali l’approccio, l’attenzione e la conoscenza da parte del mondo adulto sono molto cambiate negli ultimi anni.

Allora è sicuramente importante la scelta di Meta di non fornire dati sul genere degli adolescenti in un'ottica di pubblicità più “neutre”, ma questo non deve distogliere gli adulti dall’attenzione reale che dobbiamo ripristinare nei confronti degli adolescenti e dei più giovani. Perché quello che temo è che spesso questo tipo di iniziative siano forse più focalizzate sulle paure e sui bisogni degli adulti stessi, piuttosto che realmente su quelli dei minori.

Penso che tutti abbiano un ruolo... le società di social media hanno un ruolo, le famiglie hanno un ruolo, i genitori hanno un ruolo, i governi hanno un ruolo, le autorità di regolamentazione hanno un ruolo. Questo è uno spazio in cui penso sia del tutto legittimo e normale che le autorità di regolamentazione agiscano”. ha dichiarato Nick Clegg, Presidente Global Affairs di Meta.

Riallacciandomi dunque alle dichiarazioni di Meta, piuttosto che un tema da “divieto”, non si tratta allora di un argomento che dovrebbe essere oggetto di una maggiore attenzione e informazione da parte della comunità educante?

Come dice il filosofo Luciano Floridi “oggi si cresce on line”, viviamo nella cosiddetta "società Onlife", quindi è certamente un tema che dev’essere oggetto di formazione e educazione da parte degli adulti.
Ma con due presupposti.
Educare ai social significa educare alla vita! Non c’è più separazione tra vita reale e vita virtuale, com’era agli inizi dell’era internet. Oggi questa distinzione non ha più alcun significato. Internet non solo ha cambiato la vita reale, ma si è esso stesso plasmato dallo scambio con la realtà. Quindi è anacronistico parlare di educazione al digitale. Ma se vogliamo usare questa espressione, educare al digitale in questo momento va inteso come un percorso di educazione all’uso consapevole di se stessi, della propria vita, e delle proprie relazioni.

Il secondo presupposto, deve partire dalla consapevolezza che noi adulti non possiamo pensare di educare al digitale i ragazzi, senza tener conto del modello di società e di comportamenti sociali che quotidianamente proponiamo ai giovani.
Non possiamo quindi educare all'utilizzo del web se non annettendolo alla quotidianità della vita reale, non demonizzandolo o negandolo.

In base alla sua esperienza diretta di psicologo e agli studi sul tema, la pubblicità può davvero influenzare le scelte di genere negli adolescenti?

Da sempre sono le esperienze che aiutano a costruire un’identità. Una volta la vita sociale dei bambini e degli adolescenti si esprimeva nei cortili e nei giardini, nelle strade e nelle piazze, spesso senza il controllo degli adulti. Oggi, invece, dove algoritmi, big data e analytics, popolano e alimentano la nostra nuova dimensione quotidiana immersa nelle tecnologie, il rischio è proprio questo: che ci vengano proposti contenuti che non solo condizionano, ma che hanno anche a che fare esclusivamente o prevalentemente con alcune tue caratteristiche e con temi e argomenti che tu stesso hai segnalato di interesse.
La potenza di internet è dunque un tema su cui sicuramente dobbiamo educare gli adolescenti.

Durante l’adolescenza i ragazzi devono sperimentare diversi aspetti di sé perché l’identità è in costruzione. Ma con i sistemi di profilazione su cui si basano i social media e le pubblicità in generale, il rischio è proprio questo, ovvero che questi strumenti rimandino sempre la stessa immagine di te stesso. E quindi, oltre a condizionarti in tal senso, non favoriscono nemmeno le esperienze diverse che in adolescenza sono particolarmente importanti perché servono a costruire il vero sé, la propria identità.
E l'altro vero problema del web oggi, a mio parere, è che gli adulti hanno messo il corpo dei figli “sotto sequestro”. Lo vogliono, cioè, controllato, sempre immerso in attività organizzate e definite dagli adulti stessi. E le uniche esperienze di gioco e socializzazione, fuori dal controllo degli adulti, sono - ahimè - proprio quelle consentite sul web, in un ambiente scevro di interesse per i genitori, e che quindi influenza e condiziona i ragazzi.