Il nuovo decreto scuola, un'esperienza destinata a cambiare per sempre

Via libera al decreto legge sulla scuola, con tutte le misure per terminare l'anno scolastico in questa situazione di emergenza dovuta al Coronavirus. Abbiamo posto alcune domande a Raffaele Mantegazza, professore di Pedagogia generale e sociale, sui punti salienti del decreto.
Come valuta complessivamente le misure contenute nel decreto?
Anzitutto credo che sia stato un impegno molto difficile, perché la scuola e chi la dirige si sono trovati ad affrontare una situazione angosciante e unica nella storia del Dopoguerra. Per cui il fatto di avere un decreto con qualche linea chiara è rassicurante per tutti, inseganti, ragazzi e studenti. Purtroppo su alcuni punti si è mantenuta una certa ambiguità, e forse sarebbero state utili decisioni definitive. Un punto decisamente controverso riguarda la valutazione della didattica a distanza; non possiamo ignorare il fatto che il 25 per cento delle famiglie non ha una connessione, ma dobbiamo anche considerare che non esiste e non potrà esistere una valutazione di come è stata erogata la teledidattica; abbiamo gli estremi di insegnanti che stanno accanto ai loro ragazzi passo dopo passo e di altri che inviano decine di slide o di filmati da Youtube. Cosa significa valutare i ragazzi a partire da una didattica che non è stata oggetto di programmazione e di confronto collegiale ma è stata lasciata alla buona volontà (o meno) dei singoli docenti?
E' stato deciso di rinviare al 18 maggio la scelta  delle modalità di conclusione dell'anno scolastico, per le classi che devono affrontare i due esami di Stato.
Credo che questo sia un punto debole del decreto: sarebbe stato opportuno avere indicazioni precise, legare tutto al rientro a scuola o meno entro il 18 maggio rischia di sottolineare una situazione di precarietà e aumentare il disorientamento. I ragazzi delle III medie e delle V superiore hanno bisogno adesso di qualche certezza perché possano prepararsi ma soprattutto per poter vivere una “nuova normalità” sapendo esattamente cosa li aspetterà in questo momento importante della loro vita scolastica.
La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina  ha garantito "esami seri". Lo saranno veramente, vista la situazione di emergenza, i ritardi sull'e-learning e lo spettro di eventuali ricorsi al Tar?
Occorre capire cosa significa il termine “seri”. Troppe volte si è legata la serietà della scuola al numero di bocciature, come se un esame fosse serio solo proporzionalmente alla selezione che opera sui candidati. Per me una scuola seria è una scuola che interroga i ragazzi sul loro modo di imparare e di stare in classe. Per cui un esame serio in questa situazione non dovrà fossilizzarsi sui contenuti ma sul modo in cui i ragazzi sono riusciti a prepararsi e ad “essere studenti” in una situazione di emergenza. Come hanno imparato i contenuti in una situazione di assoluta lontananza fisica della scuola? Ricordo che anche nei campi di concentramento si cercava di tenere lezione, che nelle guerre jugoslave si organizzavano le scuole nei garage; oggi per motivi di sicurezza la scuola come esperienza fisica quotidiana e rituale è scomparsa dall’oggi dal domani dalla vita di milioni di adolescenti. Credo che l’esame dovrà valorizzare il più possibile i modelli e i metodi di apprendimento e soprattutto di condivisione del sapere che questi giovani hanno messo in atto: chiedere loro come e perché hanno imparato in questo secondo non-quadrimestre; per questo auspico che i ragazzi delle classi V inizino fin da ora a organizzarsi per preparare insieme l’esame, ovviamente a distanza, per portare alla maturità quella socializzazione del sapere che è la vera maturità del crescere a scuola.
I ragazzi che usciranno dal prossimo esame di maturità cosa avranno in più e cosa in meno rispetto ai loro coetanei degli anni scorsi?
Se pensassimo davvero che questi studenti possano arrivare alla maturità e poi al mondo universitario con la stessa preparazione dei loro coetanei dell’anno scorso tanto varrebbe chiudere le scuole. Anche se penso che ad essere al centro in questo momento non dovrebbero essere i contenuti ma l’esperienza scolastica e il profondo rapporto tra studenti e allievi, non posso non pensare che alcuni contenuti potranno essere persi. Un tema che mi sta molto a cuore è l’elaborazione del passaggio dalla scuola superiore all’Università o al mondo del lavoro, nel senso che questi giovani non avranno avuto la possibilità di dire addio alla loro scuola, di distaccarsi con gradualità delle superiori in un II quadrimestre della classe quinta che tutti ricordiamo come un momento collettivo di bilancio, come un fare le valigie. Se non rischiasse di risultare offensivo nei confronti delle centinaia di vittime reali userei la metafora dell’elaborazione del lutto: questi giovani non hanno potuto perdere e conservare un’immagine della loro scuola. Il fatto di non avere avuto una ritualità collettiva, sia in classe che in pizzeria, per chiudere i conti con la scuola, di avere avuto un buco nero di mesi al posto del momento culminante dell’esperienza scolastica, mi sembra sia un vuoto del quale in qualche modo dovremo tutti tenere conto In questo senso ho già segnalato l’urgenza per il mondo accademico di iniziare fin da subito a capire cosa significherà accogliere questi ragazzi: sia sul piano dei contenuti, per cui sarà a mio parere inevitabile potenziare i pre-corsi laddove ci sono e soprattutto pensare a un test di ingresso che non sia solo uno screening delle conoscenze ma vada un po’ più a fondo (non per selezionare ma per capire quale sia il rapporto di questi giovani con l’apprendimento); sia su quello della loro relazione con i docenti, con la scuola, con la lezione, con la verifica, con la valutazione e con le loro ritualità. Credo che le CPDS (ndr: Commissioni paritetiche docenti studenti) in questo momento debbano giocare un ruolo essenziale a livello propositivo e di analisi della situazione.
Tutti promossi agli anni successivi gli studenti non impegnati in esami.
E’ la scelta richiesta dalla logica e del buon senso. Trovo incredibile che alcuni insegnanti dicano che così buttano via il lavoro di un anno e che i ragazzi perdono la motivazione allo studio; pensiamo allora che gli studenti siano motivati dalla paura della bocciatura? Credo che dopo questa emergenza che sta tirando fuori il meglio e il peggio della scuola, questa debba cambiare, anzi cambierà radicalmente che lo voglia o no. Gestire il cambiamento significherà domandarsi per quale motivo, da settembre, un bambino o un ragazzo dovrà tornare a svegliarsi presto per andare a scuola; se la didattica a distanza avrà fatto venire nostalgia a ragazzi e adulti del rapporto personale, allora la scuola potrà davvero finalmente cambiare radicalmente. Altrimenti continueremo ad affidarci al Web, ma l’esperienza scolastica come l’abbiamo conosciuta per decenni sarà finita. E per me sarebbe una pessima notizia.

Condividi questo articolo su:

Ti è piaciuto l'articolo?

Iscriviti gratuitamente alla newsletter Bnews per rimanere aggiornato su tutte le ultime news dal Campus.

Iscriviti adesso!