Il disastro di Fukushima dieci anni dopo

Dieci anni anni fa si verificò il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, considerato il più grave della storia dopo quello di Cernobyl nel 1986. Ne parliamo con Massimiliano Clemenza, coordinatore del gruppo di ricerca del Laboratorio di Radioattività che svolge le sue attività presso il dipartimento di Fisica “Giuseppe Occhialini”.
Massimiliano Clemenza, cosa successe l’11 marzo 2011?
Ci fu una concomitanza di cause. La prima fu un terremoto di 7-8 gradi Scala Richter verificatosi al largo delle coste del distretto di Fukushima, in Giappone. Un evento che da subito fece scattare le procedure di emergenza nella centrale nucleare di Fukushima: i reattori della centrale si spensero automaticamente. Ma la causa principale dell’incidente nucleare fu lo tsunami che si scatenò subito dopo, sollevando enormi masse d’acqua che si riversarono sulla costa. L’onda dello tsunami abbatté i motori diesel-elettrici ausiliari che avrebbero dovuto alimentare le pompe di raffreddamento ad acqua dei reattori della centrale.
A cosa servono i sistemi di raffreddamento?
Il nucleo radioattivo di una centrale nucleare, il cosiddetto nocciolo, è costituito da barre di combustibile che quando generano la fissione liberano un’enorme quantità di calore. Per questo devono sempre sottostare a un battente d’acqua che deve essere continuamente riciclata per non surriscaldarsi. A Fukushima, alla rilevazione delle prime scosse sismiche, il sistema di sicurezza della centrale mise sotto controllo il nocciolo, per interrompere le reazioni a catena di fissione nucleare, ma restava il problema di smaltire le grandi quantità di calore residuo prodotto dalla fissione.
Quale fu la conseguenza?
Fuori uso i sistemi di raffreddamento, l’acqua cominciò ad evaporare, raggiungendo temperature sopra i 700-800 gradi, e scindendosi nei suoi due componenti, ossigeno e idrogeno, un mix talmente reattivo che generò una serie di esplosioni che scoperchiarono il tetto della centrale, portando i noccioli dei reattori coinvolti al meltdown, ovvero alla fusione per surriscaldamento, e provocando un rilascio di sostanze radioattive: iodio, cesio e isotopi del cesio.
Si poteva evitare?
L’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) aveva più volte invitato la Tepco (Tokyo Electric Poer Company), l’azienda che gestiva l’impianto nucleare di Fukushima, a predisporre un sistema di protezione ai motori diesel del sistema di raffreddamento perché la centrale era troppo vicina alla costa. O a spostarli più in alto in collina. Un appello caduto nel vuoto. Inoltre la centrale di Fukushima non era di recente costruzione, aveva già 40 anni di vita alle spalle. Infine, nel momento dell’emergenza, la Tepco si rifiutò di utilizzare l’acqua di mare per cercare di abbassare la temperatura temendo che l’acqua salina avrebbe potuto compromettere la funzionalità della centrale nucleare.
Quali furono i costi in termini di vite umane?
Finora non si sono riscontrati morti per l’esposizione diretta alle radiazioni. Ma si può ipotizzare che la contaminazione delle aree attorno alla centrale nucleare porterà a un incremento di casi di tumori, principalmente alla tiroide, e di leucemie.
Le nubi radioattive sono arrivate a Milano?
In quel periodo abbiamo effettuato misurazioni sulla radioattività presente nell’aria del nostro dipartimento che testimoniavano l’arrivo di materiale radioattivo da una distanza di migliaia e migliaia di chilometri. Ovviamente il livello di radioattività non era tale da destare allarme: era un milione di volte più basso rispetto a quella dell’aria di Tokyo. Siamo stati i primi in Italia a rilevarne la presenza.
A dieci anni di distanza, Fukushima torna a far parlare di sé.
Ancora oggi nella centrale è presente una quantità di radioattività e di calore residuo che richiede procedure di raffreddamento. L’acqua utilizzata viene stoccata in enormi serbatoi. Anche se depurata, presenta pur sempre una piccola percentuale di radioattività. Le polemiche sono scoppiate perché si starebbe valutando l’idea di rilasciarla nell’oceano. I favorevoli spiegano che le concentrazioni di radioattività sono paragonabili a quelle già presenti naturalmente nell’acqua marina. I contrari temono l’impatto sull’ecosistema.

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