Francesca Granucci

Granucci: «La varianti sono un’insidia, ma i vaccini restano l’arma più importante a nostra disposizione oggi»

Con la campagna vaccinale in corso, a far temere che l’uscita dalla pandemia sia ancora lontana sono soprattutto le varianti, sempre più numerose, del virus SARS-CoV-2. Abbiamo fatto il punto della situazione con la professoressa Francesca Granucci, immunologa.
 
Professoressa, qual è il meccanismo che genera le mutazioni del virus?
Per capire il meccanismo che provoca le mutazioni nel virus bisogna tenere presente che il patrimonio genetico del SARS-CoV-2, l’agente che causa il COVID-19, non è contenuto nel DNA ma nell’RNA. Il virus infetta la cellula per moltiplicare il proprio RNA e per generare nuove particelle virali. La sintesi dell’RNA non prevede un controllo e una correzione delle molecole sbagliate, mutate, per cui molte mutazioni si accumulano nel patrimonio genetico del virus. Il processo di generazione di mutazioni è casuale, quindi si possono generare mutazioni silenti, cioè mutazioni che non hanno alcun effetto sulla infettività del virus e sulla patogenesi della malattia causata dal virus stesso, mutazioni deleterie per il virus, ad esempio mutazioni che fanno perdere al virus la capacità di infettare, e mutazioni che danno un vantaggio al virus, ad esempio mutazioni che aumentano l’infettività. Queste ultime potranno essere quelle che avranno un vantaggio selettivo sulle altre e favoriranno la diffusione di nuovi virus.
 
Una variante ancora poco diffusa del virus è stata appena individuata anche in Italia. Molto simile a quella comunemente indicata come “variante inglese”, potrebbe avere anche le stesse caratteristiche in termini di velocità di diffusione e di letalità?
Il meccanismo con cui si generano le mutazioni spiega perché se ne stanno trovando sempre di nuove. Oltre alle tre varianti già diffuse (inglese, brasiliana e sudafricana) c’è la variante di Edimburgo, quella di Napoli, sette nuove varianti negli Stati Uniti. Se tutte queste varianti abbiano le stesse caratteristiche di quelle già, note in termini di diffusione e letalità, ancora è presto per dirlo. Il problema nell’immediato può riguardare i test molecolari e la loro capacità di identificare l’infezione anche in presenza di varianti.
 
La campagna vaccinale con i sieri attualmente disponibili può essere sufficiente per contenere la circolazione del virus?
Per quanto detto fino ad ora, le varianti potrebbero essere tantissime in tutto il mondo e molte se ne identificheranno col passare del tempo. L’utilizzo dei vaccini per bloccare la diffusione del virus e la generazione di nuove varianti richiederebbe un’organizzazione a livello mondiale che, visti i ritmi di produzione, è difficilmente immaginabile. Parlo di organizzazione a livello mondiale perché se si lascia che il virus circoli in alcune aree del mondo gli si dà anche la possibilità di generare nuove varianti che possono facilmente diffondersi grazie alla globalizzazione.
L’utilizzo dei vaccini ha, dunque, solo in parte, lo scopo di rallentare (non fermare) la diffusione del virus, ma, soprattutto, ha lo scopo di proteggere la parte più vulnerabile della popolazione, come gli anziani, le persone con problemi cardiocircolatori e gli immunodepressi dall’insorgenza della malattia in forma grave. Proteggendo le categorie a rischio, si proteggono le loro vite e si sollevano gli ospedali e le terapie intensive da una pressione insostenibile. Come conseguenza, si proteggono anche le vite di molti altri malati che oggi non hanno accesso agli ospedali.
I vaccini sono l’arma più importante a nostra disposizione in questo momento. Tuttavia, considerate le varianti del virus e l’eventuale necessità di produrre nuovi vaccini nel caso si diffondessero varianti che sfuggono completamente al controllo di quelli già prodotti, solo il tempo potrà dire se saranno l’arma risolutiva e quante campagne di vaccinazione saranno eventualmente necessarie per sconfiggere il virus.
 
La velocità con cui è stato necessario mettere a punto i vaccini fa sì che non ci siano ancora dati sui tempi di copertura che garantiscono. Si ipotizza dai sei ai nove mesi e, comunque, non più di due anni. Sarà necessaria una nuova campagna vaccinale se, nel frattempo, non ci sarà una significativa riduzione della circolazione del virus?
Rispondere a questa domanda è molto difficile, tenendo conto del fatto che non si sa quanto durerà la protezione generata dai vaccini, quanto i vaccini già prodotti saranno efficaci contro le varianti, quanto in fretta si potrà vaccinare la popolazione. Bisognerà attendere gli esiti di questa vaccinazione, non solo in Italia ma anche negli altri Paesi, per capire come si dovrà procedere.
Pensando in maniera ottimistica, potrebbe anche succedere che si generino un po’ di mutazioni che aumentino la velocità di diffusione del virus ma che riducano sensibilmente la gravità della malattia nelle persone più vulnerabili. Queste mutazioni avrebbero un vantaggio selettivo su quelle che sono state identificate fino a questo momento perché, a parità di capacità infettiva, potrebbero passare inosservate e quindi diffondersi più rapidamente rispetto a quelle che causano gravi insufficienze polmonari e che costringono all’isolamento e al ricovero. Quello che sappiamo oggi sulla biologia del virus non esclude questa possibilità. La diffusione di queste varianti e la protezione indotta dai vaccini per il virus che si è diffuso in origine potrebbero risolvere la pandemia.
Inoltre, da un punto di vista della scienza ci sono diversi modi per procedere con la generazione di nuovi vaccini, fino a giungere forse alla generazione di un unico vaccino che possa essere efficace contro tutte le varianti.
Le varianti più interessanti per la biologia del virus sono quelle che riguardano la proteina Spike, quella che il virus utilizza per infettare le cellule. Il numero di mutazioni che la Spike può ospitare non è infinito ma finito, poiché molte mutazioni sono incompatibili con il ruolo di questa proteina nell’infezione. Una campagna massiva di sequenziamento del virus a livello mondiale può consentire l’identificazione delle varianti che si sono generate e che stanno circolando.
Una nuova campagna di vaccinazione fatta con questo vaccino potrebbe, in effetti, essere risolutiva.  
Ci sono dunque molti scenari possibili e la comunità scientifica è preparata ad affrontarli.
 
Distanziamento sociale e sistemi di protezione faranno parte della nostra quotidianità ancora a lungo?
Vorrei poter dare una risposta diversa ma, a meno che non succeda qualcosa di imprevedibile in tempi brevi, sarà necessario continuare a lungo ad osservare tutte le norme di protezione. Non saprei fare una stima dei tempi. L’ultima pandemia che, vagamente, assomiglia a questa è stata l’influenza spagnola del 1918. Le stime dicono che allora durò più o meno due anni, causò 30 milioni di morti, soprattutto giovani, in una popolazione di circa 2 miliardi di persone. Le stime della pandemia attuale saranno di gran lunga migliori grazie agli enormi progressi fatti dalla scienza e dalla medicina. Tuttavia, sembra molto improbabile che si possa scendere sotto questa soglia dei due anni per tantissime ragioni sia strettamente legate alla biologia del virus sia socioeconomiche.

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