Giornata mondiale del libro: leggere è un'esperienza sensoriale

Nell’abbondanza delle giornate mondiali di … il 23 aprile ricorre la Giornata mondiale del libro e del diritto di autore, istituita nel 1996 dall’Unesco per celebrare il piacere dei libri, incoraggiare la lettura e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright.  
La scelta della data simbolica del 23 aprile deriva sia dalla tradizione catalana de’ La Diada de Sant Jordi (usanza di regalare un libro agli uomini e una rosa alle donne), sia dalla (apparente) concomitanza del giorno in cui sono morti nel 1616 Miguel de Cervantes, William Shakespeare e lo scrittore peruviano Garcilaso de la Vega

In occasione di questa ricorrenza ci siamo confrontati con il professor Mario Barenghi, ordinario di Letteratura italiana contemporanea in Bicocca al Dipartimento di Scienze umane per la formazione "Riccardo Massa", per raccogliere le sue considerazioni e qualche consiglio di lettura.
 

La prima considerazione è di ordine molto generale. La Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore si inserisce in una serie ormai piuttosto nutrita di ricorrenze annuali, che in buona sostanza rappresentano il corrispettivo contemporaneo – nel segno di uno spirito civico laico e sovranazionale – delle dedicazioni ai Santi dei giorni dell’anno, proprie del mondo cattolico. Da questo punto di vista sarebbe interessante indagare, caso per caso, sul grado di universalità di ognuna, cioè sulla maggiore o minore vicinanza a un ideale verso cui inevitabilmente si tende, senza peraltro mai raggiungerlo (lo stesso termine «cattolico» significa «universale»). In parecchi casi è facile ravvisare una matrice occidentalista, eurocentrica; per quella di cui parliamo è, non che evidente, dichiarata. Beninteso, non c’è di che scandalizzarsi, né di che stupirsi. Nella fattispecie, dobbiamo anzi considerare positivo l’abbinamento fra un autore anglosassone e un autore neolatino – due autori neolatini, anzi. Accanto a William Shakespeare e a Miguel de Cervantes viene celebrato infatti anche il peruviano Garcilaso Inca de la Vega, alias Gómez Suárez de Figueroa. Personalmente, non lo conosco: quello che constato, è la buona volontà di coinvolgere nella ricorrenza anche la figura di un sudamericano legato all’eredità pre-ispanica, cosa di cui non ci si può che compiacere: così come non possiamo che rallegrarci per il limite posto, almeno in questo caso, all’imperialismo culturale dell’anglosfera.
Per il resto, tutti sanno che la coincidenza fra le date della scomparsa dei tre autori è puramente nominale, visto che in Inghilterra, nel 1616, vigeva ancora il calendario giuliano, mentre in Spagna era già stato introdotto il calendario gregoriano (dodici giorni di differenza). Ma, di nuovo, tutto bene: ciò che conta è l’intenzione di dedicare una giornata al libro, e l’iniziativa non può che essere giudicata meritoria – così come è apprezzabile, sull’orizzonte nazionale, il recente conio del Dantedì (25 marzo),  che quest’anno è stato particolarmente solenne, dal momento che cade il settimo centenario della morte dell’Alighieri. A me, sinceramente, piacciono di più gli anniversari delle nascite; però, visto che siamo a Milano, vorrei ricordare che il 2021 (5 gennaio) è anche il bicentenario della scomparsa di Carlo Porta, poeta milanese, poeta grandissimo.

Oltre al libro, oggetto della ricorrenza è il diritto d’autore. Qual è la sua posizione sul tema della protezione della proprietà intellettuale attraverso il diritto d’autore e sul libero accesso all’informazione?

Si tratta di una materia molto complessa, con aspetti tecnici che solo un esperto di diritto può affrontare con competenza. Per parte mia, mi limito a qualche considerazione su una questione molto attuale, quella dell’open access. Io credo che occorra soprattutto guardarsi dalle oltranze ideologiche e dalle semplificazioni radicali. L’accesso libero ha senso per certe cose, per altre meno. Tanto per essere chiaro: è giusto promuovere l’accesso libero per gli articoli scientifici, soprattutto quando essi si pongano come contributi a una costruzione collettiva del sapere destinati ad essere superati in tempi abbastanza brevi. Ma se in futuro venisse proposto di ammettere alla valutazione della ricerca solo i testi pubblicati in open access io sarei contrario. In generale, a me sembra corretto il principio che l’accesso libero è appropriato ai due estremi della scala temporale: da un lato i testi che hanno una validità breve perché rientrano in un dibattito in corso, dall’altro i testi già collocati su una lunga durata, come i «classici» che (non a caso) a un certo punto vanno fuori diritti. Insomma, io vorrei avere a portata di mano sia l’ultimo contributo all’argomento di ricerca su cui sto lavorando, sia l’opera del grande autore, su cui devo controllare la correttezza di un passaggio o di una citazione. Ma se poi voglio leggere l’opera di quell’autore, la leggerò su carta, nell’edizione che più mi aggrada; così come preferisco leggere non solo su carta, ma in una veste editorialmente accurata, uno studio critico di durevole spessore.
Peraltro, mi rendo conto che la mia posizione risente di un fattore contingente: io appartengo a una generazione che è entrata nell’era digitale in età abbastanza avanzata. Non dubito che chi è nato dopo possa avere una sensibilità diversa, e un diverso atteggiamento nei confronti dell’oggetto libro.

Si legge di più o di meno in tempi di pandemia? Il confinamento, e quindi la riduzione dei contatti sociali, agevola o ostacola la lettura e la diffusione del libro?

Io non dispongo di dati oggettivi, non ho numeri su cui fondare la mia risposta. Vorrei però richiamare l’attenzione su un punto. Se una cosa ho imparato in questo tempo infausto, che ha sospeso e messo fra parentesi la vita di relazione mortificando per molti riguardi la nostra esperienza sensoriale, è che noi quello che facciamo lo facciamo con tutto il corpo. Così, noi non leggiamo solo con gli occhi: la lettura è anche una postura corporea (cioè la scelta fra una serie di possibili posture corporee), è la scelta di un luogo adatto (uno fra i vari possibili, ovvero l’unico praticabile in un certo contesto), ed è anche un modo di rapportarsi con chi ci sta accanto, ora avvicinandoci (si pensi alle letture parallele di una coppia) o appartandoci (a volte la lettura serve a isolarsi). L’ultimo romanzo di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, ha ancora molto da insegnarci su questo tema. In conclusione, dubito che si possa rispondere in maniera univoca. A seconda dei casi, la pandemia sarà stata per alcuni un’occasione per leggere di più, per altri, una condizione in cui leggere è diventato più difficile.

Professore, quali libri di William Shakespeare e Miguel de Cervantes ci invita a leggere o a rileggere?

Di Shakespeare, io non mi stanco di rileggere e di rivedere Macbeth. Mi sembra un’opera davvero di importanza capitale. E nel migliore dei mondi possibili – visto che noi operiamo all’interno del mondo universitario – credo che non dovrebbe essere consentito ottenere una laurea magistrale in economia, in giurisprudenza, in scienze politiche – ma in fondo anche in medicina o in ingegneria – senza conoscere Macbeth. Ma Shakespeare è una miniera, bisognerebbe leggerlo tutto. E non vanno sottovalutate le opere di carattere comico, o addirittura farsesco, a cominciare dalla prima, La commedia degli errori (The Comedy of Errors). Quanto a Cervantes, pur guardandomi bene dall’illusione che tutti abbiano letto Don Chisciotte, credo che potrebbe essere l’occasione di leggere le opere minori, come ad esempio le Novelle esemplari (Novelas ejemplares).
 
Infine, la presenza di Garcilaso Inca de la Vega nel trio di autori celebrati il 23 aprile potrebbe essere presa come uno stimolo a curiosare nelle tradizioni letterarie più lontane dalla nostra. Certo, la geopolitica delle traduzioni è in continuo divenire: oggigiorno, tanto per fare un riferimento facile, gran parte della fantascienza viene dalla Cina. Ma ecco, vorrei onorare la Giornata del libro ricordando che l’editoria italiana è sempre stata molto attiva sul fronte delle traduzioni. Anche questo è un tratto distintivo della nostra civiltà letteraria.
Dovremmo esserne consapevoli; e anche un pochino orgogliosi.        




 

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