«Dopo Tangentopoli non ci fu un vero rinnovamento istituzionale» - Bnews

Il 17 febbraio del 1992 finiva in manette Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio a Milano, per aver intascato una tangente. Fu il primo atto dell’inchiesta Mani Pulite cui ne seguirono altre, non solo nel capoluogo lombardo ma in gran parte d’Italia. Nacque da questo il termine Tangentopoli, che travolse il sistema dei partiti della Prima Repubblica. A trent’anni di distanza, quindi, un bilancio su cosa abbia rappresentato quella stagione non può essere limitato all’aspetto giudiziario, ma va esteso a quello politico-istituzionale.

Proviamo a tracciarlo con il professor Gianmarco Navarini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e autore di numerose pubblicazioni tra cui Politica liminale (Meltemi, 2018).

Professore, facciamo un passo indietro rispetto a Tangentopoli. Quali erano i simboli su cui si fondava la politica nella Prima Repubblica?

Prima ancora dei simboli, per tutta l’epoca della Prima Repubblica c’erano le ideologie, che funzionavano come delle religioni civili intorno a cui i simboli si appoggiavano e soprattutto si costruivano comunità. Era su questo che si fondavano i partiti. Oggi il problema è dare una collocazione a formazioni politiche che non sono più, o comunque sono molto diverse dai partiti di massa. Prima, inoltre, esisteva un ordine mondiale che forniva dei punti di riferimento anche simbolici. Da un lato c’era il Patto Atlantico, sovrinteso dagli Stati Uniti, e dall’altro il Patto di Varsavia, il blocco che aveva come riferimento l’Unione Sovietica. Magari si trattava di una forma di semplificazione, ma era comunque uno schema al quale rifarsi. Uno schema che comunque si stava disfacendo in parallelo a quella che sarà poi chiamata la fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Tangentopoli, come momento di crisi del sistema, si inserisce in una fase che è già di mutamento: semplificando potremmo dire che, a livello internazionale, c’era stato il crollo del muro di Berlino tre anni prima e, in Italia, il referendum sul sistema elettorale nel 1991. Come si intersecano tra loro questi processi?

Ci sono stati più fattori concomitanti, anche a livello interno. C’era anche una forte mobilitazione nella società civile: grazie alle indagini del pool diretto da Antonino Caponnetto, di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, l’opinione pubblica aveva scoperto che le organizzazioni criminali si erano inserite sempre più strutturalmente nel tessuto economico e imprenditoriale, con forti analogie con ciò che emergerà anche con l’inchiesta Mani Pulite. Il referendum voluto da Mario Segni porterà, a partire dalle elezioni comunali, al sistema maggioritario, che favorirà la polarizzazione e spingerà per una sempre maggiore personalizzazione della politica e del confronto politico. Questo ha rappresentato un elemento di novità, così come la crescente importanza delle tivù sia nella formazione di una coscienza critica più popolare sia nell’incorniciarla dentro la forma dello spettacolo. La politica diventava intrattenimento. Con Mani Pulite, poi, abbiamo assistito anche alla spettacolarizzazione della giustizia: non era mai accaduto prima che la magistratura diventasse una sorta di eroe nazionale, esercitando un’attività apparentemente “rivoluzionaria” e non solo legalitaria. Tutto questo ha contribuito alla dissoluzione del vecchio sistema, ma ha rappresentato anche un limite all’efficacia del processo di cambiamento, proprio perché sembrava che tutto avvenisse all’interno di una rappresentazione. Basti pensare che il processo Enimont era seguito quotidianamente in tivù da milioni di persone come una sorta di soap opera.

Non a caso nei suoi libri lei definisce Tangentopoli un’occasione persa dalla classe politica perché non si realizzò la fase della reintegrazione, la tappa finale di un processo di crisi e l’approdo a nuovi equilibri. Come mai?

Un elemento da considerare dal punto di vista sociologico è che Mani Pulite prima e Tangentopoli poi introdussero nella sfera pubblica il tema della morale. L’attenzione a valutare il carattere morale della condotta dei politici unisce le persone, e questo è uno degli effetti di un vero scandalo. Si realizza un momento rituale nell’ambito di un processo di transizione che lo scandalo evoca. L’aspetto morale, però, andrebbe distinto da quello legale. Il primo ha una dimensione popolare, le persone esprimono un moto di indignazione e questo può contribuire ad un mutamento del sistema. È ciò che almeno in parte è avvenuto, ad esempio, negli Stati Uniti con lo scandalo Watergate. Da noi, invece, aspetto morale e aspetto legale furono ritenuti coincidenti, più o meno sovrapposti e limitati alla durata dell’attenzione per lo scandalo.

Con quali conseguenze?

La questione morale non è mai diventata una tesi istituzionale. All’epoca, non si comprese lo spirito dei tempi. Si era creata una comunità di sentimenti fondata su alcuni simboli: ad esempio, l’inchiesta Mani Pulite personificata, in particolare, dal pm Antonio Di Pietro. Se questo garantì sostegno all’azione giudiziaria, non funzionò dal punto di vista istituzionale. Non ci si pose il problema della necessità di un rinnovamento attraverso una riscrittura della “carta dei comportamenti”, e non si colse l’importanza di rilanciare il tema della responsabilità, spostandola da temporanea questione morale a una questione stabile di valore istituzionale.

Quali temi si affacciarono sulla scena politica?

Il tema della legalità portò come corollario all’identificazione del buon politico con il politico onesto. Si perse l’attenzione alla competenza. Alle elezioni politiche del ‘94, poi, insieme alla personalizzazione si registrò anche una novità sul piano comunicativo: la parola chiave fu “nuovo”. Bastava essere – o anche solo essere presentati – come non compromessi con la vecchia politica corrotta per essere ritenuti affidabili. Tuttavia, la forza politica che vinse quelle elezioni non interpretò la comunità di sentimenti che si era formata con il grande scandalo, anzi, contribuì a creare una polarizzazione anche nei confronti della magistratura. E questo anche fu determinante per la mancata reintegrazione.

A trent’anni di distanza dall’avvio dell’inchiesta Mani Pulite, l’Italia si ritrova di nuovo in una condizione liminale. Quanto ha contribuito la difficoltà nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica a determinare l’attuale situazione di incertezza?

Se queste caratteristiche del nuovo politico hanno segnato il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica, c’è anche da dire che nel tempo sembra sia maturato un sottile e seminascosto sentimento di parziale nostalgia della Prima: come se, nel valutare la nuova classe dirigente, ci sia una sorta di riscoperta delle capacità politiche di quella che l’aveva preceduta. Quello che mancò nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica fu il rinnovamento istituzionale. Quel che invece ha resistito, più che altro simbolicamente, è l’idea di trovarsi dentro a una transizione. Dove, tuttavia, buona parte di ciò che è transitorio ha effetti durevoli. Di qui l’incertezza ma anche una sfida per la responsabilità della nuova classe dirigente.