Cyber censura, un eterno scontro di diritti

Ogni anno, dal 2010, il 12 marzo si celebra la giornata mondiale contro la cyber censura. L’idea della sua istituzione fu di Reporter senza frontiere, organizzazione nata nel 1985 a Parigi, con lo scopo di difendere il diritto di ognuno ad esprimere la propria opinione. Ogni anno, in questa occasione l’organizzazione pubblica sul proprio sito l’elenco – di volta in volta aggiornato – di tutti quei Paesi che limitano l’accesso ad Internet, minacciando gli utenti e la loro libertà. Andrea Rossetti, docente di Filosofia del diritto e Informatica giuridica, ci spiega perché è così attuale questo tema.
Cos’è la cyber-censura?
La prima cosa da chiarire è che in rete non si è mai davvero anonimi. Ogni volta che ci connettiamo al nostro apparecchio viene assegnato un numero univoco - l’indirizzo IP - che permette di risalire con relativa facilità all’identità di colui che è connesso. Negli stati occidentali democratici l’indirizzo IP è un dato personale e come tale tutelato dalle leggi sul trattamento dei dati personali. Questo significa, ad esempio, che la polizia per connettere un numero IP ad un’identità deve rispettare determinate regole, deve ottenere un permesso dalla magistratura.
Non tutti gli stati sono però democratici. Ci sono Stati in cui il governo, attraverso l’IP, individua coloro che pubblicano anche semplicemente opinioni difformi da quelle del partito e agisce censurando, nella migliore delle ipotesi, le loro idee.
C’è poi un altro aspetto più connesso alla natura digitale delle nostre comunicazioni. Con le piattaforme social in particolare, siamo davanti anche a dei tipi di censura che non sono più esercitate dagli Stati, ma sono esercitate da privati in virtù del contratto che ciascuno di noi sottoscrive quando si iscrive a queste piattaforme.
Nel 2020 è ancora attuale una giornata mondiale dedicata a questo tema?
È opportuno ricordare che la rete non è di per sé un veicolo di democrazia. Ma anzi attraverso le nuove tecnologie dell’informazione è possibile attuare forme puntuale di controllo sui cittadini che nessuno Stato in passato è stato in grado di attuare. E, purtroppo, in alcuni Stati queste forme di controllo sono attualmente e abitualmente utilizzate. E’ quindi più che opportuno ricordare che la libertà di espressione non è né garantita né tutelata semplicemente dall’uso di nuove tecnologie. Non solo: anche negli Stati come il nostro in cui il diritto all’informazione e all’espressione del pensiero sono costituzionalmente tutelate, la possibilità di esprimere pubblicamente la propria opinione è in mano alle arbitrarie decisioni del proprietario della piattaforma.                           
Sull’argomento pare che il dibattito sia ancora aperto e non ci sia una posizione condivisa, è così? Perché?
Il dibattito è aperto come in tutti i casi in cui si scontrano diritti fondamentali che non si possono con semplicità mettere in ordine. Qui in gioco da una parte, il diritto dei cittadini (cittadini e non semplici utenti!) ad esprimere pubblicamente il proprio pensiero, dall’altra il diritto del proprietario della piattaforma di gestire come vuole i contenuti.
Con una chiara asimmetria: il cittadino come singolo può ben poco contro colossi multinazionali che capitalizzano triliardi in borsa.
 
 
 

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