alberto sordi

Buon compleanno all’Albertone Nazionale

A 100 anni dalla nascita di Alberto Sordi, ricordiamo uno degli attori italiani più apprezzati e amati di sempre, che attraverso i suoi molteplici personaggi ha rappresentato il nostro paese nel mondo. Un rapido excursus fra aneddoti e comicità in compagnia della professoressa Emanuela Mancino (docente di Filosofia dell'educazione).

 
Dire Alberto Sordi è evocare per tutti, indistintamente (giovani e meno giovani, amanti del genere o no) almeno una delle scene dei suoi film. Anche ora, a cento anni dalla sua nascita, ricorrono citazioni di sue interpretazioni, di sue caratterizzazioni di comportamenti, manie, tic mimici e verbali, battute, posture, accenti, intonazioni.
Che abbia costituito, nel secondo dopo guerra, un vero e proprio catalogo di personaggi e tipologie sociali, proponendosi come prototipo ora dell’arrivista, ora del giovane gaudente, ora dello scaltro commerciante, ora dell’indolente vitellone piccolo-borghese, dall’amaro e deluso uomo che constata un progresso che lo stritola nei suoi meccanismi o gli chiede di conformarsi, dal prevaricatore, fino alla conquista di un eroico e triste orgoglio nazionale nel sacrificio di Jacovacci nel film “La grande guerra di Monicelli o la ritrovata dignità di “Tutti a casa” di Comencini, è un dato che ne fa eclettico e versatile interprete di una serie di clichet contemporanei all’epoca della sua attività.
 
Tutti i ruoli vestiti sono stati da Alberto Sordi proposti e interpretati avendo ereditato dal neorealismo quella crudezza vicina a tutti che lo ha reso così tanto “nazional-popolare”, fino a fargli guadagnare quell’accrescitivo familiare così tipico della lingua romana degli affetti: Albertone. Ha portato sullo schermo, con una sempre riconoscibile e personalissima incisività interpretativa, quelle pulsioni elementari che agitavano gli animi dell’epoca: fame, invidia, goliardia, smania di successo, moda, conquista, uno scanzonato modo di alternare l’arte di arrangiarsi al goffo tentativo di assumersi responsabilità in uno scenario storico che cerca di rialzarsi dopo il conflitto… proponendo, per ogni emozione e sentimento comune, un modello interpretativo unico, comicamente tipicizzato.
Ha dato visibilità ai sentimenti che premevano per essere detti e per avere spazio, attraverso quel che contraddistingue un attore in scena: il gesto, il corpo, la voce. Ha dato corpo a sentimenti comuni. Tanto comuni da farlo diventare un italiano medio, di cui non sempre si è riconosciuta o apprezzata la capacità di dar vita, attraverso una comicità neorealista di tipo corale, ad una galleria di personaggi che sono interessantissimi strumenti di indagine sociale. Per alcuni  è stato tanto italiano medio da volerne allontanare, criticamente, certa “medietà” (ricordiamo Nanni Moretti e la sua sprezzante battuta volutamente intellettuale: “Ve lo meritate , Alberto Sordi!”).
 
Ma la persistenza di immagini, voci e gesti di un comico sorridente e amaro come Alberto Sordi mostra una possibilità ironica tutt’altro che media o banale: ha permesso al pubblico l’arte molteplice del riconoscimento; la possibilità di rispecchiarsi ma attraverso uno spostamento caricaturale che consente di non identificarsi, di non aderire, ma di guardarsi e sentirsi, tra l’altro, non da soli.
 
Pasolini diceva che alla “comicità di Alberto Sordi ridiamo solo noi (intendendo noi Italiani, ndr): perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo”. Il mondo rappresentato da Sordi era, per Pasolini, molto simile a quello rappresentato dalla Magnani. Ma l’attrice poteva piacere anche fuori dall’Italia perché la sua specificità aveva dato vita ad un particolarismo universale.
 
L’infantilismo di Sordi, la base della sua comicità, che lo affianca a Charlot e Tati, si situa nel suo urtare con la realtà, facendo sempre restare ogni personaggio come inadatto e, in certi casi più amari, vile. Se le battute di Alberto Sordi sono ancora presenti nei nostri occhi e nelle nostre orecchie è anche perché non sono mai diventate omologanti, non si sono mai trasformate in quei “tormentoni” in cui spesso pieghiamo il linguaggio corrente fino a far scomparire i contenuti di quello che vogliamo dire. Ridere, soprattutto in modo amaro, permette di interrogare il reale, di metterlo in dubbio, di vederlo di più. A volte anche in modo spietato.
Del resto l’ironia è quel gesto che altera, anche fino al paradosso, che evidenzia il reale dissimulandolo, mostrandone altre prospettive.
 
E tutto il passaggio al gesto, all’esteriorità, finanche alla medietà comica dei personaggi di Sordi non impedisce mai di vedere anche altro, di vedere il dentro, di chiedersi di più, sporgendosi su un mistero di cui è impossibile, forse, ridere, ma che si può provare a scorgere. Perché non tutto ciò che fa ridere fa ridere tutti. E dare spazio al pensiero più contemplativo e malinconico è l’effetto di un’ironia ben fatta. Come mostrò superbamente Sordi nel dar luce alle ombre private e intime di un uomo mentre fuori esplode la violenza urbana ne “Un borghese piccolo piccolo”.
 
Tra il riso e l’amarezza, Sordi ha rispecchiato i sentimenti ambivalenti di chi soccombe e di chi vuole imporsi alla barbarie. Ha raccontato e mostrato un mondo che in parte non esiste più, probabilmente, ma il carattere di complessità dell’umano che i suoi film ci riportano mostrano anche i chiaroscuri di noi spettatori, tuttora, ancora.
 
Pasolini sosteneva che forse ai personaggi di Sordi mancava un po’ di cattiveria intellettuale, quella capacità critica capace di far riflettere. Ma riconosceva anche la presenza di un altro, fondamentale elemento di conoscenza, nei suoi gesti e nelle sue parole: la pietà, quella capacità di mettersi in relazione riflessiva con se stessi e con l’altro, un atteggiamento che è, in fondo, l’esito di un conflitto morale.
 
Un insegnamento complesso, quindi, da raccogliere in questo centenario: una mutevole umanità che ci addita non solo quel che può far ridere, ma che ci permette di far domande alle amarezze che fanno nascere il bisogno di una risata.

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