“Io, italiana a Tromsø vi racconto la quarantena dei norvegesi”

Da gennaio si trova a Tromsø, in Norvegia. Rientro previsto per giugno. Alessandra Savini, ricercatrice presso il Disat (dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra) dell’Università di Milano-Bicocca, si stava preparando per una spedizione oceanografica a bordo della nave da ricerca Kronprins Haakon nel mare di Barents e in Artico, per un progetto dedicato allo studio dei gas idrati, quando l’emergenza Coronavirus è arrivata anche da quelle parti. In attesa di poter partire per la spedizione il prossimo anno, Alessandra ci ha raccontato come i norvegesi stanno affrontando le misure anti-epidemia, tra distanziamento sociale e voglia di collaborare per la ripresa economica del Paese.
Alessandra, ci racconti: come viene percepita l'emergenza dai norvegesi?
In questo periodo in cui le giornate iniziano ad essere belle e soprattutto lunghe, vedere un norvegese del nord che esce poco vuol dire tanto! Significa che stanno prendendo la situazione molto seriamente. I norvegesi riescono a stare all’aria aperta anche d’inverno con poca luce e 15 gradi sotto lo zero. Passano l’inverno aspettando la primavera per poter sciare dopo il lavoro. I miei contatti qui in Norvegia includono persone che si informano molto, attente e anche molto premurose. Ci chiedono come stiamo e come procede questa vita un po’ chiusi in casa con il famoso distanziamento sociale. Anche il dipartimento (dell’Arctic University of Norway- Ui-t) manda mail informative e ha messo a disposizione da subito numeri di telefono per supporto psicologico. Qui poi ho conosciuto delle persone eccezionali, mi hanno dimostrato un’umanità che in Italia vivo solo con gli amici più stretti. Il rispetto della persona e della famiglia è una vera priorità per i norvegesi.
I norvegesi rispettano il distanziamento sociale? È concesso svolgere attività motoria all’aperto?
Qui è concesso correre e penso anche mettersi un paio di sci da fondo. Ovviamente sono chiuse le piste da sci e tutti i centri sportivi e i luoghi di aggregazione. Però si può uscire a fare una passeggiata o una corsa, quello che si chiede alla popolazione è il distanziamento sociale di 1-2 metri, che mi sembra sia abbastanza rispettato, per quel poco che ho visto. Io anche esco solo per fare la spesa e brevi passeggiate dietro casa, nella foresta. Qui siamo in pochi, mantenere un certo distanziamento sociale è più semplice, anche culturalmente. In Norvegia ci sono 5 milioni di abitanti – circa la metà della sola popolazione lombarda. Su un territorio che oltretutto è almeno 16 volte più grande della Lombardia e anche più grande dell’intera Italia, isole comprese. Si capisce che è semplice uscire di casa e ritrovarsi a passeggiare per i sentieri in quasi totale isolamento. La mia percezione è che la maggior parte delle persone sia bene informata e agisca di conseguenza, e soprattutto che si fidi delle istituzioni. Questo credo sia il frutto di un Paese che si è anche guadagnato la fiducia dei cittadini. Quindi le misure del governo sono accolte senza troppe esitazioni dalla maggior parte della popolazione.
C'è preoccupazione per una crisi del turismo?  
Certo, Tromsø soprattutto sta sviluppando molto il settore turistico, l’aurora, le corse sulle slitte trainate dalle renne o dai cani, la cultura Sami, lo sci, i fiordi. È una regione bellissima e ricca di attrazioni e meravigliose attività all’aperto. Stanno sentendo la crisi, le persone si adattano come detto e tutti sperano di riaprire il prima possibile. Anche per questo si attengono alle norme indicate.  
Dal punto di vista sanitario crede che la Norvegia sia attrezzata a fronteggiare l'emergenza?
L’impressione è che gli ospedali abbiano cercato di attrezzarsi al meglio da subito (corsie preferenziali per casi sintomatici in ingresso, personale sanitario dotato delle attrezzature necessarie, assistenza per la gestione dei bambini del personale sanitario), però ho letto che i posti letto per 1000 abitanti non sono molto maggiori di quelli che abbiamo in Italia e che il sistema sanitario è comunque preoccupato. È vero poi che anche qui in Norvegia un primo e importante focolaio è partito da un ospedale ad Oslo, dove erano risultati positivi alcuni infermieri che avevano passato le vacanze all’estero poco prima (i primi contagiati sono arrivati per lo più da Austria e Italia). I focolai negli ospedali sono quanto di peggio ci possa essere e noi italiani purtroppo lo sappiamo bene, ma qui non hanno subito le stesse conseguenze. Bisogna poi aggiungere che il paese è ricco, la densità di popolazione è bassa, le strutture sempre progettate al meglio. Credo che il governo abbia speranza e voglia mantenere la situazione sotto controllo con le misure attualmente in corso, meno restrittive rispetto all’Italia. Da qualche settimana hanno però hanno attivato un sistema online dove è possibile registrarsi se si presentano sintomi a carico del sistema respiratorio. È stato un passo per cercare di avere una stima delle persone che potrebbero aver bisogno di un ricovero.   
Lei è in compagnia della sua famiglia?
Visto il lungo periodo sono partita per Tromsø con mio figlio di 6 anni. L’ho iscritto a una scuola internazionale che segue il programma dell’International Baccalaureate del quale sono molto soddisfatta. Integrano anche attività post-scuola che mi permettevano di lavorare a tempo pieno, mentre lui imparava inglese e norvegese e conosceva altri bambini che arrivano un po’ da tutto il mondo. Ora le scuole sono chiuse dal 12 marzo e quindi anche le università e i centri di ricerca. La scuola di mio figlio si è da subito organizzata inviando attività da svolgere a casa in modo da dare comunque ai bambini la possibilità di lavorare online. La premier Norvegese, Erna Solberg, ha voluto organizzare una conferenza stampa appositamente dedicata ai più piccoli per incoraggiarli, spiegare la situazione e come potevano collaborare. Ogni sera ascolto insieme a mio figlio gli aggiornamenti live delle 18 che seguono tutti gli italiani e poi abbiamo le telefonate a parenti ed amici. È un bambino, ma se informato nel modo corretto riesce ad elaborare la situazione e comprendere bene come bisogna comportarsi (e questo vale per tutti direi). Sa che stiamo in casa per il bene di tutti. Certo soffriamo l’isolamento, il non poter rientrare in Italia per le vacanze di Pasqua ed il suo compleanno. Ma sappiamo il perché, lui gioca, impara, sta con me tutto il giorno, cosa che normalmente capita solo in vacanza perché sempre presa con il lavoro e questa novità per lui è l’aspetto positivo.
Un lavoro come il suo comporta anche spedizioni e attività sul campo. Com’è, invece, lavorare da casa?
Esami, lezioni, riunioni sono molto più efficaci se tenute in presenza. Le attività di campo, certo, sono fondamentali per raccogliere i dati. Ma lavorare da casa per molti aspetti del nostro lavoro è fattibile: scrivere articoli, sviluppare nuovi progetti, l’analisi di dati tramite software.  Non è quindi il fatto di essere a casa che impegna e complica il lavoro, quanto il fatto che a casa ora bisogna gestire molte altre cose per via dell’emergenza, soprattutto se si ha una famiglia con bambini.
È in contatto con altri italiani? C’è stato qualche tentativo di sensibilizzare la popolazione locale sulla serietà dell’emergenza?
C’è una meravigliosa comunità di italiani qui, molti dei quali lavorano all’Università. Io ne conosco solo alcuni, ma ho saputo che hanno scritto un articolo per un giornale locale pubblicato il giorno prima della chiusura delle scuole, per far capire che la situazione era molto seria (il titolo era “Italiani a Tromsø: per favore non sottovalutate la situazione”). Devo dire che verso fine febbraio la percezione del pericolo era minima e la comunità nella sua maggioranza non tollerava inizialmente sentir parlare di chiusura delle attività per una “banale influenza”. Poi le cose sono cambiate appena il governo ha preso una posizione e ha informato a dovere le persone. C’è una pizzeria molto famosa qui a Tromsø gestita da Italiani: sono stati i primi a chiudere volontariamente e offrire solo servizio a domicilio per sensibilizzare il più possibile tutti.
Come si immagina il mondo post-coronavirus?
Lo ammetto: ho paura. Abbiamo due strade, come nella vita del singolo, quando capitano traumi, possono accadere due cose: o migliori o peggiori. La disinformazione e la voglia di far circolare notizie inutili sono alcuni tra gli aspetti che mi spaventano di più. Ho semplicemente paura che il post-coronavirus si presti ad ulteriori sprechi di notizie senza concentrarsi invece su una ripresa vera e salutare dell’economia e della vita. In quanti saranno disposti a ricominciare a vivere magari in maniera più “salutare” per se stessi e per l’ambiente? Non so, la gente si preoccupa di uscire per correre, di prendere aria, di non fermarsi… si preoccupa di postare l’ultima battuta o l’ultima notizia ad effetto – e l’ho fatto pure io. Questo finché non succede qualcosa di realmente tragico, e sta accadendo a molti. Ne usciremo cambiati, questo è sicuro, io spero in meglio. Ci vorrà molto impegno, quello sano, quello che ti fa felice perché sai che poi arriverà qualcosa di indubbiamente benefico. Vedo sempre questo hashtag “…nonsiferma”… ecco, a volte bisogna fermarsi e impegnarsi per fermarsi, come stanno facendo molte aziende, molte attività e persone con partita IVA… forse serviva un altro motto, un altro hashtag. Mi piacerebbe diventasse virale prima o poi “io mi impegno”. Se diventasse virale un’affermazione del genere, con un sano spirito di “ecologico rinnovamento”, allora sì mi riempirei di sane speranze per un mondo migliore!
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