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«C’è bisogno di un patto tra generi»

È la Giornata internazionale dei diritti della donna, ma comunemente l’8 marzo è indicato come la data della Festa della donna. Proprio in questo passaggio si nasconde l’insidia, per la verità comune a molte ricorrenze celebrative, che si perda il significato della “Giornata” come momento di riflessione per (s)cadere nella retorica. Ne abbiamo parlato con la professoressa Carmen Leccardi, che si occupa di Sociologia dei processi culturali e comunicativi.
Professoressa, qual è il senso dell’attualità di questa giornata?
A mio giudizio, l’attualità di dedicare una giornata alla riflessione sulla condizione delle donne è oggi data – sfortunatamente – dalle cifre drammatiche dei femminicidi: più o meno due a settimana da inizio anno. È questa la realtà con cui ci confrontiamo in Italia. Il riconoscimento della parità è ancora lontano. Se in una relazione di coppia manca la capacità di confrontarsi e di riconoscere l’autonomia delle donne, è facile immaginare cosa possa accadere anche in altri contesti come, ad esempio, quello lavorativo o quello politico. Ridotte opportunità, divario salariale, mancato riconoscimento della parità nelle rappresentanze politiche: fa tutto parte di un unico universo che è quello delle diseguaglianze di genere. Sul piano generale persiste infatti, nel nostro Paese, una cultura patriarcale accompagnata da forme di sessismo, nascosto all’interno del senso comune. La costruzione dell’eguaglianza di genere nella vita sociale, lo sappiamo, è un processo complesso e lento, un percorso da fare giorno per giorno. Se l’8 marzo resta legato al dono della mimosa e alla commemorazione di fatti tragici ma lontani nel tempo, come la morte delle operaie in una fabbrica tessile agli inizi del Novecento, serve a poco. Guardiamo alla realtà di oggi e a quanta strada ci sia ancora da percorrere.
La pandemia ha messo in evidenza quanto fragili siano le conquiste fin qui ottenute, basti pensare a quante donne sono state costrette a non tornare al lavoro dopo il primo lockdown. Come si rendono stabili i progressi fatti?
Nel mondo del lavoro siamo ben lontani dalla parità. Le faccio un esempio che riguarda un contesto professionalmente elevato: un avvocato guadagna mediamente quasi il doppio di una sua collega donna. Penso, poi, alle mamme lavoratrici. Si parla tanto di conciliazione dei tempi di lavoro e vita privata, ma io propongo che si passi dalla conciliazione alla condivisione: solo se c’è condivisione degli impegni, c’è parità. È un cambio di mentalità che riguarda in generale il modo di stare nel mondo: in maniera non violenta, rispettosa. Rispettosa delle donne, degli altri, dell’ambiente…
Sulla parità di genere punta anche il Recovery plan. Al di là delle perplessità suscitate dalla ripartizione dei finanziamenti nella prima bozza del piano, è evidente che si tratta di un tema cruciale per il futuro del sistema Paese.
La situazione attuale non è accettabile. Le ragazze si sono rimboccate le maniche, è giunto il momento di sostenerle. Questo lo si può fare solo lavorando tutti insieme: sul piano legislativo, sul piano delle politiche attive e sul piano culturale. Non occorre solo un patto tra generazioni, ma anche un patto tra generi.
C’è un aspetto ancora poco conosciuto del più generale problema della mancanza di parità? 
Più che un aspetto poco conosciuto, me ne viene in mente uno che sta prendendo drammaticamente piede negli ultimi tempi. Parlo del revenge porn, che rovina la vita delle ragazze portandole, in casi estremi, perfino al suicidio. Si tratta di un fenomeno paradigmatico. Perché le vittime sono le ragazze e non i ragazzi? Perché c’è ancora oggi una doppia morale che considera vergognoso un certo comportamento nel caso delle donne e, al contrario, motivo di vanto se lo stesso comportamento riguarda un uomo. Anche in questo ambito occorre una crescita di consapevolezza. Da parte delle donne come da parte degli uomini.
 
Prima ha detto: l’8 marzo non può ridursi al dono della mimosa. È un gesto che può avere ancora un valore?
Non saprei. Se il fiore giallo ci aiuta a ricordare il rosso del sangue di tante donne vittime di violenze e femminicidi, mi va bene. Ciò che mi sta a cuore è l’impegno per il riconoscimento della dignità e dell’autonomia delle donne. L’auspicio è che la mimosa possa simboleggiare davvero l’inizio della primavera e di una nuova relazione tra i generi.
 
Qui il programma delle iniziative dell’Università di Milano-Bicocca per la Giornata internazionale dei diritti della donna

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