Young Investigator, a Francesco Bartoli il Brain Sciences Award

Francesco Bartoli è il vincitore del Brain Sciences 2020 Young Investigator Award. La rivista scientifica che assegna importanti riconoscimenti agli autori e ai revisori dei paper, dallo scorso anno ha voluto valorizzare anche il lavoro dei giovani professionisti. Nella terna premiata, insieme ad una collega belga e ad un collega britannico, c’è il ricercatore di Psichiatria del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca e dirigente medico psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASST Nord Milano.
Dottore Bartoli, Brain Sciences ha inteso premiare non una singola attività di ricerca, ma i risultati ottenuti in anni di lavoro.
È proprio questo l’aspetto che mi rende più orgoglioso del riconoscimento ricevuto. Il meccanismo di selezione prevedeva l’invio della candidatura sostenuta da reference letters, poi la selezione da parte di un comitato di esperti guidato dal professor Stephen D. Meriney, editor-in-chief di Brain Sciences, e professore di Neuroscienze e Psichiatria dell’Università di Pittsburgh. Infine, c’è stata la valutazione finale sui selezionati e la definizione della terna dei premiati. Più persone hanno riconosciuto il valore dell’attività fin qui svolta e questo per me è motivo di grande soddisfazione. 
Quel è il suo campo principale di ricerca?
Negli anni scorsi ho collaborato con il professore Giuseppe Carrà e la dottoressa Cristina Crocamo nell’ambito di studi sulla comorbilità psichiatrica e l’uso di sostanze. Nell’ultimo periodo ci siamo occupati principalmente di biomarkers di disturbi mentali: cerchiamo di capire se esistono marcatori periferici che possano caratterizzare patologie come, ad esempio, il disturbo bipolare. Si tratta di un ambito in cui c’è ancora molto da indagare in quanto poco esplorato.
Le misure per il contenimento della pandemia hanno messo a dura prova la tenuta psicologica delle persone. Che tipo di ricaduta c’è stata?
Parlo per l’esperienza fatta all’ospedale “Edoardo Bassini”, dove lavoro, più che sulla base di dati complessivi. Durante la prima ondata, abbiamo registrato un netto decremento di casi di consulenza al pronto soccorso. Le persone evitavano di recarsi in ospedale ritenendo che potesse comportare dei rischi di contagio. Discorso a parte va fatto per le intossicazioni da alcol per le quali non abbiamo evidenziato alcun calo dei casi. Neppure per quello che riguarda le sostanze stupefacenti.
A suo avviso, ne usciremo rafforzati o ci porteremo a lungo dietro le conseguenze di questa situazione?
Nel futuro c’è da aspettarsi l’onda lunga di disturbi d’ansia, depressione e disturbi da stress post-traumatico. Le sequele legate all’ospedalizzazione o il trauma vissuto per la morte di un parente sono fattori che incidono e incideranno. È prevedibile, quindi, un aumento dei casi.
Anche l’incertezza per il futuro a causa della correlata crisi economica può essere un fattore che impatta sull’equilibrio psicologico?
Certamente, anche questo avrà le sue conseguenze. Del resto, anche in letteratura è descritto come la fase successiva dell’emergenza è quella delle patologie mentali direttamente o indirettamente correlate alla pandemia.
 
Maggiori informazioni sul Brain Sciences 2020 Young Investigator Award su https://www.mdpi.com/journal/brainsci/awards

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