Perché sono importanti gli open data per la vita sociale dei cittadini? - Bnews Perché sono importanti gli open data per la vita sociale dei cittadini?

Perché sono importanti gli open data per la vita sociale dei cittadini?

Perché sono importanti gli open data per la vita sociale dei cittadini?
OpenGovernmentData

Sempre di più oggi il rapporto tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione è mediato dall’uso delle tecnologie digitali, che permettono di rendere più efficienti e trasparenti i servizi pubblici. I dati prodotti dalle istituzioni pubbliche, i cosiddetti open government data, offrono inoltre opportunità nuove alla ricerca finalizzata al miglioramento della vita sociale.
Questi temi saranno oggetto dell'evento Open Government Data. Cittadinanza, Conoscenza e Potere che si terrà il prossimo 28 febbraio in Università Bicocca.

«Con questo seminario l’intenzione è di offrire un’opportunità per affrontare riflessivamente alcune grandi questioni di fondo relative al nostro rapporto con le grandi moli di dati che quotidianamente produciamo e utilizziamo, non sempre consapevolmente. Parleremo quindi delle implicazioni dei processi di datificazione per la conoscenza, ma anche di risvolti etico-politici, rischi per la democrazia e nuove forme di potere. Lo faremo attraverso un approccio multidisciplinare, tra filosofia e scienze politiche e sociali» ha dichiarato la professoressa Giorgia Serughetti, coordinatrice dell’evento.
Approfondiamo quindi alcuni aspetti insieme alla professoressa Sonia Stefanizzi, direttore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale di Bicocca, e il professor Gabriele Giacomini dell’Università di Udine.

Il progetto Open Government Data: conoscere la società attraverso i dati della Pubblica Amministrazione è stato finanziato dal MUR per i Dipartimenti di Eccellenza 2023-2027. Professoressa Stefanizzi, qual è l’obiettivo di questa ricerca?

Il progetto intende concentrare l’attenzione sui cosiddetti Open Government Data (OGD), intesi come i dati prodotti dalle istituzioni pubbliche, al fine di promuovere la trasparenza e la responsabilità nei confronti dei cittadini, nonché la creazione di valore e di servizi innovativi da rendere disponibili all’intera società. Sebbene il valore informativo degli OGD sia molto elevato, il loro utilizzo in ambito scientifico (e non solo) è ancora marginale. Le motivazioni sono molteplici e si possono riassumere nella difficoltà, da parte delle PA, di attivare procedure virtuose di produzione, documentazione e diffusione di dati di qualità, utili per gli utenti e soprattutto ready to use per l’analisi scientifica. La produzione di dati di qualità richiede risorse, in termini di tempo e finanziamenti, che le PA non hanno a disposizione o che dovrebbero dirottare da altri servizi essenziali. Il risultato è la diffusione di portali Open Data tecnicamente ineccepibili, ma senza alcuna attenzione all'usabilità, all’accessibilità delle informazioni di supporto al dato, alla qualità del contenuto o alle conseguenze del suo utilizzo. Questi aspetti quindi, oltre a limitare il potenziale beneficio che può derivare dall’utilizzo degli OGD, fanno emergere alcune criticità che divengono dirimenti per chi voglia fare un uso strutturale e a scopi scientifici dei dati prodotti dalle pubbliche amministrazioni. Senza un reale ripensamento delle modalità di produzione degli OGD, il rischio, seppur involontario, è quello di favorire un uso poco consapevole e spesso distorto delle informazioni prodotte e/o avvantaggiare chi ha gli strumenti, il tempo e le risorse per leggerli e interpretarli. E, viceversa, di escludere chi ha minori risorse. È un tema importante, che deve essere messo al centro della discussione, non solo per la sua valenza etica, ma anche perché va in direzione contraria rispetto al paradigma dell’Open Science, abbracciato da tutte le principali istituzioni nazionali e internazionali, che punta ad eliminare tutte le barriere che limitano la diffusione della conoscenza scientifica.

Entrando un po’ più nel dettaglio, quali azioni sono previste dal progetto?

In relazione al Progetto di Eccellenza finanziato dal MIUR per il quinquennio 2023-2027, gli obiettivi strategici del Dipartimento si raggruppano in due tipi di azioni.
La prima, di tipo macro, riguarda il potenziamento e la creazione di nuove infrastrutture per condurre e sostenere attività di ricerca e di formazione di alto livello nel settore delle scienze sociali.
La seconda, più micro, è rivolta a potenziare l’attività di ricerca, la creazione di nuove competenze, il reclutamento di figure altamente specializzate nei temi dell’Open Science, della data curation e della divulgazione scientifica.
Le azioni sono finalizzate in sintesi a:

  • produrre dati di qualità direttamente fruibili dai ricercatori, ben documentati e condivisibili;
  • promuovere la cultura dell’analisi secondaria e la creazione di competenze nella comunità scientifica, nella PA e nei cittadini, al fine di poter disporre di dati utili a comprendere i fenomeni sociali e, nel caso dei decisori pubblici, a individuare le adeguate politiche;
  • sviluppare linee di ricerca sulla base degli Open Data della PA in vari ambiti d’intervento (sicurezza, istruzione, lavoro, mobilità, cultura, sanità ecc..) e di riflessione e discussione delle implicazioni etiche, filosofiche ed epistemologiche della raccolta e dell’utilizzo degli OD da parte della PA.

Per raggiungere tali obiettivi, il progetto d’eccellenza intende realizzare le seguenti attività:

1) creazione dell’Osservatorio Open Data della Pubblica Amministrazione;
2) sviluppo di nuove Linee di ricerca;
3) realizzazione di un Laboratorio di didattica innovativa.

Uno degli obiettivi degli open data è quello di promuovere trasparenza, innovazione e coinvolgimento della cittadinanza. Qual è lo stato dell’arte oggi in Italia?

L’Open data esprime l’idea che i dati dovrebbero essere liberamente disponibili a tutti per essere utilizzati senza restrizioni legate a copyright, licenze o ad altri meccanismi di controllo. In un'ottica di Open Government gli enti pubblici dovrebbero mettere a disposizione dei cittadini i propri dati per favorire la circolazione delle informazioni, la partecipazione, le attività commerciali e, più in generale, creare valore sociale. Anche se gli Open Data dovrebbero essere liberamente accessibili e riutilizzabili, alcuni elementi come la quantità, la qualità, il grado di aggiornamento e la disponibilità sono elementi critici, che spesso ne limitano le possibilità di buon utilizzo.

La Commissione europea ha pubblicato nel 2022 l’Open Data Maturity Report dove per ciascun stato membro ha assegnato un punteggio di maturità sull’uso degli Open Data, calcolato su quattro dimensioni: la politica e le policy, la capacità di misurare l'impatto degli Open Data, l'usabilità dei portali nazionali e la qualità dei dati stessi. Il punteggio medio di maturità degli Open Data dei paesi dell’Unione Europea è del 79%. La dimensione più matura è quella politica (86%). Su questo indicatore l’Italia raggiunge un punteggio pari a 98%, invece relativamente alla qualità degli Open Data disponibili il nostro punteggio è pari all’84%.
Mentre la consapevolezza politica degli Open Data è elevata in tutti i paesi europei e, in particolar modo in Italia, di contro è più difficile raccogliere informazioni sull’impatto economico, sociale e ambientale dei dati. In Europa solo il 26% dei Paesi produce report sul loro impatto sociale e solo otto paesi possiedono dati relativi all’impatto ambientale e l’Italia non è tra questi. L’impatto è sempre stato un po’ un punto debole degli Open Data. È sicuramente un aspetto piuttosto complesso da misurare, ma è un elemento centrale per sviluppare le politiche più efficaci sugli Open Data. È infatti questo il motivo per cui esistono i dati aperti. Se non generano impatto, allora vuol dire che viene meno il loro significato di bene comune.

Il processo di “datification” comporta però anche rischi, legati ai processi di estrazione e uso dei dati generati dai cittadini stessi. E solleva interrogativi etici, politici, epistemici.

Con la crescente datificazione della società contemporanea, grazie anche allo sviluppo di nuove tecnologie e alla diffusione di enormi quantità di dati conservati in banche dati digitali, la cui quantità raddoppia costantemente (Big Data), si sta verificando un cambiamento radicale del modo in cui si fa ricerca e di come si produce conoscenza scientifica. Sono molteplici i quesiti che si aprono parlando di società della datificazione e ognuno di questi trova una sua propria declinazione empirica. Forse, data la mole dei dati a disposizione, diventa opportuno indagare come governare la quantificazione. Questo perché i numeri giocano un ruolo importante e crescente nel governare la dimensione sociale e individuale. Quando poi vengono utilizzate intelligenze artificiali e algoritmi ad autoapprendimento, il controllo umano sul procedimento di analisi dei dati viene ridotto al minimo, se non completamente, limitando fortemente perfino le fasi di input e di utilizzo degli stessi dati. Conseguentemente, le operazioni svolte, le correlazioni e anche le stesse informazioni che vengono utilizzate nel trattamento, rimangono materia oscura al titolare. Gli stessi sviluppatori dell’algoritmo non sono a conoscenza di quali passi siano stati compiuti con esattezza e quale sia stato il “ragionamento” del software. A questo proposito Cathy O’Neil (2016) sviluppa il concetto di Weapons of Math Destruction fornendo numerosi esempi di modelli utilizzati da decisori pubblici, opachi, dannosi le cui caratteristiche definiscono appunto le WMD (Armi di Distruzione Matematica). La tendenza è infatti quella di creare algoritmi ad autoapprendimento che risultino imperscrutabili, sia dagli utilizzatori che dagli sviluppatori, le cosiddette black boxes. Gli algoritmi stanno diventando un pervasivo strumento di ausilio alla decisione per gli esseri umani. Uno strumento particolarmente insidioso dal punto di vista etico. Gli algoritmi non sono che “opinioni tradotte in matematica” incorporano i pregiudizi di coloro che sviluppano i modelli matematici e, successivamente, li traducono in codici. Inoltre, osservando i fenomeni sociali attraverso l’enorme mole di dati disponibili, i modelli matematici “apprendono” e reiterano le ingiustizie già in atto nella società.

Dal punto di vista delle questioni etiche e della privacy, siamo di fronte dunque a trattamenti di dati personali le cui modalità sono nascoste agli stessi titolari. In che modo le informazioni vengono collegate? Quali di esse vengono utilizzate?
A questa tipologia di domande non è tecnicamente possibile dare una risposta (almeno a priori) e immediatamente ne consegue che, non potendo informare il soggetto coinvolto, il requisito della trasparenza non può essere soddisfatto. In questo stato di connessione perenne in cui siamo immersi (Helen Nissenbaum - 2010), non esistono più una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, all’interno dei quali le informazioni acquistano significato a seconda del contesto in cui vengono veicolate, degli attori che le ricevono, delle aspettative sociali che vengono investite in esse. Per questo, il vero problema non è legato all’informazione in sé, ma al contesto in cui viene resa pubblica. Più che invocare una generica tutela della privacy, sarebbe opportuno riflettere proprio su tale mancanza di “integrità contestuale” a cui sono sottoposti quotidianamente i nostri dati personali.

Professor Giacomini, in che modo il sempre più diffuso ricorso alle tecnologie digitali sta cambiando le democrazie, la sfera pubblica e le forme della cittadinanza?

Gli effetti delle tecnologie sulla democrazia sono caratterizzati da strane contraddizioni. Sfuggono a una comprensione lineare. Prendiamo ad esempio l'ambito della sfera pubblica. Da un lato, la rete è tanto immensa da sembrare illimitata, e permette di comunicare in un battito di ciglia con l'altro capo del mondo. Dall’altro lato, ognuno di noi tende a esser chiuso nella propria bolla informativa. Ho chiamato questo fenomeno "paradosso del pluralismo". Sappiamo che il pluralismo è uno dei fatti, e anche dei valori, che caratterizzano le democrazie. Il pluralismo consiste sicuramente nel numero di fonti di informazione, nell'ampiezza delle voci che accedono alla sfera pubblica e che si esprimono. Questa dimensione, che è quantitativa, non è però sufficiente. Il pluralismo è anche qualitativo, cioè riguarda il modo con cui queste fonti e voci si relazionano fra loro. Da Habermas a Rawls, da Berlin ad Arendt, l'idea è che in una democrazia le persone siano almeno in una certa misura disponibili al confronto con l'altro, che - nonostante le differenze - mantengano attivo uno "spazio comune". Con Internet il pluralismo quantitativo è senza dubbio aumentato, quello qualitativo rischia di diminuire, da qui il "paradosso". Pensiamo a fenomeni come le echo chambers o le filter bubbles, alla frammentazione e alla polarizzazione della sfera pubblica, che portano a un "incastellamento" delle tante (micro)comunità presenti online. Qualcosa di apparentemente paradossale riguarda anche il sistema democratico. Ad esempio, da un lato il digitale sembra dare voce alle masse, dall’altro vede l’emergere di piattaforme dotate di un grande potere. Siamo davanti a spinte centrifughe. Con i social, in termini di coordinamento, sono più facili le mobilitazioni dal basso, pensiamo ai movimenti ambientalisti degli ultimi anni. Al tempo stesso, aumentano anche le frecce all'arco del potere, sia privato sia pubblico, nel filtraggio delle notizie, nella manipolazione e anche nella propaganda, grazie a tecniche come la psicografia e la microtargetizzazione abilitate dai big data e dall'IA. Il futuro della democrazia quindi starà nella capacità di rinnovare i principi democratici in un contesto sociale e comunicativo mutato.