Ottavia Piccolo

Ottavia Piccolo e la storia di Anna Politkovskaja: «Ma non chiamatela eroina»

«Questa storia potrebbe iniziare in molti modi. Ad esempio con un nome. Vladislav Surkov. Questo signore fa parte dell’ufficio di Presidenza russo. Al Cremlino si fidano di lui. È ascoltato. Nel 2005 Surkov scrive in una circolare interna che, testualmente: «I nemici dello stato si dividono in due categorie: i nemici che si possono far ragionare e quelli incorreggibili. Con questi ultimi non è possibile dialogare e ciò li rende non rieducabili. È necessario che lo Stato si adoperi con ogni forza per bonificare il territorio da questi personaggi non rieducabili».

Così inizia il memoriale dedicato a Anna Politkovskaja (dal titolo Donna non rieducabile, di Stefano Massini, anno 2007) giornalista russa impegnata per la libertà di stampa contro ogni oppressione, uccisa nel 2006 in circostanze mai chiarite.
Abbiamo intervistato Ottavia Piccolo, attrice, che dal 2007 porta in scena la storia di Anna con lo spettacolo omonimo “Donna non rieducabile”, monologo teatrale che il 7 ottobre farà tappa in Bicocca.

Perché ha scelto di raccontare la storia di Anna Politkovskaja?

Inutile fingere di sapere chi fosse Anna prima della sua morte. Si può dire che per me (e credo anche per molti altri, non esperti delle vicende russe) lei è nata morendo. Dopo la sua uccisione, infatti, separatamente, io e Stefano Massini (autore del testo teatrale) ci siamo informati, abbiamo letto articoli e libri che raccontavano di lei, della sua storia, del suo impegno. Quando Massini mi ha poi fatto leggere il suo testo “Donna non rieducabile” sulla vita di Anna, ho deciso di portarlo in scena perché volevo far conoscere questa donna che credeva così tanto nella libertà della persona e nella libertà di stampa, fino a sacrificare la sua vita. Sono proprio opportunità come questa che mi rendono consapevole dell’importanza sociale che può avere il mio lavoro di attrice.

Come ha costruito il suo monologo?

Ho cercato di raccontare la storia di Anna Politkovskaja nel modo più obiettivo possibile, senza immedesimarmi in lei ma col desiderio di far conoscere la sua storia e il suo impegno.  Ci tengo a sottolineare che grande merito del successo di questo monologo negli anni (oggi siamo a oltre 160 repliche in tutt’Italia) è del testo di Stefano Massini e della sua decisione di raccontarla con le parole di Anna stessa. In particolare mi ha colpito molto come la giornalista intendeva il suo mestiere: il voler raccontare solo i fatti, senza dar giudizi.

Il risultato è un ritratto di donna che non accettava compromessi

Sì, perché Anna sentiva l’obbligo morale di denunciare, di dare voce a chi non l’aveva. Per esempio, una delle sue prime inchieste fu sulle madri cecene che non riuscivano a farsi restituire i corpi dei figli morti negli scontri con l’esercito russo. In questa e altre occasioni (lei andò spesso in Cecenia), molte persone le raccontarono delle violenze e delle torture perpetrate dai russi “per ripulire” la Cecenia dai ribelli indipendentisti. Anna capì che era suo dovere far sapere all’ opinione pubblica, soprattutto occidentale, ciò che stava succedendo a quel popolo e in particolare le violenze che esso subiva quotidianamente.

Quale messaggio vorrebbe passasse a tutti noi, soprattutto ai più giovani?

Vorrei che ognuno vedesse con quanta onestà e coraggio Anna Politkovskaja svolse la sua professione, sempre senza un secondo fine. La sua è sì la storia di una professionista seria, se vogliamo eccezionale nel suo impegno e senso del dovere, ma soprattutto è la storia di una donna vera.
Quindi, non chiamiamola “eroina”.

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