Comprendere come nasce e si sviluppa la fibrodisplasia ossificante progressiva, una rarissima malattia genetica che porta alla formazione di tessuto osseo nei muscoli e in altri tessuti molli, è il primo passo per individuare nuove strategie terapeutiche.
Un gruppo di ricerca composto da ricercatrici e ricercatori di diversi centri italiani e internazionali e coordinato dall’Università di Milano-Bicocca, ha identificato un meccanismo coinvolto nelle prime fasi della malattia e un possibile nuovo bersaglio sul quale intervenire per contrastarne la progressione.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Cellular and Molecular Life Sciences, è stato coordinato da Silvia Brunelli, professoressa di Biologia cellulare e applicata del Dipartimento di Medicina e Chirurgia e Principal Investigator del gruppo di ricerca Heva Research Lab.
Professoressa Brunelli, che cos’è la fibrodisplasia ossificante progressiva e come si manifesta?

Nota anche con l’acronimo FOP, è una malattia genetica estremamente rara. Può manifestarsi con episodi infiammatori, spesso innescati anche da traumi minimi, che avviano un processo patologico culminante nella formazione di tessuto osseo in sedi in cui normalmente non dovrebbe essere presente, come muscoli, tendini e legamenti.
Questo processo, chiamato ossificazione eterotopica, limita progressivamente i movimenti e può provocare gravi disabilità fin dalla giovane età.
Negli ultimi anni la ricerca ha compiuto importanti passi avanti e sono attualmente in corso diversi trial clinici che stanno valutando strategie terapeutiche mirate. Tuttavia, non esiste ancora una cura risolutiva e la complessità della malattia suggerisce che difficilmente un singolo trattamento sarà sufficiente. Per questo è fondamentale comprendere quali cellule e quali segnali biologici siano coinvolti nell’avvio e nella progressione della malattia, così da sviluppare approcci terapeutici complementari.
Quale meccanismo avete individuato nelle prime fasi della malattia?
Abbiamo studiato il modo in cui alcune cellule comunicano tra loro dopo un episodio infiammatorio.
In particolare, abbiamo analizzato le interazioni tra i macrofagi, cellule del sistema immunitario coinvolte nella risposta infiammatoria, e i progenitori fibro-adipogenici, indicati con l’acronimo FAP.
I FAP sono cellule presenti normalmente nel tessuto muscolare e contribuiscono ai processi di riparazione. In determinate condizioni, tuttavia, possono trasformarsi in cellule capaci di produrre tessuto osseo.
Grazie a una tecnologia che permette di studiare l’espressione dei geni nelle singole cellule, abbiamo ricostruito il dialogo tra queste due popolazioni cellulari e abbiamo individuato un segnale, Osteopontina o SPP1, che contribuisce alla formazione anomala di osso.
Lo studio mostra inoltre che, bloccando questa comunicazione mediata da SPP1 nei modelli preclinici, il processo patologico si riduce in maniera significativa.
In che modo questa scoperta può aprire nuove prospettive terapeutiche?
I risultati non rappresentano ancora una terapia pronta per l’impiego nei pazienti, ma consentono di individuare un nuovo meccanismo sul quale concentrare gli studi futuri.
Oggi sono già in corso trial clinici che agiscono su altri aspetti della malattia, in particolare sul segnale mediato da Activina A e dal recettore ACVR1 mutato. I nostri risultati suggeriscono che intervenire anche sul dialogo SPP1 dipendente tra cellule del sistema immunitario e progenitori fibro-adipogenici potrebbe rappresentare una strategia aggiuntiva, soprattutto nelle primissime fasi della malattia, quando l’infiammazione innesca il processo di formazione dell’osso.
Più che sostituire gli approcci oggi in sviluppo, questo meccanismo potrebbe affiancarli. È infatti probabile che, in una patologia complessa come la FOP, le strategie terapeutiche più efficaci siano quelle capaci di colpire contemporaneamente diversi meccanismi della malattia.
La scoperta identifica quindi un nuovo possibile bersaglio terapeutico e apre una strada che dovrà ora essere approfondita e validata attraverso ulteriori studi, con l’obiettivo di sviluppare trattamenti sempre più mirati e combinati, capaci di limitare l’ossificazione anomala senza compromettere i normali processi di riparazione dei tessuti.
Una collaborazione nazionale e internazionale
La ricerca è stata realizzata in collaborazione con la Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, l’Università di Genova, l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini e l’Université Claude Bernard Lyon 1.
Il lavoro è stato sostenuto, tra gli altri, dal programma europeo Horizon 2020, dal Ministero dell’Università e della Ricerca, da Fondazione Telethon e da FOP Italia OdV.