Che lo sviluppo della tecnica storicamente abbia sempre influenzato non solo il nostro modo di lavorare e di vivere, ma anche la nostra cultura, la nostra visione del mondo, la nostra mentalità non è un fatto nuovo. Il fatto nuovo oggi è la possibilità, per alcune tecnologie, di esercitare un’influenza diretta sulla nostra mente, sui nostri pensieri, sulle nostre emozioni: in altre parole, di interagire direttamente con il nostro cervello. Ne parliamo con la professoressa Silvia Salardi, docente di Filosofia del diritto nel nostro ateneo.

Cosa sono le neurotecnologie?
Secondo la definizione dell’OCSE del 2019 si tratta di “Dispositivi e procedure usate per accedere, monitorare, investigare, valutare, manipolare e/o emulare la struttura e la funzione di sistemi neuronali delle persone fisiche”. Sono quindi tecnologie che hanno come oggetto di studio e di intervento il cervello umano e il sistema nervoso. Sono tipologie diverse di tecnologie che possono richiedere o meno un intervento chirurgico per la loro applicazione. Tra quelle che non lo richiedono troviamo ad esempio il neuroimaging, l’elettroencefalogramma, la stimolazione magnetica transcranica (TMS). Tra quelle che lo richiedono rientra la stimolazione cerebrale profonda (DBS).
Cosa sono in grado di fare oggi le neurotecnologie?
Gli ambiti di applicazione si suddividono in due gruppi: uso medico e uso non medico. Nel primo caso, tecnologie come gli impianti cocleari o anche la DBS sono usate con successo per curare diverse patologie. L’uso non medico, invece, ricomprende una vasta e variegata gamma di impieghi che vanno dall’uso in ambito forense al neuro-potenziamento, al gaming solo per nominarne alcuni. Le attuali neurotecnologie che si avvalgono del supporto dell’IA (interfacce uomo-macchina) sono già in grado di leggere e manipolare il pensiero.
Quali sono i possibili benefici e i principali rischi?
I maggiori rischi si hanno nell’uso non medico, in quanto l’impiego nel contesto della medicina avviene sotto la supervisione di esperti ed è regolato dalle normative sulla relazione di cura e sui dispositivi medici. Al di fuori della medicina, dove spesso ci si muove in una zona grigia in termini di regolazione, non vi sono le stesse garanzie e proprio il dibattito istituzionale europeo e internazionale si muove nella direzione di una regolazione di questi usi, che possono mettere a rischio il diritto all’integrità fisica e mentale, il diritto alla privacy, il diritto alla salute, il diritto all’autodeterminazione delle persone e il diritto all’identità personale.
Che cosa sono i neurorights?
I neurorights o neurodiritti sono diritti specificamente dedicati alla protezione degli individui dagli abusi delle neurotecnologie da parte di attori diversi sulla scena globale. Si ritiene che l’attuale cornice di diritti umani non sia sufficientemente attrezzata per le sfide che le neurotecnologie pongono e si chiede l’integrazione con nuovi diritti (ad es. la libertà cognitiva) o l’interpretazione evolutiva di diritti esistenti (ad esempio la libertà di pensiero). Il dibattito è in corso da circa un decennio e recentemente è stato affrontato anche dal Consiglio d’Europa in un rapporto del 2025.
Negli ultimi anni si sta verificando uno spostamento del baricentro della ricerca scientifica nei settori di punta dal mondo delle università, che aderisce al modello della scienza aperta, a quello di grandi aziende private, spesso non altrettanto trasparenti. Come vede il tema del controllo pubblico di questa attività di ricerca e delle sue applicazioni?
Questo fenomeno è particolarmente evidente in relazione al tema di cui stiamo discutendo. Il potere economico e tecnologico è in mano, quasi esclusivamente, ad aziende private, per lo più situate negli Stati Uniti. I dati UNESCO ci dicono che il 50% delle aziende attive in questo settore è negli USA e il 35% in Gran Bretagna. Questa situazione rende complessa la gestione di molti aspetti critici di questo sviluppo neurotecnologico tra cui il controllo dei neurodata, ovvero i dati dell’attività del cervello e del sistema nervoso che vengono raccolti durante l’impiego delle neurotecnologie. Inoltre, se le aziende decidono di cambiare oggetto di investimento o vanno in bancarotta, non vi sono garanzie per i soggetti che partecipano alle attività sperimentali. Sono in aumento, infatti, i casi che possiamo definire di neuroabandonment. Si tratta di persone che hanno partecipato a una sperimentazione dove l’impianto di una neurotecnologia invasiva ha migliorato la loro condizione di vita e che si sono successivamente viste espiantare il dispositivo per una delle ragioni sopra menzionate. È noto il caso di Rita Leggett. I casi sono in aumento e i correlati problemi etici devono ancora venire indagati.
Lo sviluppo accelerato delle nuove tecnologie pone problemi etici e normativi che in passato non potevano essere considerati. Quali sono le sfide che non possiamo permetterci di perdere? È possibile una regolamentazione internazionale?
Si sta lavorando, già da qualche anno, da parte dell’ONU, dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa ai presupposti per una normativa il più possibile armonizzata a livello globale, essendo i problemi etici e sociali che le neurotecnologie possono creare di carattere transnazionale. La sfida che non possiamo perdere è quella dell’essere umano e del rispetto per la sua dignità al centro di questo sviluppo. In pratica, non dobbiamo cedere o fare passi indietro sul principio affermatosi da metà del secolo scorso del primato dell’essere umano rispetto al solo interesse della scienza e della società.