Longevità e invecchiamento sano: come stili di vita e prevenzione influenzano l’età biologica - Bnews Longevità e invecchiamento sano: come stili di vita e prevenzione influenzano l’età biologica

Longevità e invecchiamento sano: come stili di vita e prevenzione influenzano l’età biologica

Longevità e invecchiamento sano: come stili di vita e prevenzione influenzano l’età biologica
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La longevità è diventata un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico e scientifico. Viviamo più a lungo che in passato, ma non sempre in buona salute. Giuseppe Bellelli, professore ordinario di Geriatria-Medicina Interna dell’Università di Milano-Bicocca, spiega perché oggi la vera sfida non è solo aumentare l’aspettativa di vita, ma ridurre gli anni trascorsi in condizioni di salute non buona, attraverso politiche di prevenzione della fragilità e disabilità-età correlata, due dei principali determinanti della spesa sanitaria.

Perché si parla sempre più spesso di longevità e in che modo il concetto di età biologica sta cambiando il modo di studiare e interpretare l’invecchiamento?

Oggi il tema della longevità è diventato estremamente attuale perché negli ultimi decenni l’aspettativa di vita è aumentata in modo molto significativo. Se pensiamo al periodo precedente al secondo dopoguerra, la vita media si attestava inferiore ai 60 anni. Oggi invece, nei Paesi come l’Italia, supera gli 83 anni.
Questo è il risultato del progresso scientifico, delle migliori condizioni socioeconomiche e dell’evoluzione dei sistemi sanitari. Tuttavia, ciò che non è ancora stato completamente risolto è la qualità degli ultimi anni di vita. In molti casi, infatti, una parte significativa della vecchiaia viene trascorsa in condizioni di salute non ottimali.

Se confrontiamo i Paesi del G7, per esempio, vediamo che l’Italia è tra quelli con il maggior numero di anni di vita trascorsi in condizioni di salute non ottimali: circa dodici anni su un’aspettativa di vita di 83 in media.
La vera sfida, quindi, non è solo vivere più a lungo, ma vivere meglio.

È proprio in questo contesto che assume importanza la distinzione tra età cronologica ed età biologica. L’età cronologica è semplicemente quella riportata sulla carta d’identità. L’età biologica, invece, rappresenta la velocità con cui una persona (ed i propri organi) sono invecchiati.

È bene precisare che le traiettorie di invecchiamento possono essere molto diverse tra individuo ed individuo. E gli anziani non costituiscono affatto una popolazione omogenea da questo punto di vista: due persone di 85 anni possono infatti trovarsi in condizioni di salute completamente differenti. Una può essere attiva e autonoma, un’altra può avere molte patologie e/o essere addirittura disabile (cioè aver perso le proprie autonomie). Proprio per questo oggi la ricerca in geriatria e gerontologia cerca di comprendere sempre meglio queste differenze e i fattori che le determinano.

Si tende spesso a pensare alla longevità come a una questione che riguarda soprattutto la terza età. In realtà, quando inizia il percorso verso un invecchiamento sano? E quali comportamenti o stili di vita possono influenzare maggiormente la salute negli anni successivi?

Il percorso verso un invecchiamento sano inizia molto prima di quanto si pensi. E i fattori che influenzano il modo in cui invecchiamo si sviluppano lungo tutto l’arco della vita. Alcuni elementi sono già determinati nei primi anni di vita – pensiamo, per esempio, allo sviluppo del microbiota intestinale nei primi mille giorni – ma la fase in cui possiamo incidere maggiormente è quella che va dall’età adulta fino alla tarda maturità.

In questo periodo entrano in gioco soprattutto gli stili di vita.
L’alimentazione è uno dei fattori più importanti: una dieta equilibrata, come quella mediterranea, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali, pesce e olio d’oliva, contribuisce in modo significativo a un invecchiamento più sano. Allo stesso tempo è importante limitare zuccheri, cibi ultra-processati e mantenere un adeguato apporto di fibre e proteine.

Accanto alla dieta, un ruolo fondamentale è svolto dall’attività fisica. Le raccomandazioni indicano, per esempio, l’importanza di mantenere un livello costante di movimento quotidiano – tra i 7.000 e i 10.000 passi al giorno – e di dedicare settimanalmente tempo all’attività aerobica e agli esercizi di rinforzo muscolare.

Ma ci sono anche altri aspetti che incidono in maniera significativa sul processo di invecchiamento, come la qualità del sonno, la gestione dello stress, il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare e la prevenzione di patologie come il diabete.

Spesso, infatti, si pensa che la longevità dipenda soprattutto dalla genetica, ma in realtà il peso dei geni è relativamente limitato: si stima che contino per non più del 20-25% sulla modalità con cui si invecchia. Il resto dipende da come viviamo e dall’ambiente in cui siamo inseriti. In questo senso quindi possiamo dire che la longevità, in larga parte, si costruisce nel tempo attraverso le scelte quotidiane.

L’aumento dell’aspettativa di vita è uno dei cambiamenti demografici più rilevanti del nostro tempo. Dal punto di vista clinico e sanitario, quali sono oggi le principali sfide legate all’invecchiamento della popolazione?

Molti dei comportamenti che favoriscono un invecchiamento sano sono ancora considerati iniziative individuali e non fanno parte, in modo strutturato, delle politiche dei sistemi sanitari. E questo rappresenta sicuramente una criticità.

Sappiamo infatti con buona evidenza scientifica che stili di vita adeguati e interventi multidimensionali (cioè che agiscono simultaneamente su più “dimensioni”/fattori che influenzano la salute, come ad esempio l’attività fisica) possono ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare fragilità e disabilità in età avanzata. Tuttavia, queste informazioni non sempre si traducono in programmi di salute pubblica per una prevenzione su larga scala. Sarebbe invece necessario un grande investimento culturale e di informazione pubblica per aumentare la consapevolezza della popolazione sull’importanza di comportamenti e stili di vita adeguati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, ha elaborato linee guida e modelli di intervento multidimensionale per promuovere la prevenzione della fragilità e della disabilità in età anziana.

Tra gli strumenti di prevenzione rientrano anche aspetti spesso sottovalutati, come le vaccinazioni. Alcune evidenze suggeriscono che vaccinarsi regolarmente può contribuire non solo a prevenire le complicanze correlate ad una specifica infezione, ma anche a ridurre il rischio di sviluppare specifiche patologie nel lungo periodo. Ad esempio, studi recenti indicano che la vaccinazione contro l’Herpes zoster, oltre a prevenire il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio e le sue complicanze, potrebbe essere associata a una minore probabilità di sviluppare demenza negli anni successivi. Sebbene le evidenze siano ancora in fase di consolidamento, questi risultati suggeriscono che alcune vaccinazioni potrebbero avere benefici più ampi sulla salute nel corso della vita.

Il punto centrale è che intervenire quando la "disabilità" è già presente è molto più difficile. La vera sfida invece è agire prima, quando compaiono i primi segnali di fragilità, attraverso strategie di prevenzione, implementazione di interventi dedicati e monitoraggio.

Quale contributo possono dare la ricerca e la formazione universitaria per affrontare le trasformazioni legate alla longevità?

Il ruolo della ricerca è fondamentale perché consente di trasformare intuizioni o buone pratiche in conoscenze supportate da evidenze scientifiche. Questo è essenziale per orientare politiche sanitarie, programmi di prevenzione e strategie di intervento realmente efficaci.

Un esempio concreto è un progetto pilota che abbiamo realizzato recentemente insieme ad altre università lombarde, tra cui l’Università degli Studi dell'Insubria e l’Università degli Studi di Brescia, con il coordinamento dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
L’iniziativa, denominata “Fragilità al centro”, ha coinvolto sei centri di aggregazione per anziani nelle città di Monza, Brescia e Como. In un’unica giornata sono state valutate più di quattrocento persone anziane autosufficienti, con un’età media di circa 78 anni. L’obiettivo era individuare precocemente alcuni segnali di fragilità: problemi di udito o di vista, riduzione della massa muscolare, difficoltà cognitive iniziali o altri indicatori che spesso passano inosservati.

Questo lavoro ha permesso non solo di fornire consigli pratici ai partecipanti, ma anche di aumentare la loro consapevolezza rispetto ai fattori che influenzano l’invecchiamento.
Iniziative di questo tipo dovrebbero diventare modelli replicabili su scala più ampia.

Progetti come questo mostrano come la ricerca universitaria possa contribuire concretamente a sviluppare nuove strategie di prevenzione della fragilità e della disabilità, favorendo una longevità non solo più lunga, ma anche di migliore qualità.