La carta da lettere che non si trova più - Bnews La carta da lettere che non si trova più

La carta da lettere che non si trova più

La carta da lettere che non si trova più
postcard-memories

Il 15 ottobre si è tenuto a Codogno (Lodi) un workshop dal titolo “Quando non c’era il digitale: Memorie sulla tecnologia nel lodigiano”. Il workshop è stato organizzato dal gruppo di ricerca Ageing Societies e gestito dai tre ricercatori che, a partire dal 2020, si sono occupati della conduzione delle interviste per ILQA-19, una ricerca longitudinale sulla vita quotidiana nei territori del lodigiano: Francesco Diodati, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha coordinato l'incontro; Giulia Melis, dell’Università di Milano-Bicocca, e Sara Nanetti, dell’Università Cattolica, hanno avuto il ruolo di facilitatrici. insieme hanno raccolto gli appunti che vi proponiamo:

La scommessa che abbiamo accettato come organizzatori e organizzatrici è stata quella di invitare i partecipanti a portarci un oggetto che raccontasse del mondo prima della tecnologia digitale. E così è stato. Tra lettere, gettoni per il telefono, cassette musicali. Ma anche racconti della merceria di Codogno che ormai non c’è più, di corredi ricamati a mano, di biancheria di cotone e assorbenti lavabili. Cappotti, giacche e tessuti rammendati e passati da fratello a fratello. Si badi bene: indossati da una generazione all’altra, non trasformati attraverso una catena di gestione dei rifiuti. E poi oggetti un po’ più grandi, come i cortili delle case, che permettevano a bambini e bambine di giocare tra di loro, alle mamme di vedere se la vicina poteva tenerle i figli mentre andava a fare la spesa; ma anche di spettegolare.


Socialità e controllo sociale. I cortili delle case raccontano di uno spazio domestico molto più allargato alla vita pubblica di ora, dell’abitudine di ricevere visite in casa senza avvertire prima con una telefonata, di figli cresciuti in una rete molto più allargata di ora. E poi spazi con una separazione dei sessi molto più marcata di ora, quando le donne che andavano al bar, facevano storcere nasi e bocche.

La sfilza di lettere private, che un ex insegnante di Lodi ci ha portato, ci racconta anche di abilità che ormai si sono perse. La carta da lettere è ruvida al tatto. “Faccio fatica a trovare una buona carta oggi”, dice un’altra ex insegnante. La grafia è attenta ed è elegante. Scrivere a mano significava scrivere bene, metterci cura e attenzione. La forma è sostanza quando si scrive a mano. Chi lo fa vuole dare un messaggio al lettore o alla lettrice, ovvero che si è dedicato a scrivere quella lettera per lei o lui. La macchina standardizza la forma. Ci toglie la fatica di tirare fuori delle lettere belle e comprensibili. Ci lascia tempo ed energia per dedicarci al contenuto e alla grammatica. Ma toglie quell’attenzione all’estetica e quella traccia di unicità che fa sì che ogni scritto a mano sia, in fondo, diverso l’uno dall’altro. E forse anche per questo riconoscibile.

No. Non sono solo i cellulari e i social network. La carta da lettere è una metafora perfetta della modernità, di ciò che si guadagna e ciò che si perde con il progresso tecnologico. Eventi come il workshop di Codogno permettono alla boom generation di trasmettere conoscenze e punti di vista di cui abbiamo un disperato bisogno per capire in che modo la tecnologia digitale abita le nostre vite.

Coautori dell'articolo sono: Francesco Diodati e Sara Nanetti