Ictus emorragico e trauma cranico, le terapie guidate dal monitoraggio ICP migliorano i risultati nei pazienti gravi

Sottoporre al monitoraggio della pressione intracranica i pazienti che arrivano in terapia intensiva con un danno cerebrale acuto può incidere, in maniera positiva, sugli esiti a lungo termine. È quanto emerge da uno studio coordinato da Giuseppe Citerio, professore afferente al Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università Milano-Bicocca e direttore dell’unità operativa di Terapia intensiva neurochirurgica dell’ospedale San Gerardo di Monza. I risultati di due anni di lavoro sono sintetizzati nel paper “Intracranial pressure monitoring in patients with acute brain injury in the intensive care unit (Synapse-ICU): an international, prospective observational cohort study”, pubblicato dalla prestigiosa rivista “The Lancet Neurology”.

La pratica di misurare in maniera continuativa la pressione intracranica (comunemente indicata con al sigla ICP) nei pazienti in coma dopo ictus emorragico o a seguito di un trauma cranico è una prassi ordinaria in molti Paesi. Incerta, però, è la possibilità che le terapie guidate dal monitoraggio possano dare risultati significativi. Ora, l’analisi dei dati raccolti dallo studio partito nel 2018 conferma quello che sembrava già evidente in base all’esperienza. E offre un supporto scientifico utile sia nelle realtà nelle quali fino ad ora non è stato utilizzato il monitoraggio, sia in quelle in cui già da anni si ricorre ad una pratica che è comunque invasiva.

Lo studio che è stato condotto è di tipo osservazionale, reso solido dall’ampia base di dati raccolti nei cinque continenti. L’équipe coordinata dal professor Citerio, infatti, ha sottoscritto accordi con 146 unità di terapia intensiva che operano in 42 paesi. Per questo il progetto coordinato dall’Università di Milano-Bicocca, con il supporto della European Society of Intensive Care Medicine, ha richiesto l’impegno di varie professionalità. Sono stati coinvolti, infatti, Alessia Vargiolu come Study Coordinator, l’Ufficio di Ricerca Clinica BiCRO con Simona Erba, Silvia Mori e Gaia Spilimbergo, il centro interdipartimentale Bioinformatics Biostatistics and Bioimaging Center B4 con Stefania Galimberti, Paola Rebora, Francesca Graziano e la biotecnologa Francesca Elli ha tenuto i contatti con i centri coinvolti in tutto il mondo.

Complessivamente sono stati presi in esame 4.776 pazienti, 2.395 dei quali sono stati inclusi nello studio perché rispondevano ai parametri fissati. Poco più della metà dei casi analizzati era riferita a pazienti con lesioni cerebrali traumatiche; la restante parte era pressoché equamente divisa tra pazienti con emorragia intracranica e pazienti con emorragia subaracnoidea. Il primo elemento emerso è la notevole variabilità nell’uso del monitoraggio della pressione intracranica nelle unità di terapia intensiva coinvolte: selezionandone due in maniera casuale si è visto che la probabilità dell’utilizzo di questa pratica varia di 4,5 volte tra un centro e l’altro a fronte di casi con caratteristiche simili. Ma è analizzando i dati sull’esito a 6 mesi che si sono avuti i risultati più incoraggianti: è stata riscontrata, infatti, una più basso tasso di mortalità dei pazienti sottoposti a monitoraggio rispetto a quelli non sottoposti (34% nel primo caso, 49% nel secondo); nei pazienti in vita dopo 6 mesi, inoltre, sono stati registrati migliori risultati neurologici.

«Essendo il monitoraggio una procedura standard nei Paesi ad alto reddito – spiega il professor Citerio – non è stato possibile procedere, per ostacoli etici, con uno studio randomizzato controllato. Per questo abbiamo disegnato uno studio prospettico, osservazionale, su larga scala. Synapse-ICU è il più grande studio in questo ambito e fornisce una risposta clinica ad una evidenza che non l’aveva perché ha dimostrato che il monitoraggio ICP potrebbe essere associato a un approccio terapeutico più intensivo e ad una mortalità a sei mesi più bassa. La ricerca documenta che il trattamento dell’ipertensione intracranica, guidato dal monitoraggio, dovrebbe essere preso in considerazione nei casi gravi».

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