Fiumi in pericolo: uno studio rivela che il recupero della qualità dei corpi idrici europei si è fermato e chiama all'azione - Bnews Fiumi in pericolo: uno studio rivela che il recupero della qualità dei corpi idrici europei si è fermato e chiama all'azione

Fiumi in pericolo: uno studio rivela che il recupero della qualità dei corpi idrici europei si è fermato e chiama all'azione

Fiumi in pericolo: uno studio rivela che il recupero della qualità dei corpi idrici europei si è fermato e chiama all'azione
Fiume

Gli ecosistemi d'acqua dolce sono tra gli ambienti più minacciati al mondo, con una marcata perdita di biodiversità causata dall’ impatto antropico di lungo corso. Recentemente, uno studio condotto in 22 Paesi europei ha valutato come la qualità dei fiumi sia cambiata nel continente negli ultimi cinquant’anni analizzando le tendenze temporali della diversità biologica. I risultati, pubblicati su Nature, rivelano che la qualità dei corpi idrici europei è migliorata sensibilmente dagli anni sessanta; tuttavia, tale recupero ha subito una decelerazione a partire dagli anni duemila e si è arrestato completamente nel decennio più recente. Questo solleva interrogativi sulle cause dell’arresto e sulle misure da adottare per favorire il completo recupero degli ecosistemi fluviali.

Abbiamo intervistato Riccardo Fornaroli e Luca Bonacina del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra che hanno contribuito allo studio con i dati raccolti durante le attività di monitoraggio svolte con il gruppo di ricerca di Ecologia Applicata che si occupa di ecologia dei corpi superficiali, inquinamento, trattamento e risanamento delle acque e valutazione di impatto ambientale sotto la supervisione della professoressa Valeria Mezzanotte.

Quali sono stati i principali risultati del vostro studio?

[Bonacina] La meta-analisi effettuata su dati biologici raccolti dal 1968 al 2020 in più di 1800 siti sparsi per tutto il continente europeo ha mostrato che il numero di invertebrati, la ricchezza tassonomica e quella funzionale delle comunità macrobentoniche sono complessivamente aumentate. Tuttavia, questo aumento è avvenuto prima del 2010 e poi si è interrotto. Questa tendenza suggerisce che la qualità dei corpi idrici sia migliorata dagli anni settanta ai primi anni duemila ma che questo avanzamento si sia arrestato nell’ultimo decennio con molti fiumi ancora in condizioni ambientali cattive.  

È stato evidenziato un aumento della biodiversità fino agli anni 2010, ma una stabilizzazione successiva. Quali sono state le cause di questa tendenza e cosa potrebbe significare per l'ambiente?

[Fornaroli] L’aumento di biodiversità è dovuto al miglioramento della qualità dei corpi idrici promossa dall’installazione degli impianti di depurazione, dalla delocalizzazione delle industrie inquinanti e dagli interventi di riqualificazione. Questo recupero dimostra che le politiche ambientali dell’Unione Europea e dei singoli stati hanno contributo al miglioramento delle condizioni ambientali dei fiumi. Il rallentamento osservato nell’aumento di biodiversità negli ultimi anni non può essere spiegato con il fatto che il recupero sia ormai completato poiché buona parte dei fiumi europei non raggiungono ancora un “buono stato ecologico”, così per come è definito dalla Direttiva quadro sulle acque dell’UE del 2000. Una spiegazione più plausibile è quindi che le misure fino ad oggi intraprese non sono più efficaci, probabilmente perché stanno emergendo o si stanno intensificando nuovi fattori di stress legati alla presenza di inquinanti emergenti, alle specie invasive e agli effetti del cambiamento climatico.  

Il vostro studio ha individuato che le comunità d'acqua dolce a valle delle dighe, delle aree urbane e dei terreni coltivati hanno avuto minori tassi di recupero. Cosa suggerite possa essere fatto per migliorare la situazione in queste aree?

[Fornaroli] Lo studio ha dimostrato che gli aumenti di abbondanza e diversità biologica sono stati minori e meno frequenti nei fiumi con un clima che si é riscaldato più rapidamente, in quelli che drenano aree urbane e agricole e in quelli a valle delle dighe. Questo è strettamente legato al fatto che le alterazioni osservate nelle comunità derivano principalmente dagli impatti antropici sul territorio. Per migliorare la situazione sono necessari interventi che portino ad una riduzione dello sfruttamento delle risorse e ad una più attenta gestione del territorio. Tali interventi includono ad esempio la riduzione dei carichi inquinanti, l'installazione o il miglioramento di impianti di depurazione, la gestione dei deflussi ecologici e il ripristino delle zone ripariali.

Che influenza sulla biodiversità negli ecosistemi d'acqua dolce hanno i cambiamenti climatici e la diffusione di specie invasive?

[Fornaroli] Cambiamenti climatici e specie invasive sono due dei temi più caldi in termini di conservazione degli ambienti d’acqua dolce. Rispetto al cambiamento climatico sono stati evidenziati due tipi di effetto. In primo luogo temperature più elevate sono associate ad un maggiore aumento nella ricchezza di invertebrati e questo riflette probabilmente il minore degrado iniziale (e quindi le minori potenzialità di recupero) nei paesi del Nord Europa che hanno condizioni più fresche rispetto ai paesi che si affacciano sul mediterraneo. Allo stesso tempo gli effetti negativi che sono stati evidenziati sulle tendenze a lungo termine di molte caratteristiche delle comunità che sperimentano maggiori tassi di riscaldamento sono preoccupanti. È probabile che questi effetti peggiorino con il progressivo aumento delle temperature e i sempre piú frequenti eventi climatici estremi quali siccità prolungate e ondate di caldo. 

Per quanto riguarda le stime delle specie non autoctone bisogna innanzitutto evidenziare che è stato necessario effettuare una selezione dei dati disponibili, in quanto molti dei campioni raccolti nell’ambito della direttiva delle acque non erano idonei per questo scopo e questo è un aspetto che merita di essere implementato. Le due specie alloctone risultate più abbondanti sono la chiocciola neozelandese Potamopyrgus antipodarum e il gasteropode Nord-Americano Physella acuta. Entrambe queste specie sono state introdotte nel XIX secolo in modo accidentale e risultano ormai naturalizzate in moltissime aree del continente con effetti sulla biodiversità locale ancora non ben definiti ma comunque di modesta entità. Caso molto diverso è quello dei gamberi invasivi di cui si contano ormai decine di specie con diversa origine e con effetti anche devastanti sulle comunità locali; in questo caso le introduzioni sono per lo più ascrivibili a fughe da allevamenti o introduzioni volontarie. 

E quali misure di mitigazione potrebbero essere necessarie per affrontare queste minacce emergenti?

[Bonacina] Per quanto riguarda il cambiamento climatico la soluzione strutturale consiste nell’azzeramento delle emissioni di gas ad effetto serra a scala globale. Eventuali interventi di riqualificazione dell’ambiente fluviale o di gestione dei deflussi, benché auspicabili possono solo mitigare temporaneamente gli effetti negativi causati dall’ innalzamento delle temperature e dall’alterazione dei regimi idrologici ma non sono risolutivi.

Per quanto riguarda le specie invasive esistono poche strategie efficaci per la rimozione o il contenimento una volta che è avvenuta l’invasione. La strategia migliore consiste dunque nella prevenzione, intervenendo attraverso strumenti legislativi e attività di formazione per ridurre al minimo il rischio di nuove introduzioni.

Alla luce dei vostri risultati, quali raccomandazioni principali avete per i responsabili politici e le organizzazioni ambientali per preservare e ripristinare la biodiversità negli ecosistemi d'acqua dolce?

[Bonacina] In primo luogo è necessario monitorare lo stato ecologico dei corpi idrici attraverso campionamenti frequenti e a lungo termine. I dati poi devono essere accessibili facilmente per essere elaborati al fine di comprendere quali siano i cambiamenti in atto. Purtroppo l’Italia a differenza del centro-nord Europa è molto carente su questo aspetto, soprattutto per quanto riguarda il monitoraggio dei fiumi. Basti pensare che i siti italiani inclusi nello studio di Nature sono 5 (campionati nell’ultimo decennio dal nostro gruppo e da quello dell’EURAC di Bolzano) mentre paesi come Francia, Spagna, Danimarca, Belgio, Germania e Regno Unito contano 100-300 siti campionati continuativamente per 20-40 anni. Questo senz’altro è un aspetto fondamentale che dipende soprattutto dalla politica.

Per quanto riguarda la conservazione della biodiversità e il recupero degli ecosistemi fluviali sono necessari vari interventi che includono provvedimenti legislativi, la ricerca e lo sviluppo tecnologico (ad esempio, nel trattamento delle acque reflue e nella rimozione dei contaminanti emergenti), cambiamenti nella pratica dell'uso del suolo e riduzione dello sfruttamento delle risorse. Fondamentale è l’azzeramento delle emissioni di gas serra e l'attività educativa per formare cittadini più consapevoli dell’importanza di preservare gli ecosistemi.