Empatia in terapia intensiva: a Milano-Bicocca la formazione dei futuri anestesisti parte dall’ascolto - Bnews Empatia in terapia intensiva: a Milano-Bicocca la formazione dei futuri anestesisti parte dall’ascolto

Empatia in terapia intensiva: a Milano-Bicocca la formazione dei futuri anestesisti parte dall’ascolto

Empatia in terapia intensiva: a Milano-Bicocca la formazione dei futuri anestesisti parte dall’ascolto
scuola di specializzazione

Ci sono giornate di formazione che lasciano una traccia profonda, accade quando la medicina incontra la vita reale e la competenza tecnica deve misurarsi con il dolore, l’incertezza, la paura e la necessità di trovare parole adeguate.

È in questa prospettiva che la Scuola di specializzazione in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e del dolore dell’Università di Milano-Bicocca dedica parte del percorso formativo degli specializzandi anche alla dimensione etica, comunicativa e relazionale della cura.

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Un’esperienza inserita nei corsi periodici della Scuola, nella forma di un Crash Course: un percorso intensivo, concentrato in un tempo breve, pensato per affrontare in modo immersivo competenze fondamentali della professione medica. Si analizzano procedure, protocolli e capacità tecniche, ma anche comunicazione, responsabilità, consapevolezza emotiva e relazione con i pazienti e le loro famiglie.

In terapia intensiva, infatti, il sapere medico si esercita spesso nei passaggi più complessi della cura dove il paziente può non essere in grado di parlare, la prognosi può essere incerta e le decisioni possono richiedere un confronto delicato tra équipe sanitaria e familiari.

Per questo l’empatia non è un elemento accessorio, né una qualità genericamente “umana” affidata alla sensibilità individuale. È una competenza professionale che si può educare, coltivare e rendere parte integrante della formazione clinica.

La serata ha fatto seguito a un corso di Ethical Life Support, un modello formativo dedicato agli strumenti etici per decidere in medicina. Il corso mira a fornire basi per costruire una relazione di cura efficace e affrontare con metodo le questioni etiche, giuridiche e deontologiche che emergono nella pratica clinica quotidiana; nelle sue diverse edizioni prevede anche lavori a piccoli gruppi, role playing, discussione di casi e momenti di confronto sulla comunicazione nel contesto di cura.

Dopo la riflessione sulle decisioni difficili, è arrivata la testimonianza. Gli specializzandi hanno incontrato Sara Tassetto e Giovanni Roncoroni, genitori di Marta, accompagnati da Paolo Mangili, Maria Amigoni e Giuseppe Citerio, direttore della scuola di specializzazione e docente di anestesiologia e terapia intensiva del nostro ateneo.

Sara e Giovanni sono tra i fondatori dell’Associazione Marta Roncoroni ETS, nata in memoria di Marta per sostenere le persone colpite da danno cerebrale acuto, le loro famiglie e la formazione medico-infermieristica in ambito neuro-rianimatorio.

Con loro, il confronto si è spostato dal piano teorico a quello dell’esperienza vissuta. Si è parlato di comunicazione, dolore, lutto, emozioni, comprensione, condivisione ed empatia. Di ciò che una famiglia attraversa quando la malattia irrompe all’improvviso e cambia ogni cosa. Di quanto contino le parole dei medici, ma anche il modo in cui vengono pronunciate, il tempo dedicato all’ascolto, la capacità di riconoscere la paura senza cancellarla, di essere chiari senza essere freddi, di accompagnare senza sostituirsi.

La terapia intensiva è uno dei luoghi in cui la medicina mostra con maggiore evidenza la propria complessità. È il luogo della tecnologia avanzata ma è anche il luogo in cui i familiari cercano orientamento e presenza. Per questo formare un anestesista-rianimatore significa anche prepararlo a stare dentro questa complessità sapendo ascoltare.

Andrea Paleari, specializzando al terzo anno, racconta: «Ho capito l’importanza per il medico di sapere, saper fare e sapere essere, e che spesso oltre alla competenza clinica ciò che richiede il nostro lavoro è essere presenti».

Una consapevolezza che richiama il senso della formazione promossa dalla scuola, come sottolinea Giuseppe Citerio: «Aiutare gli specializzandi a diventare medici capaci di integrare scienza e relazione, competenza tecnica e responsabilità etica, precisione clinica e attenzione alla persona. L’obiettivo è riconoscere che la qualità della cura passa anche dalla qualità della comunicazione e dalla capacità di costruire fiducia nei momenti in cui tutto sembra più fragile».

Da giornate come questa nascono medici migliori, e forse anche una medicina più consapevole e più umana.