Crisi finanziarie e paradisi fiscali - Bnews Crisi finanziarie e paradisi fiscali

In un interessante articolo pubblicato per la rivista Journal of International Economics, la professoressa Silvia Marchesi, ordinario di economia politica nel nostro ateneo, e Giovanna Marcolongo, ricercatrice dell’Università Bocconi, hanno analizzato i movimenti di capitale durante le crisi finanziarie. La professoressa Marchesi ci spiega le conclusioni a cui è giunta la loro ricerca.

Cosa avete verificato con il vostro studio?

L’obiettivo era analizzare la relazione tra le crisi finanziarie nei paesi in via di sviluppo (escluse le economie avanzate) e la variazione dei depositi bancari nei centri finanziari offshore, valutando in particolare il ruolo delle istituzioni nella dinamica dei deflussi di capitale.

Abbiamo analizzato congiuntamente crisi di debito sovrano e crisi bancarie, spesso correlate tra loro, definendo come “crisi finanziaria” un episodio non seguito da ulteriori crisi nei cinque anni successivi. L’analisi copre complessivamente il periodo 1977–2020, scelta dettata dalla disponibilità dei dati forniti dalla BIS (Banca dei Regolamenti Internazionali).

I risultati mostrano che, tre anni dopo l’inizio di una crisi finanziaria, i depositi bancari nei paradisi fiscali aumentano di circa il 30%, segnalando un significativo deflusso di capitali dai paesi colpiti. L’effetto è particolarmente pronunciato nei paesi con istituzioni deboli. In ultima analisi, le crisi finanziarie non solo generano instabilità interna, ma determinano anche un trasferimento di risorse verso giurisdizioni offshore proprio nel momento in cui tali risorse sarebbero maggiormente necessarie.

Quali sono stati i paradisi fiscali che avete considerato?

Principalmente paesi europei — tra cui Austria, Belgio, Guernsey, l’Isola di Man, Jersey, Lussemburgo e Svizzera — oltre a Hong Kong e Macao. Alcuni paradisi fiscali molto noti, come Bahamas, Panama o Isole Cayman, non sono inclusi perché i dati non sono disponibili. Tuttavia, è stato mostrato che i flussi osservati sono fortemente correlati a quelli diretti verso queste giurisdizioni. Questo ci permette di ritenere che le nostre stime colgano bene il fenomeno complessivo, che potrebbe anzi essere ancora più ampio.

Sono state adottate delle contromisure a livello internazionale?

In parte sì. Organizzazioni come l’OCSE e la FATF (Financial Action Task Force) hanno contribuito a contrastare l’opacità finanziaria e i flussi verso i paradisi fiscali, promuovendo maggiore trasparenza e standard internazionali contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Inoltre, dopo la crisi finanziaria globale la regolamentazione è stata rafforzata e l’attenzione verso i paradisi fiscali è aumentata. Dalla nostra analisi emerge infatti che, dopo il 2010, questo effetto è meno marcato. Rimane comunque più intenso nei paesi con istituzioni politiche fragili, caratterizzate da scarsa trasparenza e diffusa corruzione.

Il problema dei default finanziari si innesta su una tendenza generale all’aumento del debito a livello internazionale, cosa ci può dire su questo aspetto?

Dagli anni Ottanta a oggi si è registrata una forte crescita dell’indebitamento globale, sia pubblico sia privato, tanto che secondo alcune stime il rapporto tra debito globale e PIL mondiale è oggi intorno al 230%. Concentrandosi sul debito sovrano, uno dei fattori che ha contribuito a questa dinamica è certamente il prolungato periodo di bassi tassi di interesse, che può aver incentivato soprattutto i paesi in via di sviluppo a indebitarsi, sia attraverso l’emissione di titoli sia mediante prestiti diretti da creditori ufficiali, fondi sovrani o altri paesi.

In particolare, l’ingresso della Cina come protagonista tra i creditori ufficiali ha reso il panorama internazionale più frammentato. Fino agli anni Duemila, i principali creditori erano il Fondo Monetario Internazionale o singoli Stati coordinati nel cosiddetto “Club di Parigi”. Questo significava che, in caso di default, il paese debitore si trovava di fatto a negoziare con un fronte relativamente compatto, evitando che ciascun creditore cercasse di essere rimborsato per primo a scapito degli altri.

Con l’emergere della Cina e di altri creditori non occidentali — come i fondi sovrani di alcuni paesi arabi — il quadro si è complicato. I criteri di concessione dei prestiti sono spesso diversi e non sempre vi è disponibilità a condividere regole comuni per la gestione delle crisi. Emblematico è il caso recente dello Sri Lanka, dove la difficoltà di coordinamento tra creditori, incluso il rifiuto della Cina di accettare riduzioni del valore nominale del debito, ha contribuito a prolungare la crisi. Oltre alla frammentazione, l’emergere di nuovi creditori e la crescente competizione tra grandi potenze sollevano la questione se fattori geopolitici e rivalità di potere possano influenzare il livello, la composizione e la direzione dei flussi internazionali di capitale.

In questo contesto, non si può escludere che anche alcuni paesi avanzati possano trovarsi ad affrontare problemi di sostenibilità del debito sovrano, alla luce dei crescenti fabbisogni di spesa, inclusi quelli per la difesa e per i sistemi pensionistici.