Come agire nelle situazioni di crisi e disastro in ambito sanitario - Bnews Come agire nelle situazioni di crisi e disastro in ambito sanitario
Come agire nelle situazioni di crisi e disastro in ambito sanitario
preparedness

Il Progetto PRELOC - Building Local Preparedness to global crisis ha come obiettivo quello di definire le implicazioni teoriche e le ricadute pratiche della preparazione nel contesto italiano a fronte di situazioni di crisi e disastro. Abbiamo incontrato la professoressa Lavinia Bifulco, coordinatrice del progetto, per approfondire le applicazioni della preparedness in ambito sanitario.

Perché è importante oggi il concetto di preparedness? E quali sono i contesti principali di applicazione?

La pandemia è solo uno dei fenomeni sistemici di portata globale che accrescono situazioni di incertezza radicale e rendono manifesta l’inadeguatezza delle logiche e delle tecniche tradizionali basate sulla razionalità predittiva, sulla prevenzione e sulla calcolabilità probabilistica dei rischi. È in questo quadro che l’approccio centrato sulla preparazione ha guadagnato sempre più terreno negli ultimi anni, con tecniche di intervento quali la pianificazione basata su scenari, la predisposizione di sistemi di allerta precoce e di vigilanza, dispositivi-sentinella e scorte di forniture.
Sviluppato dapprima con riferimento alle questioni belliche e militari, questo approccio è stato successivamente esteso alla gestione delle crisi sanitarie da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, così come al campo ambientale e a quello economico.
Comunità e istituzioni preparate sono quelle in grado di far fronte a una minaccia potenzialmente catastrofica ma imprevedibile, le cui conseguenze distruttive possono solo essere mitigate ma non del tutto evitate. Il punto quindi non è prevenire eventi futuri – impossibili da prevedere – ma intervenire sugli effetti disastrosi di tali eventi, costruendo le condizioni per riconoscere segnali precursori di potenziali crisi.
Di fondamentale importanza, da questa prospettiva, è la capacità di agire su futuri indeterminati. Ciò significa, da un lato, saper far fronte alla sorpresa, allo sviluppo nascosto e all'esordio improvviso; dall'altro, essere in grado di affrontare 'emergenze lente' agendo nel lungo periodo sui processi e fattori strutturali di vulnerabilità, dai quali emergono progressivamente eventi critici.

La gestione della pandemia ha imposto nuove regole sociali e un nuovo modello di lavoro che, a loro volta, hanno indotto un cambiamento nelle abitudini delle persone. Quali misure quindi possono essere adottate per ridurre i rischi non solo nel settore sanitario ma anche negli altri ambiti?

La ricerca ha chiaramente confermato che, per essere preparati, occorre superare le logiche settoriali. Nel campo sanitario, di conseguenza, occorre agire sul complesso dei determinanti sociali della salute – il lavoro, la condizione abitativa, l’ambiente di vita, etc.. Questo vuol dire adottare quadri interpretativi integrati e strategie operative di tipo sistemico. Il problema però è che le strategie prevalenti sono abbastanza diverse. Per esempio, in tema di lavoro, occorre ricordare quanto è venuto in luce a proposito dei cosiddetti servizi essenziali. Per tutto il periodo del lockdown, la nostra sopravvivenza è dipesa dal fatto che alcune persone continuassero a lavorare, nonostante l’emergenza. Abbiamo compreso, di conseguenza, che ci sono lavori di cui non possiamo fare a meno: chi lavora nella sanità, ma anche gli autisti del trasporto pubblico, gli addetti alla distribuzione, etc. Più o meno esplicitamente, ciò ha portato a ridimensionare la capacità del mercato di valorizzare il lavoro necessario alla nostra vita quotidiana e di rispondere ai bisogni di base, sollevando la questione di come sostenere il lavoro di cura e assistenza alle persone.
Nel mezzo della pandemia il discorso pubblico e quello scientifico hanno in vario modo sottolineato la necessità di guardare alle connessioni ecosistemiche dal cui degrado derivano vecchi e nuovi disastri. E in tal senso è stato rilanciato ad esempio l’approccio One Health come metodo integrato che concepisce la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema come indissolubilmente legate.

Non solo saperi scientifici, ma anche infrastrutture tecnologiche. Come l’integrazione tra questi due aspetti può supportare la società contemporanea nell'affrontare il tema dell’incertezza?

La pandemia ha innescato un acceso dibattito sul ruolo dei saperi scientifici e della tecnologia, confermando così quanto da tempo hanno già messo in luce moltissime ricerche. Saperi e tecnologie non sono una soluzione in sé poiché molto dipende dalla qualità dei processi e contesti sociali cui fanno riferimento.
La tecnologia da sola può generare ciò che una studiosa francese ha chiamato ”Disasterland” (Revet 2020): comunità di esperti, scienziati e decisori che si dedicano alla creazione di apparati tecnici senza prendere in considerazione i processi che hanno portato all’insorgere dei problemi, e i soggetti che ne sono coinvolti. Occorrono dunque modalità di comunicazione con i cittadini che puntino sulla fiducia, sul coinvolgimento, sulla partecipazione. A prescindere dalla nostra ricerca, la comparazione internazionale è molto eloquente in proposito: questo vale per l’Italia e la Francia come per Taiwan e Singapore. Servono perciò specifiche capacità istituzionali e di governo. Un rapporto dell’UNDP ( il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) mostra che non sono stati i paesi tecnologicamente più avanzati ad agire meglio ma quelli in cui si è potuto contare su un processo di apprendimento dal passato, grazie a infrastrutture istituzionali dotate sia di capabilities che di capacities, cioè in grado di reagire velocemente all’emergenza e di accumulare nel lungo periodo competenze di risposta.

Quali sono gli esiti della vostra ricerca in termini di proposte applicative? Può farci qualche esempio?

La ricerca è stata fortemente orientata a fornire strumenti di progettazione e intervento agli stakeholder, in particolare per quanto riguarda l’individuazione di alcuni indicatori di preparedness e la predisposizione di una piattaforma online mirata a diffondere i risultati della ricerca e a favorire lo sviluppo di soluzioni innovative nei settori della sanità e dell’agricoltura. Si tratta, in sostanza, di elaborare metodologie e strumenti condivisi di monitoraggio e miglioramento degli interventi insieme ai vari attori coinvolti nella ricerca.

Guardando agli sviluppi futuri, su cosa è importante mantenere alta l’attenzione?

Sottolineerei in particolar modo tre aspetti:

  • Il primo, più generale, è che occorre coltivare, anche attraverso la formazione, logiche trasformative della preparazione. Che si basano da un lato sulla capacità di riconoscere e influenzare i processi sistemico-strutturali che nel tempo coproducono situazioni potenzialmente distruttive. Dall’altro, insistono sulla dimensione ecologico-territoriale dei fenomeni sociali, invitando a una maggiore presa in conto delle interdipendenze tra società umane ed ecosistemi.
  • Il secondo è che la pandemia ha reso (drammaticamente) manifesta la necessità di ricomporre la molteplicità di competenze e poteri. Per il futuro quindi occorre superare il deficit di coordinamento verticale che ha caratterizzato invece tutta la prima fase della pandemia.
  • Infine, è importante rilanciare i servizi sanitari territoriali e per la prevenzione, molto ridimensionati negli ultimi anni. La pandemia ha confermato che si tratta di un’infrastruttura fondamentale per dare risposte “preparate” ai bisogni di salute dei cittadini.

Articolo di Enzo Scudieri e Chiara Bulfamante