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Caregiver di bambini autistici, sperimentato nei centri pubblici il modello messo a punto dall’OMS

Avere gli strumenti adeguati per interagire in modo positivo con un bambino autistico è un’esigenza non solo avvertita da tantissimi genitori, che spesso vivono con fatica le interazioni quotidiane spontanee con i loro figli, ma anche fondamentale per lo sviluppo del bambino. La ricerca sull’intervento per l’autismo ci dice, infatti, che modalità di interazione che favoriscono la costruzione di esperienze condivise tra genitore e bambino portano ad effetti benefici a lungo termine sulle competenze comunicative, sociali e le abilità generali del bambino. Poter usufruire di un percorso di sostegno, tuttavia, è cosa non facile: questa tipologia di intervento risulta scarsamente accessibile alle famiglie sia nei Paesi con un reddito pro capite medio-basso, sia in quelli ad alto reddito. Un problema avvertito anche in Italia. Proprio per l’importanza dell’intervento precoce, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha messo a punto il Caregiver Skills Training (CST), un modello open-access per caregiver di bambini con disturbo del neurosviluppo, incluso l’autismo. E per cercare di renderlo davvero alla portata di tutti coloro che ne hanno bisogno, un gruppo di ricercatrici dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con l’OMS, la Georgia State University e la Newcastle University ha testato la possibilità di erogare il CST attraverso servizi di Neuropsichiatria Infantile del Servizio Sanitario Nazionale. Con risultati molto interessanti e anche con importanti indicazioni su come implementare questo strumento.

«Abbiamo testato il modello CST nel contesto del Sistema sanitario nazionale procedendo per step, dalla formazione degli operatori fino all’erogazione del servizio», spiega Erica Salomone, ricercatrice afferente al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca e membro del team OMS che ha sviluppato il programma. Poi aggiunge: «Questa modalità operativa ci ha permesso di valutare ogni aspetto: la disponibilità del personale a portare avanti un percorso che si articola in nove sessioni di gruppo e tre visite domiciliari individuali, la concreta possibilità di metterlo in pratica, la rilevanza per i caregiver e, infine, i risultati dal punto di vista dell’efficacia clinica».

Sono stati sei i centri pubblici italiani in cui è avvenuta la sperimentazione. I dati ottenuti sono particolarmente “robusti” perché raccolti attraverso uno studio randomizzato controllato, il primo condotto nel servizio pubblico del nostro Paese in questo specifico ambito. E, alla luce dei risultati, il modello CST – con costi contenuti e buoni risultati – sembra prestarsi ad essere introdotto nell’offerta del servizio sanitario pubblico. «Abbiamo rilevato – osserva la ricercatrice – alti livelli di fattibilità di erogazione da parte di professionisti sanitari nel contesto pubblico, eccellente accettabilità per i caregiver ed effetti favorevoli, a tre mesi dalla conclusione dell’intervento, sulla qualità dell’interazione genitore-bambino, le competenze genitoriali a supporto dell’interazione, nonché l’autoefficacia e lo stress genitoriali».

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Autism and Developmental Disorders e su Autism e offrono anche utili spunti di riflessione per successive linee di intervento. «Abbiamo misurato anche i risultati sui bambini rilevando effetti positivi sulle loro capacità di comunicazione non verbale. Quanto ad altri aspetti clinici sul bambino, non si sono evidenziate differenze significative rispetto al gruppo di controllo. Tuttavia, l’effetto sulle competenze genitoriali anche a distanza di tre mesi dalla fine del programma rivela una capacità di assimilazione delle strategie di intervento da parte dei genitori che lascia ben sperare sulla possibilità di mantenimento nel tempo. Questo, quindi, ci fornisce delle indicazioni – conclude Erica Salomone – per come migliorare l’intervento di training e gli esiti sul bambino».

 

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