In che modo il cervello gestisce più lingue? Quale ruolo può avere il bilinguismo nella scuola contemporanea? E perché parlare di pluralità linguistica significa anche parlare di inclusione sociale? Sono alcune delle domande al centro del Bilingualism Matters Symposium 2026, ospitato nelle scorse settimane dall’Università di Milano-Bicocca e dedicato alle nuove prospettive della ricerca sul multilinguismo.
Le professoresse Francesca Foppolo e Beatrice Giustolisi riflettono sui temi emersi durante il simposio: dai meccanismi cognitivi del cervello bilingue alle implicazioni educative, culturali e sociali delle lingue nella società contemporanea.
Dal punto di vista della psicolinguistica, cosa ci dice oggi la ricerca su come il cervello gestisce più lingue? Ci sono aspetti emersi al simposio che mettono in discussione idee consolidate sul bilinguismo?
(Francesca Foppolo) Dai contributi presentati al simposio emerge con forza che il bilinguismo non è una condizione “uniforme”, ma un continuum di esperienze linguistiche, cognitive, emotive e sociali che influenzano in modi diversi l’esperienza dei parlanti multilingui.
Molti interventi hanno mostrato che il cervello non gestisce due sistemi linguistici separati, ma integra costantemente lingue, modalità comunicative e contesti sociali. Alcune ricerche, per esempio, hanno confermato che il code-switching — il passaggio da una lingua all’altra — e il translanguaging, cioè l’uso integrato delle proprie risorse linguistiche, possono facilitare l’accesso e l’apprendimento lessicale.
Sul piano cognitivo, diversi lavori hanno affrontato il tema del cosiddetto “vantaggio bilingue”, evidenziando come eventuali effetti positivi sulle funzioni esecutive dipendano da fattori specifici, come la frequenza d’uso delle lingue, l’abitudine al language switching, l’età e il tipo di compito cognitivo.
Un altro aspetto emerso riguarda l’importanza della qualità dell’input linguistico: non basta essere esposti a due lingue, ma conta come, quando e in quali contesti vengono utilizzate. Nel complesso, il simposio propone quindi una visione del bilinguismo come sistema adattivo, continuamente plasmato dall’esperienza sociale, emotiva e cognitiva dei parlanti.
Quali sono le principali opportunità offerte dal bilinguismo nel contesto scolastico e come possono arricchire l'esperienza formativa degli studenti?
(Beatrice Giustolisi) Il bilinguismo a scuola è una importantissima opportunità di crescita. Come evidenziato dalle ricerche del simposio, i vantaggi si articolano su più livelli. In primis possiamo parlare di apprendimenti. Diversi studi longitudinali dimostrano che l'istruzione bilingue non solo non danneggia le competenze nelle materie curricolari o nella lingua nazionale, ma può addirittura fungere da catalizzatore per migliori risultati scolastici, indipendentemente dal contesto socio-economico degli studenti.
Il punto centrale, però, è che il valore del bilinguismo non si limita a questo. Parlare di bilinguismo a scuola non significa solo parlare di progetti speciali, ma anche di riconoscere diverse realtà esistenti: le nostre classi in molti contesti sono naturalmente mistilingue. Le principali opportunità offerte dal bilinguismo risiedono proprio nella capacità della scuola di valorizzare questo repertorio spontaneo, trasformandolo in una risorsa educativa per tutti.
Ed in effetti una grandissima opportunità del bilinguismo è proprio quella identitaria.
Valorizzare in classe le lingue utilizzate in famiglia trasforma la diversità da ostacolo a risorsa, riducendo l’ansia linguistica e contrastando il fenomeno della perdita della lingua madre. Integrare il bilinguismo significa creare un ambiente in cui ogni studente si sente legittimato nel proprio repertorio linguistico.
In sintesi, promuovere una scuola bilingue non significa solo insegnare lingue, ma formare cittadini più empatici e pronti a muoversi in una società globale, garantendo al contempo un'istruzione di alta qualità per tutti.
Una giornata del simposio è stata dedicata al bilinguismo bimodale. Quali prospettive apre questo approccio, sia per gli studenti sordi sia per l’intera classe?
(Beatrice Giustolisi) Il bilinguismo bimodale è caratterizzato dalla conoscenza di almeno una lingua parlata e una lingua dei segni. La ricerca indica che l'istruzione bimodale-bilingue è una risorsa inclusiva potente: non solo garantisce ai bambini sordi un accesso pieno alla comunicazione senza ostacolare lo sviluppo della lingua parlata, ma offre ai compagni udenti una modalità di apprendimento visivo-gestuale che potenzia le capacità espressive dell'intero gruppo classe.
In conclusione, sostenere il multilinguismo significa sostenere una scuola che coltiva diversità. Che si tratti di lingue nazionali, lingue di minoranza o lingue dei segni, integrare questi codici significa formare studenti capaci di navigare la complessità, promuovendo equità che valorizza l'identità di ogni bambino come pilastro del successo scolastico.
Il simposio ha evidenziato quanto il bilinguismo sia anche un fenomeno sociale oltre che cognitivo. Come dialogano, oggi, ricerca scientifica e politiche educative? C’è ancora distanza tra questi due mondi?
(Francesca Foppolo) Oggi appare sempre più evidente che il bilinguismo non è solo una dimensione cognitiva e linguistica individuale, ma anche un fenomeno sociale e politico. In particolare, l’intervento del professor Marco Tamburelli dell’Università di Bangor ha evidenziato quanto atteggiamenti verso una lingua, uso sociale e politiche istituzionali siano strettamente intrecciati.
Gli studi presentati, dal gallese nel Regno Unito al lombardo in Italia, mostrano che il riconoscimento sociale e politico di una lingua influisce direttamente sulla sua vitalità e sul suo prestigio. Dove una lingua è sostenuta dalle istituzioni, come il gallese, il suo uso è naturale e legittimato; nel caso del lombardo, invece, resta spesso marginalizzato, soprattutto tra i più giovani.
Oggi il dialogo tra ricerca e politiche educative è più stretto rispetto al passato: la sociolinguistica fornisce dati concreti sull’impatto delle politiche linguistiche sugli atteggiamenti dei parlanti e sulla trasmissione delle lingue minoritarie. Tuttavia, permane ancora una distanza significativa tra ricerca e istituzioni.
Il caso del lombardo è emblematico: nonostante una crescente consapevolezza scientifica del valore del plurilinguismo, le politiche educative italiane faticano ancora a riconoscere le lingue locali come risorse culturali e formative. In questo senso, la scuola potrebbe avere un ruolo decisivo nel creare spazi di legittimazione e trasmissione linguistica alle nuove generazioni.
Da questo punto vista quindi il contributo della ricerca non è soltanto descrittivo, ma anche politico: mostra che sostenere una lingua significa creare le condizioni sociali perché venga usata, percepita positivamente e trasmessa alle nuove generazioni.
Tra i temi emersi c’è anche quello degli atteggiamenti verso il bilinguismo. Quanto pesano ancora stereotipi e pregiudizi e quale ruolo può avere la ricerca nel superarli?
(Beatrice Giustolisi) Oggi stereotipi e pregiudizi sul bilinguismo continuano ad avere un peso significativo, influenzando sia le politiche educative sia le scelte delle famiglie. Alcune ricerche presentate al simposio mostrano come queste barriere siano ancora radicate in diversi contesti internazionali.
Ad esempio, a Hong Kong le minoranze etniche, in particolare la comunità nepalese, subiscono una forte pressione verso le lingue ufficiali, con il rischio di stigmatizzare e abbandonare le lingue di origine. È emerso anche il fenomeno della “discriminazione translinguale”, cioè il pregiudizio legato all’accento o all’uso di repertori linguistici percepiti come estranei, che può generare insicurezza nei parlanti e scoraggiare la trasmissione della lingua madre ai figli.
In questo scenario, la ricerca è fondamentale per superare i falsi miti. Negli ultimi anni gli studi sul bilinguismo hanno iniziato a integrare anche la dimensione affettiva e della neurodiversità, mostrando che l’esposizione a più lingue può sostenere l’alfabetizzazione emotiva ed essere positiva anche per bambini con autismo.
Produrre evidenze scientifiche rigorose significa quindi trasformare la pluralità linguistica da elemento percepito come problematico a risorsa di inclusione per tutta la comunità.