Yoga a scuola? La risposta della professoressa-yogini

«L’Italia esplorerà l'ipotesi di introdurre lo yoga nei programmi scolastici». Sono le parole con cui il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nel corso della sua recente visita in India, ha aperto la strada all’ipotesi di introdurre l’insegnamento dello yoga nelle scuole italiane. Fra gli aspetti più interessanti sotto la lente degli studiosi, i possibili effetti positivi di questa pratica sulla gestione dello stress e la capacità di apprendimento dei più giovani. Anche all’Università di Milano-Bicocca c’è qualcuno che si occupa di praticare, insegnare e studiare lo yoga: è la professoressa Barbara Biscotti, docente di istituzioni e storia del Diritto romano.
 
Come mai una docente di Diritto romano si occupa anche di yoga?
 
«Da molti anni alla mia attività accademica come storica del diritto antico presso l’Ateneo di Milano-Bicocca ho affiancato una passione, dapprima coltivata come allieva e poi come insegnante, per la disciplina dello yoga. Sono così diventata membro del Consiglio direttivo della YANI (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti) e per conto di questa associazione mi sono occupata della figura professionale dell’insegnante di yoga: le mie competenze giuridiche si sono incontrate in questo modo con quelle sviluppate nell’ambito dello yoga e, a seguito della emanazione della Legge numero 4 del 2013 sulle professioni non regolamentate, ho seguito e coordinato i lavori per la stesura della norma UNI sulle qualità professionali dell’insegnante di yoga. Attualmente, inoltre, anche le mie competenze di storica dell’antichità hanno incrociato il terreno dello yoga dal momento che sono curatrice, insieme al collega Stefano Castelli, anche lui in Bicocca, della collana di testi sullo yoga pubblicata dal “Corriere della Sera”».
 
È favorevole al suo inserimento nei programmi scolastici? In che modo può contribuire alla formazione dei giovani?
 
«Sono molto favorevole all’inserimento dello yoga nella scuola, a condizione che il suo insegnamento sia affidato ad insegnanti qualificati e che si evitino gli “esotismi”, nella consapevolezza del fatto che si tratta di un’operazione transculturale che richiede i necessari adattamenti al generale contesto culturale occidentale. Con tali premesse, non ho dubbi che i vantaggi per gli studenti potrebbero essere, però, notevoli: si tratta di una disciplina che si propone come un percorso di esperienza di sé che, attraverso il corpo e quindi esperienze apparentemente semplici e comunque accessibili a tutti, mette la persona in contatto con gli strati più profondi della sua individualità – mentali, psichici, emotivi – e fornisce all’individuo stesso gli strumenti per affrontare i mutamenti e le difficoltà ad essi connesse. Inoltre, in un mondo in cui i ragazzi, sempre più precocemente, sono chiamati a vivere in una dimensione via via più smaterializzata, dis-tratti in mille direzioni, l’esperienza che propone lo yoga può aiutarli validamente a restare in se stessi e nel momento presente, vivendo pienamente, anziché in un perenne altrove».
 
Pensa che ci sia un'età ideale per iniziare?
 
«In effetti si può iniziare anche con bambini molto piccoli, in età prescolare, proponendo lo yoga in forma di gioco: si narra una storia e i bambini possono praticare le posture che “mimano” i protagonisti della storia. L’esperienza della narrazione nel proprio corpo pone i bambini nella condizione di poter fare esperienza di sé e del mondo nelle sue diverse forme, imparando sin da piccoli come scaricare le proprie tensioni, come affrontare le paure, le difficoltà, come rilassarsi eccetera».
 
Secondo lei è possibile trovare spazio e tempo a sufficienza, all’interno dei già affollati programmi scolastici, per dar vita ad un’esperienza effettivamente significativa per gli studenti?
 
«Credo che il tempo sia un falso problema. Oggi si tende ad affollare il tempo dei ragazzi di molto “fare”, invece di insegnare loro ad “essere”. Lo yoga non è un fare, ma un essere e non richiede necessariamente molto tempo: potrebbe bastare insegnare ai ragazzi a respirare correttamente, in modo consapevole, per pochi minuti e a compiere due-tre movimenti semplici fra un’ora e l’altra di lezione e già si sarebbe compiuta una vera e propria “rivoluzione logica”».
 
Eventualmente, sarebbe cosa facile formare i futuri insegnanti di yoga per rendere attuabile tale ipotesi?
 
«Una preparazione seria come insegnante yoga richiede un percorso formativo di anni, preceduto e accompagnato da una costante e coerente pratica personale. Sicuramente dunque non si dovrebbero improvvisare insegnanti di yoga in modo affrettato o superficiale, a maggior ragione dal momento che dovrebbero relazionarsi con soggetti ancora in formazione. Vi sono, però, già molti insegnanti di yoga preparati anche per l’insegnamento nell’età evolutiva. Sarebbe sufficiente operare una scelta oculata, basata sulla serietà della formazione iniziale e di quella continua: operazione oggi resa semplice dall’esistenza, dal 6 dicembre 2016, della norma UNI, che rappresenta il riferimento unico e imprescindibile a livello nazionale degli standard qualitativi per la professione dell’insegnante di yoga».

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