Simona Valletta, Junior Group leader all’Università di Oxford

Dall'Università di Milano-Bicocca a Oxford. Simona Valletta, 33 anni, è volata in Gran Bretagna dopo aver conseguito il dottorato di ricerca presso la nostra università. Lo scorso luglio ha vinto un grant, unico in UK, nello specifico la prestigiosa “Kay Kendall Leukaemia Intermediate Fellowship”. Oggi è Junior Group Leader presso l'Università di Oxford. Obiettivo delle sue ricerche: studiare la correlazione tra invecchiamento e Leucemia Mieloide Acuta (AML), focalizzando la sua attenzione sul microambiente in cui le cellule leucemiche risiedono.
Quali ricordi ha di Milano-Bicocca?
Quelli all’Università di Milano-Bicocca sono stati quattro anni molto importanti per me. Il PhD è un percorso particolare che permette di crescere, formarsi e entrare a pieno titolo nel mondo della ricerca. Io ho avuto la fortuna di incontrare colleghi verso i quali nutro grande stima, con cui sono ancora oggi in contatto e dai quali ho imparato moltissimo. Colgo l’occasione anche per ringraziare il Professore Carlo Gambacorti Passerini, mio supervisor durante il PhD, al quale sarò sempre riconoscente. Insomma, Milano-Bicocca è rimasta nel mio cuore.
Quando e perché ha deciso di trasferirsi in Gran Bretagna? Ha incontrato delle difficoltà?
Alla fine del PhD ci si trova sempre davanti alla scelta: “Rimango o parto?!”. Io sono sempre stata convinta che per uno scienziato, o per chi vuole diventarlo, fare ricerca in laboratori diversi, nazioni diverse, sia estremamente importante. La mia scelta di partire, quindi, non è stata poi così difficile. Poi come si fa a dire di no all’Università di Oxford?!
Difficoltà ne ho ovviamente incontrate tante, come tutti quelli che si trasferiscono all’estero e si ritrovano in un posto in cui tutto è completamente diverso, partendo dalla lingua. Non nego che all’inizio, proprio la lingua sia stata un problema, anche durante i primi meeting di lavoro. Basta però avere un po’ di spirito di adattamento ed essere positivi!
 
Cosa ha provato quando ha vinto la prestigiosa Intermediate Fellowship messa a disposizione dalla Kay Kendall Leukaemia Foundation?
È un po’ difficile spiegare cosa ho provato, un mix di emozioni tutte insieme. Credo mi sia mancato il respiro per un attimo. Non ci credevo. C’era solo un grant di quel tipo disponibile in tutto il Regno Unito, non potevo averlo vinto io. Ammetto di aver pianto, di gioia ovviamente.
Chi fa il mio lavoro sa che ci sono alti e bassi continui, che bisogna lavorare duro, essere bravi non basta per fare carriera. In quei 45 minuti (durata indicativa di una interview) ci si gioca tutto. “Just be yourself, it will be enough” è il consiglio che ho seguito. Per fortuna, è andata bene.
Ci sono differenze tra il mondo della ricerca italiano e quello anglosassone?
Io non credo ci siano molte differenze tra il mondo della ricerca italiano e quello anglosassone. Credo però che qui in Gran Bretagna i finanziamenti messi a disposizione della ricerca siano superiori. Una variabile importante, molto spesso presa in considerazione, è la nazionalità: essere inglesi rappresenta sicuramente un vantaggio. Tuttavia, per fare carriera, restano fondamentali il merito, l'esperienza e il curriculum vitae.
È da poco inziato il nuovo anno accademico. Quali consigli darebbe alle matricole?
Il consiglio è uno solo. Cercare di dare il massimo sempre, lavorare con passione, ed evitare i confronti, quelli inutili. La competizione a tutti i costi non fa bene e non serve. L’unica competizione è quella con se stessi. Restare focalizzati sul proprio percorso e i propri obiettivi è di cruciale importanza, perché è l’unico modo per rialzarsi quando si cade.  

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