La città del futuro? Verde e ad alto potere riflettente per difenderci dal cambiamento climatico

A tu per tu con un esperto di fama internazionale per studiare la città del futuro, in grado di resistere ai cambiamenti del clima e al caldo estremo: il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e il corso di dottorato Urbeur Urban Studies hanno ospitato Nigel Tapper, professore alla Monash University di Melbourne (Australia) e membro del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Intergovernmental Panel on Climate ChangeIPCC), che è stato insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2007 insieme all'ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore.
 
Professor Tapper, come sarà la città del futuro? È vero che l’urbanistica può salvare delle vite?
Penso che le città del futuro dovranno essere considerevolmente diverse da quelle di oggi per tutta una serie di ragioni legate alla sicurezza degli abitanti e in particolare alla gestione del caldo estremo. Non mi riferisco solo alla salute umana, ma anche al mantenimento delle infrastrutture, ad esempio al funzionamento dei trasporti e degli aerei. Quindi penso che, nel mondo del futuro, le realtà urbane dovranno incorporare un’ampia gamma di caratteristiche progettuali di cui al momento non necessariamente dispongono.
 
Quali saranno le principali caratteristiche di una città resistente al cambiamento climatico e al caldo estremo?
In una certa misura, tutto questo ha a che fare con il ritorno delle città il più possibile ad un paesaggio naturale. Credo che le città del futuro assomiglieranno molto di più agli ambienti rurali – dove possibile – con terreni permeabili, più infrastrutture verdi, muri verdi e così via… Questo può sembrare un cliché, ma è ciò che dobbiamo cercare di fare e – quando non sarà possibile – dovremo utilizzare superfici ad alto potere riflettente (o albedo) che riflettono meglio le radiazioni luminose e riscaldano meno l’ambiente urbano: abbiamo molte opportunità per costruire città in grado di adattarsi meglio al cambiamento climatico.
 
Sarà difficile per le città storiche adattarsi a questo cambiamento? Qui in Italia ne abbiamo tante…
Ora, questo è interessante perché le città italiane ed europee sono tendenzialmente compatte e hanno tanti meravigliosi vantaggi, ma spesso sorgono su terreni duri, quasi impermeabili o comunque poco adatti allo scambio di acqua con l'ambiente circostante. Generalizzando, possiamo dire che nel mondo occidentale ci sono tre tipi principali di realtà urbane: le città europee, ad alta densità e di dimensioni relativamente piccole; le città nordamericane, ampie, tentacolari e con molti grattacieli; infine le città del “Nuovo mondo”, come quelle australiane e neozelandesi, che rappresentano una sorta di mix fra gli altri generi. Gli interventi da portare avanti in ognuno di questi tipi di città sono diversi, ma nelle realtà europee con ogni probabilità dovremo lavorare più intensamente sulla permeabilità dei terreni nelle aree centrali, incrementando significativamente le superfici coperte da erba, alberi e vegetali in generale.
 
Di cosa si è occupato, lavorando per l’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007?
Nel 2007 lavoravo insieme a molti altri scienziati alla stesura del Rapporto sul clima dell'IPCC, un’attività che ha portato all’assegnazione congiunta del Premio Nobel per la Pace al nostro gruppo e all’ex vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore. Da allora sono stato coinvolto in molti progetti con il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, come la prossima conferenza dell’IPCC sulle città, in Canada, e varie altre attività legate allo studio delle realtà urbane per conto dell'Organizzazione meteorologica mondiale.
 

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