Il papà di “Zanna Bianca” e la sindrome del Coronavirus

Fughe di massa dai focolai della pandemia. Politica alla ricerca di soluzioni. Medici e scienziati “eroi”. La paura della morte e di dover rinunciare alla propria libertà. Dinamiche e comportamenti all'ordine del giorno ai tempi del Coronavirus ma che erano già state minuziosamente descritte in un romanzo pubblicato più di un secolo fa, nel 1912: “La peste scarlatta” di Jack London, lo scrittore de “Il richiamo della foresta” e di “Zanna bianca”. A ricordarlo è Michele Riva, docente di Storia della medicina. Autore nel 2014, insieme a Marta Benedetti e Giancarlo Cesana, di “Pandemic Fear and Literature: Observations from Jack London’s The Scarlet Plague” (DOI: http://dx.doi.org/10.3201/eid2010.130278), articolo uscito sull'“Emerging Infectious Disease journal”, rivista pubblicata dai Cdc – Centers for disease control and preventions, tra i principali organismi internazionali nell'ambito delle malattie infettive.
Un romanzo attuale?
Un capostipite della letteratura fantascientifica post-apocalittica che guarda caso ho ritrovato, quando ancora si poteva uscire di casa liberamente, sugli scaffali di una libreria, tra i libri dedicati al Covid-19.
Cosa ci racconta Jack London?
Un'epidemia, anzi una pandemia, la peste scarlatta, ambientata nel 2013 e narrata dal protagonista sopravvissuto, che ha distrutto il mondo civile regredendo l'umanità a uno stato primordiale.
Perché l'autore si occupò di questo tema?
Nel 1912 conosceva già da alcuni anni l'origine infettiva di alcune malattie. Anche se si studiavano prevalentemente i batteri. Jack London era un giornalista e si era interessato di un’epidemia di peste bubbonica scoppiata pochi anni prima a San Francisco. Il suo obiettivo era quello di descrivere come un’epidemia potesse influire sulla vita delle persone.
Quali emozioni suscita “La peste scarlatta”?
Soprattutto paura. Della morte, per i propri cari, di perdere la liberà personale e le abitudini quotidiane. Narra di una fuga collettiva dalla città verso la campagna, di una sconfitta per una società intera. Usa toni drammatici e apocalittici anche perché immagina un tasso di mortalità molto elevato. Racconta anche un'atmosfera di sfiducia nella politica e nei suoi interventi. Oggi invece, anche se è presto per valutare le misure intraprese, la politica sta facendo il massimo per frenare il contagio”.
Quali sono le figure positive nel romanzo?
I giornalisti che allertano la pubblica opinione sull'epidemia, e gli scienziati, visti come eroi. Anche in questo London anticipa l'importanza del ruolo dei media nel promuove una adeguata informazione su un nuovo virus. E la fiducia risposta nei medici, infermieri e ricercatori.
Insomma si può dire lo scrittore statunitense previde il Coronavirus?
Nel nostro articolo, ispirato allora dai casi di SARS, influenza aviaria e suina, avevamo detto che una pandemia simile a quella descritta da London avrebbe potuto verificarsi ancora. Il romanzo ci lancia un avvertimento: non siamo superuomini immuni alle malattie infettive. Non dobbiamo mai abbassare la guardia. “La peste scarlatta” finisce male e la popolazione diventa individualista, perde il senso di civiltà e di comunità. Noi, per fortuna, stiamo reagendo diversamente.
Ovvero?
Aumentano le gare di solidarietà, anche da altri Paesi come la Cina che ci ha inviato medici, mascherine e ventilatori. In un clima di preoccupazione, nel quale non mancano le polemiche, la maggior parte degli Italiani pensa al bene comune, restando a casa, aiutando gli anziani e facendo donazioni agli ospedali. Questo era il messaggio di Jack London: per superare l'emergenza, occorre mantenere alti i valori della solidarietà, della fratellanza e dell'umanità.

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