Il caso Aldo Moro, 40 anni dopo

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, importante esponente politico della Democrazia Cristiana (Dc) già cinque volte presidente del consiglio, fu rapito dalle Brigate Rosse (Br) in via Fani a Roma. Dopo 55 giorni di prigionia venne ucciso e il suo corpo fu fatto ritrovare all’interno di una Renault 4 in via Caetani, simbolicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Partito comunista italiano (Pci), all’epoca i due partiti principali in Italia. Andrea Saccoman, professore di Storia contemporanea all’Università di Milano-Bicocca, esperto di Brigate Rosse e degli Anni di piombo, spiega i retroscena di quel sequestro. E smonta qualche falso mito.
Professor Saccoman, che ruolo ricopriva Aldo Moro nel 1978?
Istituzionalmente marginale, a voler essere drastici. Era presidente del consiglio nazionale della Dc, incarico prestigioso, ma poco incisivo. Doveva regolare i lavori dell’assemblea di partito che si riuniva per decidere le linee politiche. Dopo il suo ultimo governo, terminato nel ’76, aveva ancora una notevole influenza nella Democrazia Cristiana, era un politico noto al grande pubblico, ma si era defilato dal centro del potere. E non era, come sostengono certe voci, il presidente della Repubblica in pectore. Mancavano ancora nove mesi all’elezione. Troppi per dire con certezza chi sarebbe stato il successore di Giovanni Leone.
Se non aveva più il potere di un tempo, perché venne sequestrato?
Le Br non colpivano mai a caso, avevano una classifica di “obiettivi” in ordine di priorità. E, stando al loro modus operandi, sceglievano l’obiettivo più facile o meno complicato. Nel 1978 volevano colpire un politico in vista per scatenare una rivoluzione di piazza o ottenere un riconoscimento dallo Stato. In cima alla lista c’era Andreotti, ma durante le loro “inchieste”, come chiamavano i pedinamenti e i sopralluoghi, lo avevano scartato: girava con un’auto blindata e la sua abitazione si trovava in un dedalo di viuzze che non avrebbe facilitato la fuga. Era inoltre troppo alto il rischio di coinvolgere in una eventuale sparatoria semplici cittadini. Amintore Fanfani, vecchio cavallo di razza della Dc, fu ignorato perché ritenuto di nicchia e in calo di consensi dopo la sconfitta al referendum sul divorzio. Così scelsero il terzo: Aldo Moro. Più attuale di Fanfani. Più facile da colpire di Andreotti.
Quei 55 giorni incisero sul destino del Paese?
È stato senza dubbio il più grave delitto politico della storia della Repubblica italiana, per la rilevanza della vittima e per il suo impatto mediatico. Ma non ha avuto quel ruolo di cambiamento drastico della storia d’Italia che altri sembrano disposti a concedere. Ha scioccato il partito della Dc, sconvolto i familiari e gli amici di Aldo Moro, toccato una parte dell’opinione pubblica italiana. Ma non dobbiamo confondere il cordoglio e il clamore mediatico di un fatto con la sua capacità di incidere sulla società e la politica. Il Pci avrebbe posto fine all’alleanza con la Dc solo nel gennaio ‘79.
Quali furono le conseguenze per le Br?
Il sequestro e l’uccisione di Moro fu un passaggio fondamentale della loro parabola. Fu il loro “apogeo militare” perché la fecero franca dopo avere ucciso cinque uomini della scorta senza subire graffi, prelevato, trasportato per Roma, tenuto prigioniero per 55 giorni, ammazzato e riportato in via Caetani il presidente del più importante partito italiano. Una dimostrazione di potenza omicida. Ma anche l’inizio della loro fine. Non ottennero né la rivoluzione né il riconoscimento come soggetto politico visto il rifiuto di ogni trattativa da parte dello Stato per liberare Moro. Anzi, ne scatenarono la reazione, dai poteri speciali assegnati al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nell’agosto ‘78 alla prima legge sui pentiti, nel dicembre ’79.
C’è chi afferma che dietro ci fossero i servizi segreti o la Cia.
Il rapimento di Moro si incastona perfettamente nella storia complessiva delle Br. C’è una linea di continuità con le altre loro operazioni. Non bisogna sezionare quei 55 giorni e scordarsi di cosa c’è stato prima e dopo. Ed è meglio evitare dietrologie e teorie della cospirazione. Faccio solo un esempio di uno di questi falsi miti per dimostrarne l’assurdità. C’è chi sostiene che Mario Moretti, tra i protagonisti del sequestro e tra i massimi dirigenti delle Br, fosse un infiltrato dei servizi segreti. Così bravo da infiltrarsi sette anni prima del ’78, a organizzazione appena nata. E da restarci altri tre anni fino all’arresto. Non basta. Se i servizi segreti avessero veramente avuto un agente doppio di questo tipo, finita l’operazione lo avrebbero soppresso, perché sapeva troppe cose, o lo avrebbero “esfiltrato”, cioè fatto uscire dall’organizzazione prima di essere arrestato e fatto “svanire” cambiandogli identità. Invece Moretti ancora oggi va a dormire nel carcere di Opera. Ha sei ergastoli da scontare.
 

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